La “cura della psiche” in un percorso fotografico attraverso il tempo e la sua percezione.

Titolo: Immagini Mentali, la cura della psiche in un percorso fotografico attraverso il tempo e la sua percezione. Autori: Dario Codato, Stefano Barzizza, Vanessa Favaretto, Marco Simionato, Sofia Belvedere, Alessandro Mogno, Diego Guidolin, Paolo Rondina. Fotografie: 56 in bianco e nero e colore. Testi di: Lara Sabbadin, Francesco Danesin. Pagine: 71 . Editore: Biblos / Cittadella (PD). Prezzo: non indicato. Formato: cm. 21x21. Anno pubblicazione: 2011.

Gli autori che hanno partecipato al progetto:
Stefano Barzizza - Sofia Belvedere - Dario Codato - Vanessa Favaretto - Diego Guidolin - Alessandro Mogno - Paolo Rondina - Marco Simionato
Tutti i diritti delle immagini sono di proprietà degli autori

Incipit

L’esposizione fotografica si pone a un punto cruciale di un lungo itinerario di ricerca svolto dal Gruppo Fotografico Scattando nell’arco di un intero anno, durante il quale gli Autori hanno affrontato alcuni aspetti della difficile tematica inerente la malattia mentale e le sue possibili vie di controllo o di cura. Il percorso visivo ha il suo avvio nella serie di immagini che si riferiscono al “passato”, e che nella mostra sono state proposte con proporzioni contenute, contornate da un passepartout che anche fisicamente le isolava in una dimensione che ormai si ritiene trascorsa, lontana e superata. Una sorta di visione del tempo andato, la cui atmosfera malinconica si trasmette attraverso le luci filtrate dalle imposte rotte, gli oggetti impolverati e abbandonati sui pavimenti, il degrado e il senso di prigionia. A questa prima fase di lavoro è seguita l’indagine all’interno della realtà dell’attuale Unità Operativa di Psichiatria dell’ULSS 13, un insieme articolato di strutture, più o meno aperte all’esterno a seconda del grado di protezione che va garantito ai pazienti; una fase documentata nella seconda sezione dell’esposizione, allestita in formati di dimensioni superiori, fruibili con maggiore immediatezza. In questa tranche fa la sua comparsa qualche figura umana, una presenza dal valore fortemente significativo, a rappresentare il “presente” vissuto e abitato, tra un “prima” già deserto e un “dopo” ormai imminente ma ancora in allestimento. Simbolica anche la scelta del bianco e nero, che pone tanti ambienti in una condizione quasi di passaggio mnemonico. E infine il colore, che dalle fotografie emerge più vivace e carico per i luoghi vissuti, come le strutture residenziali, oppure più tenue, riposante e quasi rassicurante come quello che qualifica l’ulteriore percorso di esplorazione all’interno dei nuovi locali di degenza, inaugurati in quest’occasione. Qui l’occhio attento dei fotografi ha colto le geometrie semplici e pulite delle architetture e la ricchezza di dettagli peculiari dell’ambiente, ovvero tutti quegli accorgimenti strutturali che assicurano ai pazienti un adeguato standard di sicurezza e qualità della permanenza durante il ricovero. Infine, a documentare con grande efficacia quanta strada sia stata fatta nell’ultimo secolo nei confronti di questi pazienti, sono state proposte in mostra sei coppie di fotografie, in abbinamento “a tinte forti”: un medesimo oggetto-chiave – come una sedia (simbolo del tempo e dell’attesa) o una vasca da bagno (emblema in qualche modo della cura e della dignità della persona) o ancora la presenza di una finestra (nel suo rappresentare il rapporto di un “dentro” con un “fuori”) – è stato catturato dall’obiettivo in due contesti lontanissimi l’uno dall’altro e affiancato nelle due versioni solo negli espositori della mostra. Uno stimolo potente alla riflessione, alla ricostruzione personale e mentale di tutti i passaggi intermedi occorsi in tanti decenni.

Lara Sabbadin, cura e redazione dell’esposizione
Excipit

Immagini mentali - La “cura della psiche” in un percorso fotografico attraverso il tempo e la sua percezione.

Che l’immagine sia acustica lo dimostra questa singolare rassegna, nata da una ricerca di un gruppo di giovani fotografi di Noale imperniata sull’esplorazione di spazi abbandonati e fatiscenti quali siti interessanti ove sperimentare le potenzialità del mezzo fotografico. Una scoperta folgorante, quella di alcuni vecchi ospedali per malati mentali, che li ha portati a studiare la storia della terapia del disagio mentale e a documentare, attraverso questa struggente esposizione, come la fotografia possa evocare e far rivivere situazioni e presenze proprio con la loro assenza. Immagini che dicono ciò che non mostrano, e dove il vuoto della stanza, la solitudine della sedia davanti alla finestra un tempo sbarrata, è più forte di qualunque grido, è un boato, un fiotto di dolore puro, distillato, che ci inonda e ci confonde. Cariche di silenzi, d’attesa, d’interminabili sospensioni, le composizioni fotografiche, attraverso i toni, le forme e la grafica sottile delle linee di luce, restituiscono al tempo attuale le sofferenze patite, parole non dette, gesti non compiuti, affetti non vissuti. Luci, ombre, colori, forme, ritmo, fuga, geometrie sono trovate così, spontaneamente, indagando in questi luoghi trascurati. Il gruppo fotografico si convince che il modo più serio di usare la fotografia sia quello di non alterare minimamente lo scenario di questo dolore pietrificato, ma di restituirlo in immagini dove l’interpretazione artistica valga a esaltare il significato di ciò che è stato. Viene colto con delicatezza e semplicità il senso di quelle forme ormai disfatte, il valore simbolico della luce proveniente dalle finestre e dalle porte a vetri che chiudono i lunghi corridoi. Chiara la metafora: luce equivale a esterno, libertà, salute, vita. Per contro, invece, le aperture con inferriate, le porte sprangate, gli spioncini. Allora i fotografi capiscono di trovarsi di fronte a uno scenario fatto di brandelli di umanità ritornati a palpitare nel flusso elettronico del CCD e del display della loro macchina fotografica. Guai falsare la bellezza e il valore dell’originale. Ciò che hanno colto i nostri giovani fotografi è la silenziosa ma potente lezione che saliva dalle rovine dei luoghi della sofferenza senza speranza, dove spesso le cure potevano essere vissute anche più dolorosamente della morte; dal percepire rari bagliori di lucidità dentro a un mare di paurose tenebre. Viva epigrafe, evocativa di drammi è dunque tale fotografia, che impiegata sapientemente restituisce, con la sua inoppugnabile testimonianza di verità, ciò che è stato, ciò che non è più, ma più ancora fa riflettere su ciò che non dovrà più essere: l’indolenza, l’incapacità di affrontare la grande piaga della malattia mentale.Onore a questo modo di fare fotografia: povero, diretto, rispettoso, vero; dove si fa gruppo collaborativo per riflettere e riuscire a proporre un messaggio efficace. E il messaggio è stato raccolto dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale di Dolo, che ha fatto della mostra il punto di forza dell’inaugurazione del nuovo complesso per la cura e prevenzione dei problemi psichici. A sostegno e valorizzazione dell’iniziativa, l’Ente si è fatto anche promotore della presente pubblicazione, destinata a divulgare la memoria e il pensiero su tali tematiche, che la fotografia aveva già pionieristicamente documentato, contribuendo così alla scrittura di una pagina nuova nella storia della cura del disagio mentale. Accanto alle immagini che riguardano il passato, la mostra propone ancora, in opposizione, le foto della nuova struttura, dove il progetto, la razionalità, l’ordine, gli spazi, gli oggetti quotidiani per la cura della persona rispondono a quanto di meglio si possa disporre. Ma più ancora sorprende l’accostamento tra queste foto e l’ambiente reale del nuovo reparto, che il percorso della mostra aiuta a visitare. Attenzione però, che tutto questo, fatto di nuova luce, colore, tecnologia, non induca a credere che il difficile problema del disturbo mentale sia risolto. Non saranno la plastica colorata, l’acciaio satinato, la ceramica e i vetri atermici e i più sofisticati strumenti elettromedicali moderni a colmare il cuore di chi soffre.

Francesco Danesin