Il reiterato accesso a quest'area (ora interdetta) prospiciente la gronda lagunare mi ha consentito di cogliere le multisemiche vestigia di un luogo in cui si svolgevano le attività di un circolo sportivo ora disciolto. Cercando le prospettive ed i punti di vista attraverso i quali raccontare quella storia, ora lontana, mi sono imbattuto nella vera protagonista dell'oggi: la polvere. Polvere che ora copre discreta e soffice le coppe, i vetri delle ampie finestre, le tracce di un passato cui la nascente Oasi delle Barene proverà a dare nuovo lustro! E interrogando quella polvere come non pensare all'incipit dello splendido libro di Steinbeck, Furore, in cui una storica crisi (o siccità) rende sterile ed esangue ampie porzioni dell'Oklahoma, territorio di frontiera quasi quanto la nostre umide barene.

CAPITOLO I

Nella regione rossa e in parte della regione grigia dell’Oklahoma le ultime piogge erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della terra, già tutta solcata da cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo. Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d’erbacce e d’ortiche sulle prode dei fossi, così che il grigio ed il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante. Gli ultimi di maggio il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della primavera. Il sole prese  a picchiare e continuò di giorno in giorno a picchiar sempre più sodo sul giovane granturco finché vide ingiallire gli orli di ogni singola baionetta verde. Le nuvole tornarono, ma se ne andarono subito, e dopo qualche giorno non tentarono più di ritornare. Le erbacce si vestirono d’un verde più scuro per mascherarsi alla vista, e smisero di moltiplicarsi. La terra si coprì d’una sottile crosta dura che impallidiva man mano che il cielo impallidiva e risultava rosa nella regione rossa,bianca nella grigia. Nei solchetti scavati dall’acqua la terra si sgretolò in rigagnoli di polvere minuta, tosto percorsi da innumerevoli processioni di formiche e formiconi. E sotto le sferzate ogni giorno più crudeli del sole le foglie del giovane granturco perdevano la loro baldanza e la loro durezza, s’inchinavano,dapprima, e poi,man mano che s’infiacchiva la loro colonna vertebrale, si prostravano. E venne il giugno, e il sole diventò selvaggio; le strisce brune, sulle foglie del granturco, si estesero dagli orli fino a toccare le colonne vertebrali. Le ortiche si sfrangiarono, si raggrinzirono, invecchiarono. L’aria era afosa e il cielo più pallido e di giorno in giorno la terra incanutiva. Sulle strade, mulinate dalle ruote dei carri e trebbiate dai ferri dei cavalli, la crosta della massicciata andò in frantumi e creò la polvere. Le minime cose animate sollevavano questa polvere per aria: gli uomini camminando sollevavano nuvolette che s’alzavano fino alla loro cintola; i carri, nuvole più dense che raggiungevano la cima delle siepi; le automobili, nuvoloni che oscuravano il sole. E a tutta questa polvere occorreva molto tempo per ricadere e posare. (incipit del libro “Furore” di John Steinbeck)