Ovada
di
Andrea Repetto

La piccola città millenaria apre al visitatore la sua porta di settentrione e vorrebbe mostrarsi con l’aristocratica immagine che le si addice, ma… non se lo può permettere, non più. Del castello che dominava la confluenza dei due torrenti che ne hanno deciso la fisionomia, ovvero Orba e Stura, da centocinquant’anni esistono solo la memoria storica ed alcune vedute ed incisioni d’epoca. Questa prima impressione può senz’altro essere una importante indicazione per il viaggiatore contemporaneo che sta per scoprire un luogo antico, ricco di testimonianze, che al tempo stesso ha vissuto svariate trasformazioni urbanistiche nelle diverse epoche, spesso così garbate da far convivere in grande armonia i diversi caratteri architettonici. L’ingresso da nord è quello che ancor oggi viene considerato come una vera e propria “porta di città” e sotto al vestito dell’ottocento, immediatamente, mostra il suo cuore più antico, anzi i suoi cuori; infatti è riduttivo parlare di un unico centro storico perché i diversi nuclei, comunicanti tra loro, oggi come un tempo continuano ad essere riconoscibili: il Borgo di Dentro, il Borgo di Fuori, la Voltegna, le contrade dei Cappuccini e quella di Sant’Antonio e appena di là dell’Orba il Borgo. Non frazioni, più propriamente rioni, che fino a non molti anni fa disponevano di propri servizi essenziali per la comunità, al punto da essere autosufficienti. Queste caratteristiche, sia pure se non immediate, si possono ancora riscontrare, passeggiando magari in un orario particolarmente tranquillo. La zona compresa tra via Cairoli, via San Paolo e piazza dell’Assunta è ancor oggi sinonimo di aggregazione, specie nei giorni di festa o di mercato, mentre spostandosi di poco, verso piazza Mazzini e via Roma, i ritmi si allentano e si ha quasi la sensazione di trovarsi improvvisamente in un altro posto. Uno degli aspetti che si nota con maggiore facilità è la differenza negli stili dell’architettura: vicoli stretti collegano le strade maggiori, palazzi di impronta genovese si alternano ad altri di marcata ispirazione francese, fino ai palazzotti nobiliari ancor oggi di inequivocabile identificazione, non fosse altro perché non aderenti alle costruzioni vicine. Allontanandosi dal centro storico, seguendo percorsi differenti, pian piano si arriva alla scoperta di un’Ovada più moderna, quella del novecento, che ha trovato una naturale espansione verso l’esterno, seguendo la risalita sia dell’Orba che dello Stura. A differenza di molte altre realtà anche vicine, questo sviluppo urbano è avvenuto consentendo sempre un grande respiro alle costruzioni che, avvicendandosi, davano volto ed estensione nuovi alla città. Si è trattato di un inevitabile adattamento a quelle che sono state le crescenti esigenze della vita economica locale. Su una prevalente agricoltura vitivinicola hanno preso il sopravvento l’artigianato e la piccola industria, quindi il commercio, ma fortunatamente contenendo in maniera accettabile l’impatto sul paesaggio e limitando gli insediamenti di maggiori dimensioni a poche e circoscritte aree periferiche. Non si è quindi trattato di cancellare identità precedenti, anzi talvolta di rafforzarle. Parlare di Ovada, oggi come un tempo, significa parlare di quella che continua ad essere l’ eccellenza più importante e giustamente famosa: il Dolcetto d’Ovada, vitigno ed omonimo vino, di cui nei primi anni dell’ottocento l’insigne botanico Giorgio Gallesio fa menzione nel volume “La Pomona Italiana”; senza dimenticare che tra i vini piemontesi è da sempre tenuto in particolare considerazione. Ben due sono i disciplinari che lo riguardano: il riconoscimento D.O.C. del 1972 ed il più recente D.O.C.G. del 2008, quest’ultimo per la variante “Superiore”, con un affinamento di 12 o 24 mesi, altrimenti definito “Ovada”. La cultura del vino quindi è uno dei punti di forza del territorio, in cui c’è continuo interesse e volontà di valorizzazione. Una città che sa essere a tratti animata ed a tratti particolarmente tranquilla, con un perfetto equilibrio anche se questo spesso accade contemporaneamente; gli importanti eventi che si svolgono in ogni stagione dell’anno, tra cui l’ormai storico e sempre affollato mercatino dell’antiquariato, pur trovando collocazione nelle zone di maggiore interesse, permettono una visita sempre piacevole. Ovada è un luogo composto da infiniti particolari, che non sfuggono ad un attento osservatore, specie a chi è solito guardare in ogni direzione e soprattutto in alto, ma è nello stesso tempo una città capace di riservare continue sorprese a chiunque, anche a chi la vive quotidianamente ed ha voglia di approfondire, magari scoprendole di sera, accompagnato dall’illuminazione artificiale, oppure sotto la pioggia o, perché no, in una giornata di nebbia.

Andrea Repetto (1962) è un fotografo impegnato prevalentemente nella rappresentazione del territorio, nella fotografi a di architettura, di paesaggio e nell’esecuzione di immagini destinate alla pubblicità. È particolarmente attivo nella diffusione della cultura fotografica, sia attraverso recensioni che articoli di critica, nonché come curatore. Ha esplorato differenti ambiti del linguaggio fotografico moderno, passando anche attraverso alcune forme di sperimentazione. Da alcuni anni la sua ricerca lo porta a riflettere sul concetto di “presenza-assenza dell’uomo”, autoproducendo diversi progetti in costante evoluzione, accomunati da un metodo di indagine derivato dalla sociologia contemporanea. Cultore della Fine Art, sue fotografie sono conservate in collezioni pubbliche e private, tra cui la Bibliothéque Nationale de France. Vive a San Cristoforo, lavora tra Ovada e Venezia. Tra le pubblicazioni meritano menzione: “Scrivia, fotografi e lungo il corso del torrente” (1999); “Cuore di Cabanè” (2003); “A+d’Autore – Monferrato terra senza confini” (2006); “Pastres, pastori, bergers” (2007); “Lezioni di paesaggio” (2009); “Ovada Incontemporanea Festival - Diario 2008 di Andrea Repetto” (2009); “Album – La Casaccia” (2011).