Se certi sogni potessero decidere come venire ricordati sicuramente sceglierebbero Alexey Titarenko per ritrarli.

Alexey Titarenko nasce a Leningrado (odierna San Pietroburgo ) nel 1962. Comincia a scattare fotografia già all'età di otto anni e a già a sedici diviene membro del rinomato circolo fotografico Zerkalo Photo-club dove avverrà la sua prima mostra personale. Nel 1983 si diploma al  Department of Cinematic and Photographic Art al Leningrad's Institute of Culture. La sua arte è del tutto estranea al regime di propaganda sovietica e solamente quando la Prestroika raggiunge il suo culmine nel 1989 Titarenko è libero di dichiararsi pubblicamente artista con la mostra “Nomenclature of Signs” e la creazione di Ligovka 99, uno spazio di esposizione indipendente dall'ideologia comunista. Dal 1994 è membro fondatore del  Board of Charitable Trust for Development of Classical Music and Culture a San Pietroburgo e dal 1997 membro della Russian Union of Artists.

Nelle strade nebbiose di San Pietroburgo il fotografo si aggira con una piccola scatola nera per incamerare le atmosfere residue del tempo della notte.

La neve della mattina presto ancora vergine, la luce che apre gli occhi sulle facciate di palazzi antichi e polverosi, una figura fatta più di condensa che di carne e vene, questa è il volto descritto dalla sublime poesia delle immagini di Titarenko. Le sue stampe sono delicate come ali di farfalle e insieme resistenti come  lastre di ghiaccio,quasi tutte, per scelta dell'autore, velate da una sottile ed omogenea tonalità grigiastra che apre ad uno spiraglio contrastato solamente su alcuni particolari.

Un procedimento questo ottenuto in camera oscura utilizzando selettivamente  acidi rivelatori. Ogni spazio della stampa è voluto, sentito e ragionato, come in  una pittura. Quello che lo sviluppo rileva è il tempo fermato sui cristalli d'argento della pellicola, utilizzando tempi lunghissimi e movimenti della macchina, Titarenko ferma lo scorrere del tempo, ma forse sarebbe più corretto dire che rincorrendolo lo ritrae. Le figure scivolano sull'emulsione e trapassano in un'altra dimensione paradossalmente forse più materiale del loro sembiante alter ego, l'essenza della loro nebulosità resta intrappolata dietro il diaframma che Titarenko chiude, come una porta che lasciata aperta per un po'  faccia entrare i suoi ospiti e poi si richiuda per proteggerli in un ambiente maggiormente confacente alla loro sensibilità. E' questo scorrere nell'evanescenza del tempo e delle figure che lo attraversano il tema portante delle tre serie, City of Shadows, Black & White Magic of St .Petersburg e Time Standing Still, che finiscono per comporre un'unica ricerca attraverso la medesima modalità poetica.

Tuttavia lo sguardo dell'artista pur spostandosi  da un luogo assolutamente congeniale allo scopo come San Pietroburgo, città di luci e nebbie, ad uno  senz'altro più solare come l'Havana, non muta il suo carattere, né la sua espressione, cosicché  lo scorrere della vita nelle vie o il tempo da passare sui gradini di un palazzo fumando il sigaro con un amico, non si diversifica nella rappresentazione da quello della lontana città russa, il tempo è tempo a qualsiasi latitudine.

E' come se attraverso l'uso fotografico Titarenko accarezzasse il volto delle lancette, della luce che le inonda, gli facesse prendere forma come il vento che sagoma un velo, le onde del mare o i capelli di una donna...come se all'autore fosse stato permesso di avvicinarsi più degli altri al viso dell'indefinibile e sapesse modellare l'atmosfera in modo delicato, leggero, attraversando in punta di piedi lo scolorire del nero o l'invecchiare del bianco.

Lo scorrere dell’istante è  scorrere della durata della vita, così la vecchiaia assomiglia all'infanzia, condividendone gli stessi segreti e le stesse paure; la solitudine è intrinseca al tempo che nel suo correre  separa da tutto a volte anche da se stessi.

E non sempre questa solitudine è dolorosa, ci sono volte in cui si presenta in modo  riflessivo e lascia i segni dei nostri pensieri, dei nostri ideali  sulle mura della città a parlarci di “quel” qualcosa che unisce gli animi e fa da schermo all'inutilità, alla presunta vanità del vivere.

La città diviene allora l'Anima, le nostre tracce i suoi segni, le sue rughe. La città è l'altro da noi e nello stesso tempo  il nostro diario,  spettatrice  e regista delle nostre emozioni, interagisce con la nostra essenza mentre noi parliamo ai suoi silenzi  riempiendole il ventre di voci, risate e sussurri. In essa  finiamo per essere ospiti di noi stessi e della nostra memoria.

Roberta Zanutto

Gennaio 2009

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