Le Officine Meccaniche Reggiane rappresentano esse stesse un corso accelerato di storia del Novecento. Nate nel 1901, chiusero definitivamente i battenti nel 2008; 107 anni di attività, dunque. Attraversarono due guerre e lo sciopero più lungo della storia industriale italiana, produssero pezzi di artiglieria e aerei, trattori e locomotive. Durante il Secondo conflitto mondiale, con un numero di dipendenti che oscillava fra 11.000 e 12.000, erano la quarta fabbrica italiana per grandezza, superata solo da Fiat, Breda e Ansaldo. Non per niente vennero bombardate e rase al suolo dagli aerei degli Alleati il 7 e l'8 gennaio 1944. Se una parte del prezioso archivio storico dell'azienda è ora conservato presso Istoreco, gli imponenti capannoni delle Reggiane sono ancora in piedi lì dov'erano una volta; una parte del cantiere ha già preso avvio ma la quasi totalità degli spazi è ancora in via di smantellamento. Una volta brulicanti di maestranze, i Blocchi delle Reggiane ospitano ora un immenso atelier di quella che viene definita a torto o a ragione street art. In particolare lavorano e sperimentano su quelle altissime pareti i più celebri - in alcuni ambienti addirittura famosi - esponenti reggiani: Collettivo Fx, Psico Patik, Reve, Lyra, Caker, Rhiot. Sulla parete esterna dell'ex Blocco 18 vi si trova pure il contributo artistico di Blu, cresciuto in ambiente bolognese e considerato nel 2011 dall'Observer uno fra i 10 migliori street artist al mondo. Le tecniche, le dimensioni, i temi sono fra i più vari: si va quindi dai volti di due metri d'altezza opere del Collettivo Fx alle composizioni di Psiko Patik (notevole una sua re-interpretazione de "La Passione di Cristo"). Sui grigi muri delle Reggiane, fra scooter smontati a pezzi e qualche siringa di troppo, prendono insomma vita bizzarre figure di imponenti dimensioni: pipistrelli, pesci, locomotive, gigantesche mani umane. I rimandi all'arte di strada della New York degli anni '70, all'opera di Basquiat e di Keith Haring (per citare i più celebri), sono evidenti. E i nomi degli artisti reggiani svettano in alto, dipinti tramite scale e impalcature, fra un omaggio a Keith Haring appunto e una trave ancora per miracolo non crollata. Fra i nomi attivi alle Reggiane spicca inoltre quello di Gora, originario di Bellaria, autore dell'opera che decora la facciata esterna del circolo Arci Pigal. Reggio Emilia, d'altronde, non è nuova alle collaborazioni con questi street artists, soprattutto grazie alla volontà della Circoscrizione Nord-Est: già nel 2009 un team di writers spagnoli aveva lavorato alla facciata delle case popolari di via Candelù; da due anni, inoltre, sia Psiko Patik che il collettivo Fx sono all'opera sulle pareti dell'ex Circolo Pistelli di via Bligny, ora denominato Atelier Bligny. È tuttora controversa l'interpretazione che si dà all'attività di questi artisti di nuova generazione, opinione spesso dettata da superficialità e scarsa vastità di vedute; nonostante il "divieto d'accesso" le Reggiane hanno mutato silenziosamente destinazione, destinazione transitoria purtroppo dato il destino a cui sono condannati i suoi Blocchi. Qualunque sia il giudizio che si voglia dare a questo fenomeno, "E' tutta questione di prospettive", come recita una imponente scritta a pennello sulle pareti delle Officine Reggiane. (Aspettando l'Area Nord, ecco l'atelier Bligny di Andrea Montanari in Gazzetta di Reggio del 14 giugno 2013)