TITOLO: LA MIA GENTE – IL POLESINE, AUTORE: Edoardo Terren, FORMATO: cm 30 x 25, TESTI: Edoardo Terren, Augusto Baracchini Caputi, Angelo Tabaro, Mario Poppi, Toni Bisaglia (dal libro Vivere lungo il Po), PAGINE: 90, EDITORE: Pacinotti srl – Venezia/Mestre (terren@pacinotti.eu) , STAMPA: Grafiche Editoriali La Press, Fiesso d’Artico (Venezia), LINGUA: italiano/inglese, RILEGATURA: volume con copertina cartonata e custodia, FOTOGRAFIE: 148 in bianco e nero. Di cui 66 per la sezione La mia Gente e 82 foto per quella dedicata a Il Polesine, ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2009, PREZZO: 30 Euro, CODICE ISBN  978-88-9041-04.

La visione del portfolio di Edoardo Terren, con i lavori dedicati da una parte alla sua gente e dall’altra al Polesine, non lascia certo indifferenti. Per me anzi si è trattato di una sorpresa, particolarmente gradita dato che per mestiere mi occupo della cultura nella nostra regione, e Terren proprio di questo ci parla: di noi, della nostra storia. Ho usato la parola ‘storia’ al minuscolo, perché quella raccontata da Terren non è la Storia fatta dai Grandi della Terra, dei palazzi del potere o di guerre e vittorie eclatanti. Qui il maiuscolo non ha casa, qui è il regno del popolo, delle persone semplici, che con fatica tutti i giorni resistono alle difficoltà della vita. Non ci sono maiuscole in queste fotografie, nelle quali Terren riporta ai nostri occhi immagini di una realtà che ci sembra ora tanto lontana, e invece non è poi così remota. Queste foto vanno oltre i nostri occhi arrivando a toccarci nel cuore: ritratti di persone, animali e cose, immortalati nell’ambiente loro. L’impatto emozionale è forte: Edoardo Terren fa vibrare le corde del nostro vissuto collettivo, rendendo evidenti e presenti, ancora oggi che il corso della vita, i cambiamenti, le interazioni con le diverse realtà hanno apportato stravolgimenti al tessuto sociale del Veneto, le nostre radici. In questi lavori possono essere visti i volti e i luoghi che, pur testimoniando l’asprezza della vita, ci parlano di noi: grazie all’uso di un suggestivo bianco e nero, Terren esprime tutta la bellezza della nostra terra e la Poesia del Veneto emerge, nei paesaggi sconfinati e immoti del Polesine come nei  volti della nostra gente, ritratta nelle case e negli ambienti che ormai non esistono più. (Angelo Tabaro - Segretario Regionale alla Cultura)

Il Po, per me, è padre e padrone. Quando parlo del fiume sento l’amore per la mia terra, per la mia gente. È un legame totale perchè fatto di sentimenti e di vita. Chi è nato e vissuto lungo il fiume si porta addosso l’orgoglio e il complesso del Po. E questo voglio dire quando affermo che il Po è anche padrone. Tutti sappiamo – dal contadino langarolo al pescatore del Delta – che la terra su cui siamo nati e dove un giorno finiremo, è soltanto sua. Il Po quando vuole – nonostante la volontà, le invenzioni, gli sforzi degli uomini – cambia, impone, rompe. A piacer suo sa rimanere motivo di vita e di bellezza, o può divenire causa di morte e di tragedia. Per questi due aspetti abbiamo imparato a conoscerlo e nel fiume ci riconosciamo, ci identifichiamo nelle stesse esigenze, nelle medesime difficoltà, nelle speranze in cui credere. Dire perciò che per noi padani il comune denominatore è il fiume non significa rivendicare un dato presuntuoso quasi razzistico. Sta a significare, molto più semplicemente, un fatto reale che altrove può avere connotati geografici diversi o diverse matrici culturali. Po. Un nome strano, pieno di malie brevi e fuggenti. Ricordo ancora quando, bambino, chiedevo il perchè di questo nome. E nessuno mi rispondeva. Il silenzio, l’evasività finivano per avvolgermi ancora di più nel mistero. Poi, a scuola, imparai che Po è contrazione del latino Padus e che Padus trova probabilmente origine in una parola del ligure antico che sta a significare profondo corso d’acqua. E imparai anche le favole antiche sorte dal fiume. La caduta di Fetonte con il carro del Sole, il pianto delle sorelle tramutate in pioppi e le loro lacrime in ambra, il vagare di dei e semidei lungo i vasti tramonti, di maghi e di streghe sulle rive. Ombre e controluci poetiche per raccontare le eruzioni vulcaniche, i commerci dell’ambra, l’inspiegabilità di fenomeni naturali e violenti. Ma su tutto e su tutti – oggi come ieri – ha sempre primeggiato il fiume anche quando il mito sfumò nella storia e la favola si scolorì per diventare cronaca. Ed era già cronaca con i romani, quando nella loro proterva capacità realizzatrice imposero la costruzione delle città nell’ordine stesso che è ancora adesso, vale a dire su di un ordine terziario lungo l’intera valle padana: fenomeno civile che non ha l’eguale in Europa. E poi ancora: lo sviluppo culturale, gli sviluppi politici, la vivacità dei confronti commerciali. Lo splendore reale di Pavia non oscurò i vertici sapienti di Milano leonardesca nè le sontuosità degli Estensi posero in secondo piano il mecenatismo dei Gonzaga. È questa la lunga stagione dell’impero padano, cui succede con ineluttabile fatalità la decadenza. Il Po sembrò ad un tratto scomparire dalle vicende europee. Ma venne Napoleone che lanciò il progetto di utilizzare il fiume come grande strada per congiungere l’Adriatico alla Lombardia, alla Svizzera. Ma la sconfitta di Napoleone a Waterloo fu anche la sconfitta del Po. Tornò, quindi, il fiume ad essere soltanto degli uomini e della loro fantasia. Pescatori, barcaioli, ghiaiadori ritessono il rapporto antico fatto di paura e di amore. Per costoro la pesca di uno storione aveva ancora la magia di una benedizione divina anche se i premi dei Gonzaga e degli Este erano ormai lontani. Alla storia sopravvive l’usuale, al mito si sovrappone la convenienza: è la regola che per il Po si traduce ora in inquinamento, sottrazione indiscriminata delle acque, abbandono della golena polesana e della lanca pavese. Muta la vita, dunque, anche lungo il fiume. E se il divenire distrugge il verso romantico, c’è di che ringraziare Dio per le migliori condizioni di vita che il moderno fa trionfare su vecchio. Un tempo – bisogna pur dirlo – la vita sul Po era ben agra. D’inverno, la nebbia – la mia “fumara” – il freddo, l’umidità, la denutrizione, la pellagra e la malaria erano pressochè l’unica compagnia del cariolante e della sua famiglia. D’estate, le calure afose stroncavano anche le fibre più forti. E poi le condizioni di vita erano inimmaginabili. Ma contro questo stato di cose, contro “la durezza di cuore dei signori e dei proprietari” scoppiò sul finire dell’800 la rivolta dei proletari al grido di “la boje”. Lungo il Po, da Mantova al Delta, e poi su su fino a Parma e oltre, contadini e cariolanti scossero il giogo e – fame per fame – abbandonarono i campi per chiedere una giornata di lavoro che non si prolungasse oltre l’alba e il tramonto e un salario per non morire d’inedia. Coi contadini erano le classi intellettuali dei professori, dei maestri, dei medici. Coi contadini erano il tempo e il destino. Bisognava maturare il primo e forzare il secondo. Ed è quello che fecero l’entusiasmo dei pionieri, gli errori degli agrari, l’abulia dei governi. Passarono gli anni e passarono le guerre. Passarono il Po gli ultimi tedeschi in fuga nella primavera del ’45. Finalmente la libertà. E con la libertà si sperava che fosse finalmente giunta la pace. Invece no. Ricordo ancora quella notte tra il 14 e il 15 novembre del ’51. Tornavo a Rovigo e passavo per Ostiglia. Il Po era nero e tremendo. Di li a poche ore a Paviole e Malcantone (ah, la fatalità dei nomi!) gli argini sarebbero esplosi. In poche ore il Polesine tornò all’anno Mille. Quattro quinti della provincia divennero laguna. Sotto metri d’acqua e di fango finì tutto: casa, stalla, semina, miseria e speranza di un’intera popolazione. Ci vollero mesi per recuperare la produttività della terra. Ci vollero anni per ricostruire case, scuole, argini, chiese. Ma tutto fu rimesso in ordine con la volontà, con la tenacia, con l’unitarietà degli intenti. Da allora il Po è tornato ad essere padre. Lungo i suoi 630 chilometri dei rami deltizi, prospera oggi una agricoltura razionale e moderna, lavorano industrie e cantieri, vivono comunità gelose dei propri patrimoni di civiltà e di speranze. Su tutto sembra ora correre un filo di pace tra gli uomini e il fiume. Ma fino a quando? (Toni Bisaglia in Vivere lungo il Po di Pepi Merisio - Bologna 1982).

Di particolare rilevanza tra i contributi testuali è l'introduzione di Mario Poppi alla sezione su Gambarare. L'intero testo è scaricabile in formato PDF attraverso questo link