Molti iconografi scarpiani hanno cercato di superare le difficoltà del testo architettonico facendolo a pezzi, concentrandosi sul dettaglio costruttivo o decorativo, giocando sulla preziosità calligrafica della fotografia che si esercita sul particolare. Il lavoro di Terrassan, tutt’altro che calligrafico, si distingue invece per l’intenso dialogo che intrattiene con il pensiero di Carlo Scarpa. Si tratta di un dialogo rispettoso, senza manipolazioni gratuite o scenografiche, e anzi realizzato per tentativi, sincere interrogazioni, verifiche, ritorni, variazioni, ripensamenti. L’occhio si muove nello spazio, svolta, inciampa, rallenta, riprende. Il formato verticale delle fotografie testimonia di questo rifiuto di adagiarsi sulla linea dell’orizzonte prospettico, procedendo invece per sezionamenti, per tagli e prospezioni.
Anche grazie alla sua qualità tattile, la fotografia di Terrassan alla Querini Stampalia è uno sguardo che penetra nella forma architettonica sino all’empatia, un pedinamento che passo dopo passo, osservazione dopo osservazione, tenta di svelare le ragioni più profonde dell’opera scarpiana. Ma già qui le parole di questa intensa fenomenologia tra l’occhio e lo spazio vengono a mancare: dire “forma”, “spazio”, “osservazione”, è già ridurre l’intensità di un rapporto e di un contatto che le immagini ripropongono allo spettatore in tutta la sua problematica profondità. Si può forse dire che nel suo tono  antipittorico e scarno, l’omaggio di Terrassan alla forma mentis di Carlo Scarpa è analogo al lavoro del pittore che si appropria dell’opera dei maestri rifacendola, segno dopo segno, pennellata dopo pennellata, velatura su velatura.
L’architettura fotografica di Terrassan esprime non solo una sensazione tridimensionale della spazialità scarpiana, ma anche una precisa logica fatta di linee narrative, punti di svolta, contrapposizioni, metafore. Come nel simbolo scarpiano del labirinto, siamo indotti a procedere interrogando la logica del testo spaziale, ma forse per addentrarci in esso, piuttosto che per uscirne. Procedendo in una determinata direzione, la materia delle fotografie e dell’architettura si raffredda e si rapprende (dall’acqua al calcestruzzo; dalla luce all’ombra); nella direzione contraria, si riscalda e si anima (dal monocromo alla doratura; dalle superfici neutre alle tracce del tempo). Seguendo altre traiettorie mentali, è possibile ritrovare nell’organizzazione della mostra altri elementi tipici del pensiero scarpiano: la smaterializzazione della struttura, o il ritorno entropico dell’artificiale alla condizione naturale, per esempio.
Senza fughe “creative”, ma anche senza timori reverenziali, Prosdocimo Terrassan ha interrogato il testo enigmatico che Carlo Scarpa ha inscritto nel progetto della Querini Stampalia, a sua volta già una riscrittura e una reinterpretazione dell’edificio veneziano e della città stessa. Oltre che un omaggio a un grande filosofo dell’architettura del novecento, questo corpus fotografico è anche un invito a riguardare attivamente, a riscrivere rileggendo, ad appropriarci sempre e di nuovo dei testi della tradizione e della contemporaneità. (tratto dalla presentazione di Antonello Frongia della mostra "Omaggio a Carlo Scarpa").

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