Autore: Samuele Galeotti - Titolo: Pirola Parola – Storia e tradizione del panevin de’a Pifania di Noale - Struttura:  96 pagine – 50 fotografie in bianco e nero (retino stocastico) – Stampe dell’autore su carta baritata - Testi: Giacomo Dal Maistro, Dino Libralato - Introduzione: Ulderico Bernardi - Formato: 24 x 33,5 cm - Cartonato - Editore: Terra Ferma/Vicenza – Pro Loco di Noale - Stampa: Grafiche Antiga/Cornuda/TV - Prezzo: euro 25,00 - Anno 2006 - Codice  ISBN 978-88-89846-46-9

PARLARE AL FUOCO
di Ulderico Bernardi

Il fuoco è forse la prima lettera dell’alfabeto simbolico. Dove si alza la fiamma, in un qualche rito tradizionale, si ha immediata percezione dell’importanza e dell’arcaicità dell’evento. Non a caso cerimonie con roghi accesi nella notte avvengono in prossimità del passaggio dell’anno, quando i movimenti cosmici annunciano l’equinozio d’inverno. Il sole è al suo punto più basso all’orizzonte, la terra giace stremata dal gelo. Gli uomini, in tempi remoti vivevano con turbamento il diminuire delle ore di luce, temevano che il buio avrebbe inghiottito la chiarità. Questo avrebbe significato non più nuovo cibo, né frutti né messi in avvenire. Ecco allora che la comunità, mai rassegnata, chiama a raccolta ogni vita e si rivolge al cielo per avere salvezza. Si stringe in una manifestazione collettiva che è insieme preghiera, festa e sfida. Sollecita il sole morente a rinascere, a scaldare di nuovo, a illuminare il futuro. Questo, si può credere, è lo scenario dove si colloca il rito del Panevìn, o Casèra, Fogheràta, Bubaràta, Pirola Parola, e altri nomi ancora, che in nulla mutano il valore e il senso della celebrazione mediante il fuoco. Nato, è il caso di dirlo, nella notte dei tempi, se ne hanno testimonianze di diffusione in tutto il Veneto fino all’Ottocento. Lo registra, tra l’altro, l’inchiesta sugli usi e costumi locali promossa dal Regno Italico nel 1811. Ovunque, scrivono i corrispondenti – generalmente colti parroci, professori di liceo, maestri – si accendono stelle di carta che i ragazzi portano di casa in casa, augurando prosperità per l’anno che viene. Ma la cerimonia più suggestiva è quella dei roghi nelle contrade. «Grazioso è l’aspetto dei fuochi ch’ardono sparsi per la campagna nella sera che precede l’Epifania» informa Giuseppe Monico, che ha cura d’anime a Postioma ed è letterato insigne, «non v’è famiglia che per quanto scarseggi di combustibili almeno nella sera della vigilia non accenda un po’ di fuoco». Dal Trevigiano al Veronese: «Nel giorno dell’Epifania, comunica l’informatore dalla città sull’Adige, vengono da’ fanciulli raccolti de’ mucchi di paglia, spine e virgulti, ed appiccatovi fuoco, un’ora dopo il tramontare del sole, ne mandano tant’alte le fiamme quanto possono trovare più o meno esca onde nutrirle». Nell’Udinese i fuochi s’accendono sulla sommità dei colli, «al grido d’alcuni auguri d’abbondanza fatti da ragazzi, mentre qualche attempato direttore intuona delle preghiere». Il vicentino don Antonio Meneghelli fa cenno agli auspici che si traggono dalla direzione presa dalle faville: «Spinte dal vento verso il Nord-Est argomento prendono di temere scarsa raccolta e infelice stagione; tutto il contrario se verso il Sud-Ovest sono dirette». Modalità e usanze che risultano tuttora ben radicate in alcune parti del Veneto, mentre in altre si sono perdute. La novità è che da qualche decennio c’è stata una ripresa dell’antico rito. Mentre sembra scomparsa la festa del fuoco che ugualmente si svolgeva per il solstizio d’estate. Salvo, per il rovesciamento australe delle stagioni, tra le comunità dei discendenti della folta emigrazione veneta in Brasile, per le quali la fine giugno è il cuore dell’inverno. Le cante e le invocazioni rivolte al fuoco sono quelle di sempre. Si dice: ciamàr el Panevin, interpellare il fuoco come un oracolo. E sono domande molto concrete per l’esistenza: Che Dio ne dae la sanità, e panevin! S’invoca la salute e la sazietà con il cibo più proprio: pane e vino, con tutta la valenza del sacrificio eucaristico. Panevin! Che e panòce vegna bee, da lontan e da vessìn. E panevin! E ancora: Poenta e figadèi, pa’ i nostri tosatèi, e panevin! Talvolta si chiede la tranquillità per l’intera famiglia: La massèra su’a panèra, el putin sul so letin, el paròn sul caregòn, e panevin! Molte altre ancora sono le cante, differenti solo per la pronuncia locale del dialetto o per qualche particolare. Ma il significato ovunque resta il medesimo, si chiede al cielo la serena abbondanza, in tavola e nelle pacifiche relazioni tra gli uomini. Contro le carestie, in primo luogo, che in altri tempi non lasciavano altro scampo che la questua o l’emigrazione. Anche i segni del tempo, la meteorologia tradizionale, ripetono la previsione antica: Se le falìve va al garbìn prepara el caro pa’ndar al molin, se le va a matìna tol su el saco e va a farina. Non si parla al fuoco se non lo si vede come immagine d’altro. Del calore che esprime lo spirito di comunità, dove si conferma la solidarietà tra le generazioni. Della luce, che vince le tenebre del male, della fame e dell’ignoranza. Dell’Eterno, perché la fiamma punta in alto, e se alimentata non cessa mai di ardere. Il Panevin, o comunque si chiami, è il cuore rituale di una rinnovata alleanza tra Terra e Cielo. Così che strettissimi risultano i legami con la maggior festa della cristianità: il Natale di Cristo. In molte case, necessariamente dotate di focolare, era d’uso una volta di consumare il pasto natalizio davanti a un grosso ceppo, posto ad ardere con lenta combustione sulla pietra dove ogni giorno si coceva la polenta. El nadalìn, acceso dal vecchio di casa, doveva conservare un po’ di brace fino al giorno del Panevin. Allora, il più giovane membro della comunità familiare avrebbe dato fuoco alla pira con questa scheggia del fuoco familiare. Dalla piccola cerchia domestica, al più grande rogo di vicinato, magari collocato in uno spazio di terra condiviso, come il crocevia di una strada rurale. Dove tutte le famiglie accorrono. E in ciascuna ci si presenta per consumare la pinsa, il povero dolce di farina di mais e uva passa, cotto sotto la cenere. Da mandar giù con robuste sorsate di vino. La tradizione sollecita a mangiarne almeno di sette qualità. In altri termini, entrando nelle case di sette diverse famiglie, celebrando una sorta di comunione collettiva, tra gente che si darà mutuo sostegno nel momento del bisogno, a principiare dai grandi lavori di falciatura e di raccolta. Era talmente povera e pesante da digerire la pinsa, da essere entrata fra i modi di dire popolari: te si ’na pinsa! si diceva a chi era tardo nei movimenti. La liturgia cerimoniale prevede anche di collocare sul culmine della pira un monumento combustibile, come l’indicavano i vecchi studiosi: la vècia. Anche questa figura di donna grifagna, vestita come capita e con il capo avvolto nel fazzolettone, assume diverse denominazioni: maràntega, che taluni fanno derivare da mater antiqua, oppure redòdesa, cioè regina del tempo che corre fra Natale e l’Epifania – dodici giorni, appunto – nel passaggio dal vecchio al nuovo anno. Anche befana, intesa come corruzione della parola Epifania. La vècia, emblema delle disgrazie passate, si brucia con gli scarti della natura, per far posto al nuovo che viene. In termini burleschi la si ritrova protagonista dei processi di mezza quaresima. In un sussulto di carnevale, quando giudici mascherati le imputano tutte le nefandezze dell’anno trascorso, e la mettono al rogo. Uno sfogo liberatorio, con cui la comunità locale richiama ciascuno a stringersi intorno ai suoi valori, alla sua identità e appartenenza. Per affrontare senza timori i giorni e le stagioni che verranno, e il corollario di eventi che coinvolgono persone, famiglie e paesi. Va ricordato che nella tradizione veneta il giorno dell’Epifania è indicato come Pasqueta, la piccola Pasqua, il giorno beato in cui il Bambino Gesù si presenta all’adorazione del mondo. Povere genti che giungono d’ogni dove ad adorarlo. Potenti, maghi e re, che recano doni al Figlio dell’Uomo. Anche questo termine è raccolto nell’abbecedario del vecchio dialetto, quanto meno nell’indicare i progressi della luce sul buio. Si dice infatti che in questo arco di tempo, a cavaliere dell’anno, la luce si accresce nelle giornate secondo questa misura: A Nadàl un pie de gal, a Pasqueta un’oreta! Pasqueta, annuncio di nuove ere, di speranza e d’amore per ogni prossimo: stranieri, locali, estranei, amici. Ora che la nostra terra conosce nuovi insediamenti, di tanta gente di diverse origini, queste persone vanno avvicinate alla nostra cultura anche facendo loro intendere il significato dei riti da cui ricava senso l’esistenza della comunità. Facendo posto anche a loro intorno al Panevin, si trasmette un messaggio di buona volontà nell’integrazione, facendo capire quanto profonda e radicata sia la tradizione da conoscere e rispetta


SUGGESTIONI DEL TEMPO. L’IMMAGINE E LA PAROLA.
di Lodovico Martini

Nell’era tecnologica della ricerca assoluta della certezza, ove tutto viene consumato prima ancora di essere, ove tutto è valore solo se è proiettato al futuro, perché voler conservare una tradizione? Parliamo di una tradizione ancorata a riti, ancestrali, che di certo ha solo un modello di rappresentazione, storicizzato nella struttura, ma continuamente rinnovato nell’attualità presente da cui trae spunto e vivacità. Probabilmente non c’è una ragione a tutto questo. Come non c’è una spiegazione alla partecipazione costante, tra il serio e il divertimento di migliaia di persone che ogni anno sfidano i rigori dell’inverno per riviverla in Piazza Maggiore (XX Settembre) a Noale, per ritrovare quei sentimenti vagamente religiosi e paganeggianti che fino a pochi decenni fa erano alla base del rito della Pirola Parola. Quando tutto ruotava attorno alla produzione agricola e ciascuno conosceva, amava e profondamente rispettava il naturale ciclo delle stagioni, trovando in esso il più alto senso della vita. Altri parleranno con competenza delle origini di questo esorcismo collettivo, mentre noi vorremo fingere di riflettere sull’importanza del messaggio che ne può derivare, se, solo per un istante, ci fermiamo a valutare come la magia legata alle origini sia rimasta pressoché intatta pur nel continuo rinnovarsi delle forme, dei modi e della lingua che l’hanno trasmessa nei millenni. Della Pirola Parola si potrebbe dire che è un patrimonio della comunità, così come lo sono le città murate, le chiese, i monumenti in genere, l’archeologia. Essa va conservata difesa e vissuta così come è doveroso fare per un centro storico, per un palazzo, per una chiesa. In più, analizzandola a fondo, vediamo come essa sia lo spaccato reale e speculare dell’evoluzione millenaria della vita nel nostro territorio: dai riti in onore del Dio Sole, ai fasti di Saturno e Proserpina, fino all’adorazione dei Magi, giunge a noi, legata ad una valenza comune: la creatura che affida la vita ad un essere superiore, arcano, una divinità, a cui offrire, supplicare, esigere: tre modi d’essere dell’uomo, conflittuali e mai superati, che ancora in vario modo convivono e confliggono. Il rituale, nel tempo, ha continuamente sofferto e goduto della mutata situazione sociale e storica, sempre conservandosi e sempre rinnovandosi per continuare a suscitare suggestioni ed emozioni fuori dal tempo, ma sempre coerenti con il momento in cui viene interpretato. Nella stagione più forte dell’abbandono della campagna, dell’inurbamento dei contadini, quando sembrava d’obbligo rinnegare i valori della Madre Terra Agricola, il nostro concittadino Giacomo Dal Maistro ha ripreso la tradizione. Noi abbiamo raccolto l’eredità. Con amore l’abbiamo studiata e sviluppata. Ora, queste suggestioni del tempo, sono immagini e parole che ci onoriamo di offrire a quanti amano le proprie radici e la propria terra.


SAMUELE GALEOTTI (Urbania/PU, 1951) Vive a Noale. Negli anni Settanta, come fotografo autodidatta, scatta le prime foto in bianco e nero sull'ambiente e sui personaggi della sua città, non tralasciando mai le sperimentazioni con trasferimento delle sue immagini in serigrafie a mano e a tiratura limitata. Dopo periodi più o meno intensi di ricerca, di mostre e concorsi in cui ha conseguito premi e riconoscimenti, la sua attenzione si è rivolta sempre più alla progettazione e alla realizzazione di libri come autore per liberare il suo eclettismo e la sua sensibilità visiva con diversi e articolati linguaggi fotografici. Tra le su pubblicazioni più importanti : Mestre : realtà e promesse di una città incompiuta, Arsenale Editrice, Venezia, 1991; Racconto per immagini, Unpli, Consorzio del Decumano, AZ Società editoriale, San Martino di Buon Albergo (VR), 1993; Minima Astrologica. La boite à Jouijoux, Milano, 1993; Noale dei Tempesta, Rotary Club Noale, 1998; Trebaseleghe: storia di un territorio di frontiera, Grafica Veneta, 2002; Tra la terra e l'acqua. Il Parco di San Giuliano a Mestre, Marsilio Editori, Venezia, 2005; Pirola Parola. Storia e tradizione del panevin de ‘a Pifania di Noale, Terra Ferma, Vicenza – Pro Loco di Noale, 2006; Arnaldo Gamba by Roncato Gallery - Racconto fotografico in bianco e nero, 2006.