“New York, The invisible city” è l’ultimo progetto fotografico a cui Viviana Peretti sta lavorando, da circa un anno. Le fotografie che presentiamo sono solo una minima parte, un piccolissimo “assaggio” delle migliaia di scatti prodotti per questa ricerca a lei molto cara, e nella quale la sua presa di coscienza visiva, e la capacità di elaborazione e trasfigurazione della realtà raggiungono grande maturità professionale.

Se dovessimo definire il lavoro di Viviana con un concetto semplice ed efficace, per comunicare in modo immediato ed inequivocabile almeno una parte del senso del suo operare, se dovessimo darle un’etichetta insomma, potremmo forse accomunarla al filone della fotografia umanista, quella per intenderci di Édouard Boubat (1923-1999), Robert Doisneau, (1912-1994) o Willy Ronis (1910-2009). Oppure, potremmo andare con la mente a Trent Parke, l’enfant prodige, lo street photographer australiano, al quale Viviana può forse essere avvicinata, ma, io credo, più per una analogia visiva che per vera mozione ispiratrice. Troppo intellettualistiche le fotografie di Parke, troppa passione nelle fotografie di Peretti.

Ma è chiaro che ogni etichetta è limitativa, perché l’impronta molto personale che Viviana dà al suo lavoro, e che rende le sue fotografie nettamente identificabili – cosa non sempre agevole in fotografia – è la grande dose di presenza umana percepibile dietro le quinte delle sue immagini, cioè a dire, nella mente del fotografo. Un'impronta partecipe, un po' antica e un po' dolorante e assorta, vicina più alle realtà che oggi definiremmo “perdenti” più che ai vincenti sociali. I “luoghi” che Viviana frequenta sono spesso luoghi psichici e intimi piuttosto che luoghi fisici e concreti, pur da questi ultimi movendo l’ispirazione del suo lavoro.

Se andiamo per un attimo al suo viaggio fotografico tra la comunità di travestiti e transessuali di Bogotà, cioè al progetto “Uomo Donna Uomo”, un soggetto difficile dal punto di vista umano, seppure forse “pittoresco” e fotogenico, ci accorgiamo che tutte quelle persone, che vivono in modo particolare la loro vita intima e privata, continuano non di meno ad essere persone vere, e non diventano mai dei “mostri”, tanto per citare un altro nome famoso, alla Diane Arbus.

I lavori di Viviana acquistano particolare efficacia nella dimensione del “reportage”. Nella sequenza, o nei montaggi video, lei elimina l’esigenza di didascalie esplicative, e sviluppa il racconto in modo efficace e coinvolgente. I testi che a volte vengono intercalati alle fotografie si limitano a favorire o suggerire l'ingresso in un territorio emotivo del quale partecipano le immagini. In sostanza, all’occhio fotografico, Viviana unisce la mente “registica”. Tra i suoi lavori migliori in questo senso ricordo, oltre a questo progetto su New York, il già citato “Uomo Donna Uomo” e “Terra di Nessuno”, un reportage tra i cimiteri colombiani.

Dice Viviana: «oltre alla fotografia cosiddetta di “denuncia”, amo la fotografia che cattura momenti non predeterminati, dove non ci sono appuntamenti, dove il fotografo non fa visita a nessuno per raccontare la sua storia, dove non esistono “fixer” né contatti. Una fotografia lontana anni luce dal fotogiornalismo d’assalto e pornografico che troppo spesso riempie le prime pagine dei giornali con la presunzione di raccontare la realtà per – dicono, e si illudono – modificarla. Un fotogiornalismo più pieno degli ego dei reporter che della necessità vera, profonda, onesta di aiutare chi non ha voce a fare in modo che, come diceva Henri Cartier Bresson, il suo urlo si elevi sull’indifferenza dei più.» E ancora: «Amo la fotografia fatta con l’unico ausilio di buone gambe e tanta curiosità. La fotografia di chi cammina alla ricerca dell’essenza di un luogo, un paese sconosciuto, una città da decifrare senza pretendere di cambiare il mondo ma solo per dare una delle tante possibili, infinite, chiavi d’interpretazione della realtà che ci circonda ed alla quale spesso diventiamo impermeabili.»

Di The invisible city dice: «New York, The invisible city è un viaggio attraverso questa caotica e sempre troppo occupata metropoli. L’interscambio di parole, desideri e memorie, tipico di molte altre città, spesso non avviene qui, dove ombre solitarie attraversano la metropoli affrontando il paradosso tra il mito di New York come un’isola di salvezza per molti immigrati e il deserto umano che spesso riceve i nuovi arrivati. Il villaggio globale di cui parlava McLuhan non esiste. Perchè – dice Kapuscinski – villaggio vuol dire vicinanza, calore e intimità; copresenza e coesistenza; compassione e comunione. New York non è un villaggio globale ma piuttosto una metropoli distratta dove persone sempre troppo nervose e occupate camminano indifferenti le une alle altre, senza il desiderio di nessun contatto.»

Credo - pur a rischio di un’accusa di vuota retorica - che la visione del mondo che offre Viviana dovrebbe essere, per tutti, la visione del futuro: partecipazione e unità tra le varie culture, solidarietà in tutti i sensi. E questo è un altro dei punti di forza della nostra fotografa, non molto diffuso per la verità nella moderna società delle immagini, dove la dimensione riflessiva e partecipe non è certo tra quelle più accettate e diffuse.


Viviana Peretti (Frascati, 1972), dopo la laurea in Antropologia conseguita a Roma, si è trasferita in Colombia dove ha vissuto per molti anni. Conseguita nel 2002 la specializzazione in Fotografia all’Universidad de Los Andes, a Bogotà, nel 2004 si è specializzata in Giornalismo Digitale, Culturale ed Internazionale all’Universidad Jorge Tadeo Lozano, e nel 2005 ha conseguito il diploma in Estetica del Documentario all’Universidad Externado de Colombia, nella stessa città colombiana. Ha da poco ottenuto (2010) il diploma in Fotografía Documentaria e Fotogiornalismo, all’International Center of Photography (ICP), di New York.

Contemporaneamente ai percorsi di studio e approfondimento, Viviana ha lavorato come reporter freelance per diverse riviste internazionali (2000-2009) e ha partecipato nel 2006 al progetto fotografico “+ Arte – Minas” promosso dall’UNICEF in Colombia. Tra i suoi reportage e progetti più importanti ricordiamo: Paese Sfollato, reportage sulla tragedia degli sfollati in Colombia (2006-2009), Opposizione al Muro, graffiti a Bogotà, quasi l’unica forma di protesta possibile nel paese (2008-2009), Uomo → Donna → Uomo, viaggio fotografico nella comunità dei travestiti di Bogotà (dal 2008, in corso), Terra di Nessuno, reportage sui cimiteri colombiani (dal 2007, in corso), e il progetto che qui presentiamo New York, The invisible city, viaggio fotografico alla scoperta di un’enigmatica metropoli (dal 2009, in corso).

Numerosi i premi conseguiti in concorsi internazionali, e le mostre a cui ha partecipato, l’ultima delle quali è la collettiva Of Bodies and Other Things, all’International Center of Photography, New York (2010).

Sul progetto qui presentato Viviana ha prodotto anche un video facilmente rintracciabile in Youtube (New York, The invisible city).