Autore: Stefano Ciol; Titolo: Ombre di luce; Editore: Punto Marte Edizioni; Struttura: 112 pagine; Fotografie: 62  in bianco e nero; Testo di Fabio Amodeo; Prezzo 26 euro; Formato 28 x 28 cm.; Lingua: italiano/Inglese; Coordinamento grafico Carolina Tomasin (Grafica DIECI – Pieve di Soligo/TV); Stampato, maggio 2011, presso Eurostampa 2000 (Verona)

Ombre di luce
di
Fabio Amodeo

La fotografia di paesaggio è libertà. Non racchiude nessun tipo di sforzo per convincere qualcuno di qualcosa. Non è obbligata a fare, o suggerire, o dimostrare qualcosa. Deve solo mostrare se stessa, e il sentire delle persone coinvolte, si tratti del creatore delle immagini o del loro fruitore. La fotografia di paesaggio in bianco e nero è anche una trasformazione della realtà. In nessun altro genere fotografico il processo visionario penetra così profondamente nel prodotto finale. Non è solo la trasformazione di un mondo colorato in un’immagine monocromatica. Si tratta anche del fatto che il fotografo controlla tutto: l’inquadratura e l’illuminazione al momento dello scatto, e le sfumature di grigio nel successivo percorso che porta al prodotto finale, la stampa che viene presentata a chi guarda. Come ci ha insegnato Jeff Wall, sin dall’inizio della comunicazione la monocromia è stata il terreno attraverso il quale il pensiero è stato visualizzato. Ottant’anni fa, Ansel Adams ha teorizzato la possibilità da parte del fotografo di previsualizzare e controllare le differenti sfumature di grigio nel paesaggio. La ragione principale è che il paesaggio in bianco e nero è fatto essenzialmente di bianco, nero, e delle sfumature di grigio intermedie. Il controllo creativo da parte del fotografo di tutti questi elementi rappresenta un’arma potente nel processo creativo. Apparentemente, tuttavia, il procedimento è semplice. La luce è bianco, l’assenza di luce è nero. Ma nulla è poi tanto semplice, e questo caso non rappresenta un’eccezione. La luce ha anche la capacità di modellare. I volumi prendono consistenza emergendo dal buio attraverso la luce. La luce fornisce apparenza a linee e forme. La visione del fotografo è una struttura di elementi naturali che emergono dal nero attraverso la luce. Qualcosa di molto simile alla creazione, se l’equivalenza non ci inquieta. Da questo punto di vista, Ansel Adams ci ha indicato un processo tecnico che diventa anche percorso estetico. C’è un altro passo nell’equazione bianco/nero, luce/oscurità. Il nero non è solo sé stesso. Esso nasconde anche i dettagli, le forme, le linee. Il fotografo controlla ciò che sarà visto e ciò che sarà solamente immaginato attraverso il controllo della profondità e dell’estensione dei neri. La prima parte del lavoro di Stefano Ciol rappresenta un’antologia esemplare di questo processo: nasconde, mostra, sceglie. In contrasto, la parte finale del libro è un’antologia dell’assenza di neri; di bianchi e grigi che sfumano in un nulla candido. Possiamo leggere il libro come una transizione dal nero al bianco. Normalmente accettiamo come un elemento dato che la fotografia di paesaggio rappresenti sé stessa, e abbia in sé i valori creativi e formali che catturano il nostro occhio. Tuttavia c’è un altra domanda nascosta che questo libro porta all’attenzione di ciascuno di noi. Cosa ci dice la fotografia di paesaggio del mondo in cui viviamo? Come influenza la nostra visione del mondo? E ci consente davvero di avvicinarci alla comprensione della natura delle cose? Da questo punto di vista la risposta deve essere personale, e dipende dall’esperienza, dalla cultura e dal credere che anima ciascuno di noi. Possiamo aver fede in un mondo come creazione alla quale tutti apparteniamo. Oppure possiamo sentire il mondo come organismo universale che, ancora una volta, ci coinvolge tutti. Qualunque sfumatura intermedia è ovviamente possibile. In ogni caso, la fotografia di paesaggio rende questo processo più evidente. Ancora una volta, la perfezione del procedimento tecnico, il controllo dell’immagine da parte del fotografo, ha la capacità di farci raggiungere un sentimento più profondo della nostra appartenenza a qualcosa di più grande, più solenne, universale. La capacità tecnica è strumentale a un percorso spirituale, e questo dovrebbe farci riflettere sull’unità dei differenti saperi e delle fedi personali, un qualcosa che la nostra civiltà affronta sempre con difficoltà. Il saggista contemporaneo più prolifico sulla fotografia di paesaggio è un artista, Jean Paul Caponigro. Non deve sorprendere. Una costante della storia della fotografia è rappresentata dal fatto che le cose di maggior valore sul medium sono state dette, o scritte, da fotografi. Essi conoscono il processo più profondamente di qualunque storico. E il processo è, più che in qualunque altro caso, il messaggio. In uno dei suoi scritti, Caponigro suggerisce l’equivalenza tra due attività apparentemente differenti, la fotografia di paesaggio e il pellegrinaggio. Il pellegrinaggio, argomenta Caponigro, è una delle manifestazioni più forti di libertà umana. «I pellegrinaggi soddisfano il nostro desiderio di automiglioramento. I pellegrinaggi rendono una persona migliore per il semplice fatto di aver affrontato il viaggio. Ci prendiamo un impegno, e lo rispettiamo. Il nostro contatto con un luogo o un qualcosa di speciale ci distingue e nobilita. Dopo il viaggio, possiamo dire di essere andati direttamente alla fonte» (il testo completo può essere letto sul sito: http://www.johnpaulcaponigro.com/lib/statements/pilgrimage.php). La fotografia di paesaggio, dice ancora Caponigro, è una forma di pellegrinaggio, Scegliamo di raggiungere un luogo. Lo esploriamo, lo confrontiamo con le nostre conoscenze, credenze, e con la storia e la natura profonda del luogo. Alla fine, siamo arricchiti da questo processo, e la visualizzazione è una parte importante di questo arricchimento. Penso che la parte migliore del lavoro di Stefano Ciol sia la capacità di rendere chiari questi meccanismi. Esso ci rende più consci della natura visiva di una natura alla quale tutti apparteniamo. Come conseguenza automatica, ciò dovrebbe renderci più rispettosi di ciò che ci circonda, più attenti a tutto ciò. La tecnica può diventare arricchimento visivo, e questo può trasformarsi in meditazione sulla natura delle cose. La libertà creativa rappresenta davvero una strada molto lunga.