Lo stravisibile del nuovo Corsini
di
Paolo Donini

Con questo nuovo ciclo Fausto Corsini avanza nella tematica che lo ha contraddistinto in una cifra di stile chiara e riconoscibile: registrare la rilevanza di un dato visivo-oggettivo che non appartiene alla materialità delle cose e degli eventi ma riguarda un taglio e una traccia  chiamati all’apparenza e alla visibilità dalla tecnica fotografica. Non è la cosa che interessa ma la sua elargizione intesa come segno rilevato dall’atto del vedere attraverso la macchina. Lo strumento qui diviene un rilevatore di eventi o eventualità visive che senza il suo impiego sollecitante non potrebbero apparire. L’oggetto ha ancora uno statuto di esistenza ma, colta “a riposo” sul piano semantico e funzionale, la sua ontologia rilascia un’emanazione linguistica che è il soggetto vero dell’opera. Il carattere linguistico di questa emanazione dipende dal dato che a sollecitarla è l’uso della macchina. La continuità coerente tra il corpus “storico” del lavoro di Corsini e il nuovo ciclo “nero” è sicura: questo lavoro è una rilevazione solitaria, al limite della  rischiosa deriva di senso e di sensibilità, praticata  nella location di spiagge invernali e deserte, tra oggetti confinati in una quarantena dell’uso che li staglia come reperti senza valenza funzionale o simbolica, ridefinendoli quali enti gravati da un’inerzia che richiama alla ritrosia semantica della materia. Questi oggetti basilari non sono in grado di esprimere nulla nella fase in cui il fotografo li esamina, quando sulle loro masse passive nel buio rivolge la sua pratica di estrazione forzata e obbiettiva. Di questi oggetti apparsi nel non-luogo nero – che un tempo era la pausa, il viaggio, e ora sono il fondo buio e l’intorno dismesso –  Corsini chiama in luce - tramite la dichiarata “sovraesposizione delle fotografie in fase di scatto e utilizzando il sensore  in purezza" - l’emanazione gialla, fissandola in una supervisibilità enfatizzata dal nero; evita poi elaborazioni digitali nella postproduzione, e precisa: “le immagini che risultano sono effettivamente quelle  registrate dal sensore della macchina fotografica”. Quella che appare è  quindi una dimensione aliena ma oggettiva, dove l’occhio non è giunto da solo. In essa il fotografo avanza affidandosi come un cieco alla facoltà di visione della sua sonda ottica. È questa che va a sollecitare e poi cattura nel buio notturno l’immagine-emanazione liberata dai corpi grazie a un’iper-visione consentita dalla tecnica. Lo stravisibile del nuovo Corsini sembra archiviare nel fondo corpi oggettuali colti a un livello  semantico zero, quando proprio l’insignificanza si fa epifanica della rivelazione, per accertarne quindi in primo piano la sostanza liberata. Con questo ciclo Corsini sposta  la visionarietà dei lavori precedenti nella direzione  dell’ultravisibilità, estraendo dai corpi sovraesposti  un’essenza visiva incandescente. Lo sviluppo coerente rispetto al passato è in questo slittamento alchemico:  dall’occhio-obiettivo che nei primi cicli carpiva tagli e prospettive inafferrabili a occhio nudo, alla provocazione maieutica, praticata con la sovraesposizione, e rivolta alle cose in assenza di senso, affinché queste rilascino la loro essenziale dichiarazione di luce. Corsini rileva così una sorta di trascendenza nella materia, algida e misteriosa. La simbiosi occhio-obiettivo resta determinante in un artista che sceglie la frontalità della ricerca, dove una personale scienza esatta ottenuta grazie al rigore autocritico e al magistero tecnico, compie un’azione assolutamente creatrice, artistica e conoscitiva in quanto tesa a sollecitare la materia finché liberi innanzi a sé la sua spoglia fiammeggiante.


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