Le cose, le immagini, il testo
Racconto autobiografico attorno allo scrivere di Lalla Romano
di
Morena Tartari

 Fino a dieci anni fa per me Lalla Romano era uno dei tanti nomi letti di fretta sugli scaffali delle librerie. Poi, un giorno, un’amica me ne parlò. Era estate, eravamo in spiaggia a prendere il sole. Lei, neolaureata in lettere, faceva l’assistente all’università e seguiva alcuni laureandi. Raccontò un aneddoto: una ragazza a cui era stata affidata una tesi su Lalla Romano pretendeva di laurearsi senza aver letto l’intera opera dell’autrice, ma solo una piccola parte, quella che riteneva esclusivamente utile alla sua ricerca. La mia amica era scandalizzata: fece un appassionato panegirico dell’opera della Romano, convinta di avere a fianco un interlocutore compente: sicuramente, le risposi, l’autrice meritava un tempo maggiore di quello dedicatole dall’incauta e inesperta laureanda. Mi sentii molto ignorante: solo da qualche mese avevo ripreso a leggere seriamente. Per tutti gli anni dell’università fino alla laurea mi ero dedicata quasi esclusivamente a testi scientifici, a parte qualche breve parentesi nel momento in cui, dopo un esame, riprendevo fiato.

La mia amica si occupava di narrazioni autobiografiche: dopo la laurea aveva vinto una borsa di studio alla Sorbona sull’argomento. Per questo si parlava spesso e piacevolmente di tutto il mondo che ruotava attorno alle sue ricerche come borsista e quindi intorno all’autobiografia. Intanto si prendeva il sole, si cenava nei ristorantini del lido, si faceva un tuffo in piscina. Ho un ricordo piacevole del suo soggiorno a Parigi: le lodi appassionate in favore dei prelibatissimi formaggini francesi e la descrizione magniloquente di ogni anfratto parigino. Ci inventammo anche un’attività rivolta agli anziani, un laboratorio di scrittura autobiografica pensato per l’università della terza età (pardon, università per l’educazione permanente) con tanto di esercizi e percorsi tematici. Andammo anche dalla dirigente giusta, la quale ci liquidò in duecentoventi secondi, perché eravamo troppo-giovani-per-poter-insegnare-qualcosa-a-persone-mature. Distrussi il file del progetto.

Esattamente un anno dopo ero con G. Si parlava spesso dei nostri universi autobiografici: i miei intimi e privati, i suoi pubblicati da vari editori e quindi di pubblico dominio (anche se l’escamotage della fiction rendeva semplice il mascheramento). Riesumai dal fondo dell’armadio gli album fotografici della mia infanzia e li mostrai a G. Cominciammo a parlare seriamente di un laboratorio di autobiografia e a lavorare al progetto. Accumulammo molti testi utili ad approfondire l’argomento. G. mi prestò diversi libri di Lalla Romano. Il mio incontro con lei quindi era stato solo rimandato.

Cominciai da La penombra che abbiamo attraversato. Eravamo a Ischia e mentre G. faceva lezione, io leggevo scomodamente seduta o distesa su uno scoglio a lato del porticciolo di S. Angelo. Non mi accorgevo del tempo che passava, fino a quando G., terminata la lezione, scendeva in paese a recuperarmi per il pranzo. Dopo La penombra lessi d’un fiato, sempre durante la vacanza ischitana, Le parole tra noi leggere. Una volta tornata a casa, dedicai un’intera domenica di ottobre a Lettura di un’immagine, Romanzo di figure e La treccia di Tatiana: distesa su di un enorme divano di cuoio che all’epoca riempiva quasi interamente lo spazio del mio studio, sfogliavo affascinata e rapita quelle pagine traboccanti di storie, di ricordi, di immagini.

La mia era una lettura ingenua, emotiva. Per dirla in breve: leggevo per una metà con il cuore e per l’altra metà con gli strumenti della mia professione in fieri. Il congiungersi di questi due modi fece sì che io mitizzassi l’opera e la scrittrice, spesso cedendo alla tentazione di spingermi in suggestive introspezioni parallele: io, come Lalla Romano, avevo avuto un padre fotografo dilettante e autodidatta, che aveva fatto anche piccole mostre e che ha lasciato migliaia di immagini, prodotte in proprio nella camera oscura dove anch’io, da piccola, partecipavo al misterioso rito magico dello sviluppo e della stampa fotografica.

Poi, nel 2001, Lalla Romano morì all’età di 94 anni, pochi mesi prima della mia nonna materna, a cui ero e sono molto affezionata e alla quale mancavano venti giorni al suo novantatreesimo compleanno.

Che Lalla Romano era morta lo seppi leggendo la notizia sul Corriere della Sera (all’epoca lo compravo ogni mattina prima di andare a lezione). Ho conservato l’articolo, con quella bella foto scattata da Antonio Ria nel 1991, che la ritrae di spalle con la testa adornata da un copricapo ricamato e i capelli candidi a incorniciarlo. Minuta e altera, come la mia nonna. Sul Corriere si citavano l’amicizia con Giulio Einaudi, che l’aveva soprannominata “la cattiva” per sottolinearne l’indomabilità, e una frase dell’omelia di monsignor Ravasi: Lalla ha portato dentro di sé il seme della domanda, una ricerca agostiniana che non aveva fine. C’era anche una poesia di Alda Merini: Addio, Lalla, che hai mutilato i miei giorni / con un po’ di amarezza / pensando a quanto sia lunga la vita e senza pace. / I versi sono quella tremenda tortura / che a volte liberano le ali, / ma solo per poco. / Adesso voli finalmente felice.

Credo che G. non sopportasse quella mia completa devozione al mito di Lalla. Ricordo almeno un paio di episodi in cui le sue parole furono molto aspre nel tentativo di convincermi dell’errore: rimasi quasi offesa. G. sottolineava che con la mia nonna Lalla aveva in comune solo l’aspetto fisico e null’altro: la nonna, moglie di un operaio del mulino costretto a trasformarsi in piccolo artigiano dopo la seconda guerra mondiale, aveva allevato tre figli con pochissimi denari e molti sacrifici: per anni aveva lavorato come perpetua nella parrocchia del nostro paese d’origine e mia madre stessa aveva iniziato a lavorare bambina presso un laboratorio di sartoria.

Io, però, non ne faccio mai una questione di classe: i mondi diversi sono sempre comprensibili e conciliabili: c’è del buono qui come c’è del buono là, e viceversa.

Insomma, trovavo G. fastidioso in tutta quella operazione oggettivante; rivendicavo il diritto all’ingenuità, al romanticismo.

Ma a un certo punto del mio secondo percorso di studi universitari dovetti affrontare la battaglia con G.: lui sosteneva che il mio mito personale nei confronti di Lalla andava “ridimensionato”, lo dicevano anche i testi che stavo studiando per l’esame di letteratura italiana contemporanea. Il manuale-antologia indicato per la preparazione base dell’esame inseriva Lalla Romano tra i “romanzieri borghesi”. Inutile illudersi: come dire, i ricchi hanno un sacco di tempo per pensare e per scrivere delle loro riflessioni, i poveri no e per questo scrivono della realtà. In effetti il manuale recitava: […] al contrario di Natalia Ginzburg, cui talora è stata accostata per certe tangenze tematiche e che come lei attinge a materiali autobiografici anche nelle opere di invenzione, la Romano rifugge dal resoconto cronachistico e preferisce un narrare più mosso, quasi mai subordinato a un ordine cronologico, ma piuttosto alle libere associazioni, per analogia e antitesi, della memoria, con bruschi salti temporali. Fino a qui l’aveva vinta G., ma oltre il manuale veniva in mio soccorso: […] ciò che interessa la scrittrice non è l’abbandono nostalgico al passato, ma appunto l’esattezza, la verità, che si raggiunge con lo strumento di un’analisi e autoanalisi coraggiosa fino alla crudeltà. Dello stile della Romano la critica ha messo in risalto “lo splendore semplice, non esibito” appreso dalla lezione di Flaubert, di cui è stata traduttrice. Questo era quello per cui mi battevo e che ritrovavo anche nel tentativo di Ravasi di sintetizzare in una frase il senso della vita e dell’opera dell’autrice: Lalla ha portato dentro di sé il seme della domanda, una ricerca agostiniana che non aveva fine.

Tra i sei testi di autori del Novecento da portare all’esame di letteratura italiana contemporanea inserii La penombra che abbiamo attraversato: la rilessi tuttavia con occhi “nuovi”, più attenti, meno ingenui e romantici. A poco a poco mi ero procurata degli strumenti che qualche anno prima non possedevo e che rendevano la mia lettura meno emotiva, ma più “tecnica”. Dedicai allora un’altra domenica a Lettura di un’immagine, Romanzo di figure e La treccia di Tatiana. A questi tre libri il manuale-antologia-per-l’esame non dispensava lodi particolari, ma si limitava a citarli descrivendo un “modo” di procedere della narrazione di Lalla: […] La ricostruzione del passato si realizza attraverso le “cose” (luoghi, paesaggi, case e perfino oggetti personali: lettere, documenti, fotografie). Addirittura come commento a serie di fotografie sono costruiti Lettura di un’immagine, Romanzo di figure e La treccia di Tatiana.

Le “cose” che Lalla Romano utilizzava come stimolo per la narrazione, sono le stesse che invito i miei corsisti a portare ai laboratori di scrittura: sono “risorse” dell’io che narra, tesori della vita materiale che danno un senso alla vita “immateriale”, quella interiore, ripensata e filtrata, attraverso i discorsi sulla sua, propria storia. Lalla Romano suggerisce un metodo: è per me una specie di eredità preziosa che basta a motivare la difesa e la valorizzazione della sua opera, indipendentemente dalla crudele autocelebrazione borghese che talvolta la caratterizza.  

Le immagini scelte da Lalla Romano per i suoi libri offrono anche una testimonianza storica, sociale e di costume: le figure e le storie dei protagonisti vengono situate in una prospettiva reale, drammatizzate e confrontate con la Storia.

 Raccontare i libri di Lalla è un’operazione senza senso: i suoi libri vanno “visti”, osservate attentamente le immagini, siano esse suggerite dalla narrazione o riprodotte concretamente nella pagina. L’autrice stessa, nella premessa a Lettura di un’immagine, ci spiega il segreto della sua narrazione: In questo libro le immagini sono il testo e lo scritto un’illustrazione.

Ciò che va detto invece è che Romanzo di figure è un ampliamento, soprattutto fotografico, di Lettura di un’immagine. Il ritrovamento di alcune lastre fotografiche del padre di Lalla, Roberto, consentì alla Romano di arricchire il materiale raccolto in un primo momento. La treccia di Tatiana è invece una serie di fotografie scattate da Antonio Ria in occasione di una “festa in giardino”: le immagini meritano di essere ammirate per la loro perfezione e bellezza, mentre alcuni dei tentativi di costruire la narrazione attraverso di esse possono qui sembrare un po’ artificiosi o forzati.

 Per quanto riguarda l’opera di Lalla Romano, confesso di non averne ancora completata la lettura per intero. La mia amica non me ne voglia, ma credo che talvolta cercare in un autore ciò che ci può essere d’aiuto in un determinato momento e rimandare a un imprecisato domani la comprensione generale dell’opera, sia un’operazione lecita oltre che utile. D’altronde, sono una lettrice lenta e, come tutti i lettori lenti, sono costretta a fare delle scelte.

 Un aneddoto, per concludere. Tre anni dopo la presentazione del progettino all’università per la terza età (pardon, università per l’educazione permanente) ritrovai la dirigente “giusta” tra gli iscritti di un laboratorio che G. ed io fummo invitati a condurre in una località del nord Italia. Lei non mi riconobbe, io feci finta di niente. Al termine del laboratorio, che durò due interi giorni, la signora arrivò da me e G. complimentandosi per la qualità e quantità degli stimoli ricevuti e per la meravigliosa esperienza che le avevamo donata. Cercai di ricordarle che ci eravamo conosciute tre anni prima, che le avevo portato un progettino, si ricordava? Mi disse che assolutamente non si ricordava di avermi mai vista, anzi, che era proprio sicura di non avermi mai ne’ vista ne’ sentita nominare prima. Mi chiese un biglietto da visita. Era interessata a proporre nella sua organizzazione il nostro laboratorio. Non si è mai più fatta viva.

 Post scriptum: G. ha gentilmente autorizzato le citazioni che lo riguardano. Ha inoltre espresso una perplessità: l’uso che qui faccio del passato remoto rende tutto remotissimo. Ahimè, di nuovo l’oggettività si scontra con la soggettività.

 

 

Opere di Lalla Romano

(Demonte, Cuneo, 11.11.1906 – Milano, 26.06.2001)

 

Poesie

Fiore, Frassinelli, Torino 1941.

L’autunno, La meridiana, Milano 1955.

Giovane è il tempo, Einaudi, Torino 1974.

 

Romanzi e racconti

Le metamorfosi, Einaudi, Torino 1951.

Maria, Einaudi, Torino 1953.

Tetto murato, Einaudi, Torino 1957.

Diario di Grecia, Rebellato, Padova 1959; Einaudi, Torino 1974.

L’uomo che parlava solo, Einaudi, Torino 1961.

La penombra che abbiamo attraversato, Einaudi, Torino 1964.

Le parole tra noi leggère, Einaudi, Torino 1969.

Il ponte di quarta, Mondadori, Milano 1969.

L’ospite, Einaudi, Torino 1973.

La villeggiante, Einaudi, Torino 1975.

Pralève, Einaudi, Torino 1975.

Una giovinezza inventata, Einaudi, Toprino 1979.

Lo Stregone, Stampatori, Torino 1979.

Inseparabile, Einaudi, Torino 1981.

Nei mari estremi, Mondadori, Milano 1987.

Un sogno del Nord, Einaudi, Torino 1989.

Le lune di Hvar, Einaudi, Torino 1991.

Opere, Mondandori, Milano 1991 e 1992.

Un caso di coscienza, Bollati Boringhieri, Torino 1992.

 

Albi fotografici

Lettura di un’immagine, Einaudi, Torino 1975.

Romanzo di figure, Einaudi, Torino 1986.

La treccia di Tatiana, Einaudi, Torino 1986.

Terre di Lucchesia, Pacini Fazzi editore, Lucca 1991.

 

Cataloghi

Lalla Romano pittrice, a cura di Antonio Ria, Einaudi, Torino 1993.

Lalla Romano. Disegni, a cura di Antonio Ria, Einaudi, Torino 1994.

 

Traduzioni

Gustave Flaubert, Trois contes, Einaudi, Torino 1944.

Eugène Delacroix, Journal, Chiantore, Torino 1945 ; Einaudi, Torino 1994.

Béatrix Beck, Leon Morin, prêtre, Einaudi, Torino 1954.

Gustave Flaubert, L’éducation sentimentale, Einaudi, Torino 1984.

 

 Per una completa cronologia della vita e delle opere si veda quella a cura di Antonio Ria, posta in appendice a La penombra che abbiamo attraversato, nell’edizione Einaudi del 1994.

 

 

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