Pierpaolo Pasolini, nel documentario intitolato “Io e… la forma della città”, mandato in onda dalla Rai nel 1974, si sofferma su una strada in acciottolato di pietra che sale ad una delle porte della cità di Orte e dice: “Questa strada per cui camminiamo, con questo selciato sconnesso ed antico, non è niente, non è quasi niente, è un’umile cosa.”(…) “Quando dico che ho scelto come oggetto di questa trasmissione la forma di una città, la struttura di una città, il profilo di una città, voglio dire questo: voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende; che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia, dell’intera storia di un popolo di una città.” E’ l’umiltà delle singole parti che costruisce la forma della città. Perché la città è il nostro specchio, ed il suo profilo rappresenta quello che siamo e che siamo stati. Una città territorio non può che essere fatta e distrutta da mille facce diverse. Prendo spunto da questa morbosa attenzione per gli indizi di umanità che lo spazio antropizzato, nelle sue varie declinazioni, ci offre, utili a ricostruire, attraverso l’evidenza fotografica, una scena, forse quella di un delitto.
Quando osservo Mestre distaccandomi dal suolo, da un punto elevato che, per ragione stessa del recente sviluppo di Mestre, è quasi sempre un punto di vista inedito, esclusivo, privato, così poco noto da provocare sorpresa, rivelando una scena di cui non si sapeva l’esistenza, un panorama di caos anarchico degno delle più note città giapponesi, quando insomma cerco quel luogo Mestre che era dietro la tenda, nascosto dalla nostra esperienza personale, in quei momenti, chissà perché, il ricordo va sempre, inesorabile, a quegli amici che non ci sono più e che credo vedano ancora con il mio sguardo. Vittorio mi aveva accompagnato in cima al palazzone dove abitava, dove prima abitavo io, guardando non senza disprezzo, ma con ammirazione e nostalgia, verso Venezia, dove una volta abitava. So che avrebbe spento la sua sigaretta su quella visione di Mestre che lentamente aveva ricolmato il canal Salso, cercando di annullare la storia, di cancellare ogni appartenenza alla laguna, se solo fosse stata una grande fotografia. E porto nel cuore la sua amara consolazione. Francesca, adolescente che stava crescendo, con le paure e le speranze di un giovane fiore, osservava la grande quinta di palazzi, disposti ad anfiteatro, lo scenario muto di un paese invece già maturo, ma profondamente enigmatico nelle sue contraddizioni, nella umana incapacità di  essere umano. Quanti progetti, quanti desideri, quanto affetto i suoi occhi esprimevano rivolgendosi fuori della finestra della sua camera? Il panorama è figura anche di quelli che non sono più. Aprile 2008 (Giovanni Vio)

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