Fotografie di Luigi Briselli – Testi di Alberto Bevilacqua e Giovanni Sartori – Titolo: Sabbioneta Metafisica – Struttura: 204 pagine – 182 fotografie in bianco e nero – Editrice Associazione Pro Loco Sabbioneta – ISBN 9788890423017 – Coordinamento editoriale Alberto Sarzi Madidini – Stampa Arti Grafiche Castello – Formato 25x30 cm – Prezzo: euro 33,00 – Anno 2009.

SABBIONETA LA CITTA’ DEL PRINCIPE

 Al visitatore Sabbioneta emerge dalla piana lombarda tra Mantova e Parma con il suo elegante profilo di città murata, quasi assopita e cullata dai campi coltivati e bordati di pioppi. Per il circuito delle mura, il tessuto viario e per il complesso degli edifici civili e religiosi, viene indicata tra i più compiuti esempi di città di fondazione del Rinascimento, una città costruita per volontà ed ambizione di uno dei più eclettici principi del tardo Cinquecento[1].

Di origini tardo antiche il piccolo insediamento fortificato di Sabbioneta sarà incorporato nel 1433 nel marchesato imperiale di Mantova. Nel 1478, Ludovico II Gonzaga lascia il territorio in eredità ai figli, il cardinale Francesco e Gianfrancesco e, alla morte del primo, il feudo rimane a Gianfrancesco che lo trasmette ai suoi eredi[2]. E quando il minorenne Vespasiano Gonzaga Colonna la eredita nel 1540, Sabbioneta è ancora una semplice rocca circondata da poche case rurali e da un vetusto vallo. Il progetto mentale del principe, seppure con ripensamenti e rifacimenti avvenuti nel corso dei trentacinque anni della sua concretizzazione, fu intriso degli ideali umanistici della città ideale e informato dalla cultura antica. Sabbioneta si propone dunque come novella Roma immersa tra le lande nebbiose del Po, magnifica per la ricchezza dei suoi palazzi e delle chiese, raccolta e sicura nella forte cinta muraria. Alla morte del suo signore (1591) la città rimane bloccata nel suo sviluppo. Senza eredi maschi, Vespasiano non riesce a dare un seguito alla dinastia e Sabbioneta viene abbandonata al modesto destino di fortezza della Lombardia spagnola.

La volontà di Vespasiano Gonzaga di rendere Sabbioneta una civitas è frutto di una scelta precisa. Il castello gonzaghesco del Quattrocento si trovava infatti al centro del sistema di stati della pianura Padana, in una posizione strategica collocata tra i fiumi Po ed Oglio, e suscitava gli appetiti dei confinanti, dagli Este al papa, dal re di Spagna ai Gonzaga di Mantova ai Veneziani. Fortificare il territorio significava in primis spegnere le velleità di espansione e conquista degli stati limitrofi. Tuttavia, accanto alla fortificazione e alla progettazione urbanistica e architettonica, Vespasiano affronta anche il problema della creazione di una struttura sociale articolata al suo interno e differenziata tra “cittadini” e “rurali”, con la creazione di una corte e di un piccolo nucleo aristocratico legato alla “familia” del principe[3].

Solo così si può capire lo sforzo compiuto per dare a Sabbioneta l’aspetto non solo di una fortezza, per quanto ben munita, ma di un vero ambiente urbano, con edifici, spazi e percorsi che assumono spesso funzione simbolica e celebrativa dell’autorità del principe. La celebrazione era del resto giustificata dalla straordinaria carriera del signore di Sabbioneta che si svolge all’ombra degli Asburgo di Spagna e d’Austria, al cui servizio Vespasiano pone la propria abilità politica e militare. Il principe riesce così a scalare i gradini dell’aristocrazia europea, fino a ottenere l’elevazione di Sabbioneta al rango di ducato imperiale nel 1577. Questo processo, regolarmente testimoniato anche dall’evoluzione dell’araldica vespasianea, conduce all’affermazione di Vespasiano su scala europea e alla conquista di una condizione di libertas dal rapporto feudale con il ramo principale dei Gonzaga di Mantova.

Purtroppo Vespasiano non è riuscito a dare continuità dinastica alla sua costruzione politico-territoriale e perciò, dopo la morte del suo duca (1591), Sabbioneta perde il rango di capitale per essere successivamente degradata al ruolo di fortezza spagnola, un ruolo che, fortunatamente, ne ha limitato le successive trasformazioni. Per questo motivo la struttura urbana, la funzione degli edifici e soprattutto la loro decorazione sono rimaste legate indissolubilmente alla figura del fondatore e alla sua volontà di autorappresentazione.

Vespasiano Gonzaga oggi sorveglia silente il Palazzo Ducale, un tempo luogo della sua residenza, ieratico sulla sua cavalcatura e composto nella sua armatura da parata, esibendo i simboli del suo potere: il bastone del comando e il collare del Toson d’Oro. I suoi resti mortali riposano invece nell’adiacente chiesa dell’Incoronata e mostrano i segni della malattia che gli procurò non poche sofferenze e lo portò alla morte. Il fondatore della capitale-fortezza del più piccolo stato della Lombardia del Cinquecento è ancor oggi intimamente legato alla sua creatura fatta di pietre e di sublimi opere d’arte. Sabbioneta riposa ora in una dimensione lontana dal caos e dalla frenesia delle città limitrofe. Adagiata sulla piana alluvionale con la sua forma a stella è come se uscisse da un quadro metafisico con le piazze porticate su cui la luce tagliente del sole estivo disegna lunghe ombre. La modernità industriale, percepibile dai capannoni e dagli stabilimenti visibili prima di raggiungere la cortina muraria, si arresta contro essa. Al loro interno si percepisce un’aura senza tempo in cui la vita scorre con lo stesso ritmo da quattro secoli. È questo fascino magnetico che seduce e conquista il visitatore proiettandolo in un passato fatto di guerre e nobiltà, di magnificenza e splendori. (Giovanni Sartori)

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 [1] Nel 2008 Sabbioneta è stata inserita dall’UNESCO nell'elenco dei siti patrimonio dell'Umanità per la sua eccezionalità di città di fondazione, costruita in poco più di un trentennio per volontà di Vespasiano Gonzaga Colonna.

3Irma Pagliari, Terra di piccole capitali. Spunti di riflessione sui riverberi di un’identità, in I Gonzaga delle nebbie, cit., pp. 17-23.

2Su queste vicende, Ludovico Bettoni, I Gonzaga dell’Oltre Oglio cremonese, dalla con signoria al feudo imperiale, in I Gonzaga delle nebbie. Storia di una dinastia cadetta nelle terre tra Oglio e Po, catalogo della mostra (Rivarolo Mantovano 2008), a cura di Roggero Roggeri e Leandro Ventura, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2008, pp. 25-37.

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Sabbioneta è stata definita, dall’UNESCO, Patrimonio dell’Umanità. È in chiaroscuro, la storia dell’umanità. Si alternano illuminazioni e abissi. Questa alternanza si è sintetizzata, spesso, in un solo individuo. In Vespasiano Gonzaga, ad esempio, che ricevette a sfida, dai familiari, quell’angolo di terra in eredità punitiva (molte le colpe di cui il principe si era macchiato). Gonzaga si propose di sfruttare le tenebre e le luci che dominavano la sua mente per fare di un modesto territorio (era soltanto una rocca e un antico insediamento) un’Atene, una Versailles personale. Amplificando la realtà oggettiva, e rendendola sontuosa, con gli artifici dell’immaginazione artistica. Gran visionario, il Gonzaga, che si servì di maghi dell’illusionismo come poi il Bibiena: false prospettive, inganni architettonici, sonorità architettate. Scrissi dei versi sulle “false prospettive a Sabbioneta”. Cerco di ricordarli: “L’Atene dei Gonzaga in false distanze, scorci di pensiero anch’esso prospettico inganno... Con l’ariosa ironia del Bibiena, giocoliere di un sole che mai fu nelle minuscole proporzioni… Sabbioneta a trompe-l’oeil, un pronunciarsi illimite di porte in semplici muri... Pare ci svetti la Cupola dell’Incoronata, e i rondoni vanno a sbattere contro le false uscite, resi ubriachi da tanto inganno”.

Luigi Briselli è partito da lontano, interpretando questi antefatti del chiaroscuro storico, per la decisione di stampare le sue immagini di gran fotografo in bianco e nero: lui che, nelle raccolte precedenti sulle atmosfere del Po, si era rivelato uno Stradivari del colore, in tutte le sue superbe sfumature. Quale la conseguenza? Assai importante: ci ritroviamo fra le mani e sotto gli occhi una Sabbioneta “psichica” che racchiude, nella suggestione dei suoi palazzi e costruzioni, i labirinti da cui è nata, le trepidazioni e i sogni di chi ha voluto che nascesse in questo modo. C’è una scoperta in più: Briselli è uscito dai panni esclusivi del fotografo d’eccezione per farsi “storico”. Abbiamo sempre sostenuto un punto: che il vero storico non si limita a raffigurare i fatti, ma ci trasmette l’anima, il viatico viscerale dei protagonisti dei fatti stessi. Mentre fissiamo lo sguardo sulla “Cinta muraria fra i Baluardi S. Elmo e S. Giorgio, con Porta Imperiale” (pag. 37) abbiamo la sensazione netta di udire i passi di Vespasiano Gonzaga Colonna, che si avvicina combattuto fra l’esaltazione per aver realizzato il suo sogno urbano (quei chiari, quasi bianchi, che Briselli fa specchiare nelle tagliate ombre) e il peso, ineliminabile, delle colpe commesse, che avvolgono di tenebra l’esultate. Lo stesso ci accade contemplando il “Porticato di Via Pesenti” (pag. 51), che ritengo fra i risultati più alti dell’operazione. Il bianco e nero sembra gridare la superiorità del suo magnetismo ottico sul colore. E come non restare incantati di fronte alla foto a pag. 61, “Corridor Piccolo, Palazzo Giardino, Corridor Grande, verticali e diagonali”? È musica attraverso l’immagine. Abbiamo citato l’archetto di Stradivari, la cassa di risonanza del suo strumento, ebbene, con il bianco e nero, Briselli trae dalla macchina fotografica tocchi di violino. Segno di una maturità raggiunta nel più efficace dei modi, di uno stile: che può chiedere di più, un registratore di immagini, del titolo della foto a pag. 94: “Scorci di pensiero”? E le visioni prospettiche dell’interno della Galleria degli Antichi (pag. 68 e 69) ottengono, quasi simultaneamente, due effetti: il primo, la solitudine delle cose, graffiata soltanto da un tramonto esterno: il secondo, l’ingresso di ombre che sono anime, un radunarsi di spiriti dei viventi, in una dimensione orfica.

Le illusioni prospettiche si insinuano nel nostro sguardo, euritmia e tragedia si intrecciano. Briselli fa in modo che l’obiettivo dia spazio al cosmo e al microcosmo, al respiro della natura (pag. 90) e al punto di fuga: mirabilmente spicca nel nero quella visione del palazzo, colta come un sogno da Palazzo Giardino (pag. 91). È sempre un gioco di linee tese (pag. 93) questo illusionismo applicato alla luce delle cose, sapendo che la luce non è mai astratta, ma sempre assai viva di forme imprevedibili. Briselli non avrebbe potuto interpretare a tal punto creativo l’arte immensa dell’illusionismo se la sua fotografia non fosse a più dimensioni, se non si dimostrasse che la realtà contiene, in sè, più fantasia di quanto si possa immaginare. È come se la realtà bruciasse di un fortissimo desiderio a essere altra da se stessa, non condizionata dai “limiti del reale”, e la dimostrazione più esemplare l’abbiamo con l’immagine a pag. 112: nel “Teatro all’Antica”, il bianco e nero fa vivere un teatro nel teatro. È la materia dipinta e stuccata che crea l’illusione (di una vivente eternità, di un cielo che non esiste, ma sembra più vero del vero). Si entra in una dimensione vicina alla scienza contemporanea, la quale ci dimostra che la materia si offre per essere vivisezionata, resa, anch’essa, altro da sè, e a convincerci basterebbe la foto di pag. 123: “Silente presenza”, dove basta un isolato bagliore a stravolgere, in un delirio di sogno, l’esistente prefigurato.

“Silenzio accecante” è il titolo dell’immagine a pag. 134. È il punto estremo. Il sole fuso allo stesso silenzio che invade. Vespasiano, il Cavaliere ieratico (pag. 147), avrebbe aggiunto questo catalogo orfico di Briselli a memoria della città che sognò e volle e poi, magari, si sarebbe messo a scrutare, per assorbirla nel sangue, la visione di pag. 165: “Notturno” (mirabile). Confessandosi sul proprio “bianco e nero”, Briselli afferma: “L’ho scelto perché si trattava di separare Sabbioneta dai contesti reali, di sottrarla al fluire del tempo, in cui certo è stata immersa, ma i cui segni potrebbero impedirci di riconoscerla... Ho pensato di privilegiare linee e forme e di suggerire così, anche per questa via, la natura originaria di astrazione mentale della città di Sabbioneta. Bianco e nero infine è il colore dei sogni”.

Di quei sogni che a volte nascono dall’estrema lucidità della ragione. Come accadde in Vespasiano Gonzaga. Come è accaduto in Briselli. (Alberto Bevilacqua)


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