Dal ‘limite’ al ‘con-fine’, appunti di viaggio di Michela Orbani, così potrebbe essere letta quest’ultima serie di opere della fotografa goriziana, ma veneziana d’adozione, Michela Orbani, la quale dopo un lungo lavoro svolto sul tema del ‘confine’, soggetto a lei caro anche per un vissuto intenso, in cui quel confine tra l’Italia e la Slovenia non era solo simbolico, ma carico di tutta una fisicità del limite ed i cippi poco lasciavano di illusorio o sospeso. Ora quel con-fine diviene un viaggio attraverso la riviera marchigiana, il confine tra la linea ferroviaria ed il mare, in cui lo sguardo coglie dei frammenti di paesaggio. Quella cesura netta data dalla ferrovia che taglia in due il paesaggio, dandogli una forte connotazione individuale, suggerisce all’autrice una nuova demarcazione su cui riflettere. Per questa fotografa l’importante è il progetto e lo dimostra con la scelta del tema oggi qui presentato.  Per cui l’opzione del paesaggio non è casuale ma si presenta quasi come uno studio antropologico ‘sul campo’. Il viaggio nel quotidiano rinvia ad un vissuto esperenziato, non solo per il percorso fatto, più e più volte su quella stessa linea ferroviaria, in quel tratto a lei tanto caro anche per motivi personali di affettività, ma per la scelta mai casuale delle inquadrature e per quella tanto incisiva sequenzialità diegetica. Ancora, la scelta tecnica di desaturare cromaticamente l’immagine crea una distanza quasi trasognata e senza tempo.  (Susanna Zattarin)


Viaggio nelle immagini di Michela Orbani
di
Toni Toniato

Occorre specificare subito che uno dei soggetti principali della fotografia di Michela Orbani si riferisce al concetto e ai luoghi di frontiera intesa non soltanto quale punto geografico, e neppure come mobile barriera o spazio limite - tanto fisico quanto simbolico - di realtà diverse se non opposte, bensì come un insieme in questo caso dinamico giacché concernente il territorio naturale,  l’ambiente sociale, il paesaggio urbano, da identificare in maniera tutt’altro allora che convenzionale con ogni aspetto - reale o metaforico - di “soglia”. Come a dire un termine che non ha termine, tanto  che  tale movente che l’ha spinta  dalla sua vocazione per l’architettura, ad operare invece, in modo  esclusivo con il linguaggio della fotografia, non si limita a trasformarsi e risolversi poi nella semplice finestra dello sguardo aperta sul mondo, ma diviene piuttosto la prospettiva di un continuo s/confinamento tra interiorità ed esteriorità, tra esperienza ed immaginazione, tra il di qua e la di là del reale. Anzi per lei costituisce qualcosa di più o, meglio è qualcosa di altro della realtà e che risiede nello stesso pensarlo, nell’esperire perciò la sua condizione appunto originaria che mette allo stesso momento e livello la parte con il tutto e viceversa. Magari la scelta sul piano conoscitivo e visuale di una simile arrischiata problematica già doveva rivestire per lei, goriziana di nascita, un’esigenza profondamente necessaria e comunque irrinunciabile, maturata per di più da ragioni e stati d’animo vissuti durante la giovinezza, quando ancora viveva con la famiglia in una casa a pochi passi dalla linea di confine. Fin dagli esordi come fotografa questo tema è stato non solo infatti centrale ma del tutto invero congeniale per orientare e focalizzare dunque le sue inquadrature soprattutto su quei luoghi particolari di confine, attraverso le quali ha declinato sin d’allora dei contenuti peraltro non solo formali dell’immagine rappresentata, riannodando il loro significato alla presa diretta di una ricognizione anche documentale che si innestava in quella antropologia visiva attorno alle stesse realtà del “paesaggio quotidiano”, in una corrente del pensiero artistico che in Italia era rappresentato da straordinari esponenti tra cui grandi maestri della fotografia come Luigi Ghirri, Gianni Berengo Gardin, Guido Guidi. Storicamente questa visione nuova del paesaggio, del paesaggio della vita quotidiana - che riguarda pertanto l’ermeneutica moderna della percezione e dello sguardo – nasce su solide premesse sia teoriche che letterarie, a partire almeno dalla flânerie di Baudelaire all’idea e all’immaginario di quell’inestricabile connubio “passaggio/paesaggio” nella riflessione esistenziale e filosofica di Benjamin, precedenti basilari senza i quali non si capirebbe il senso allo stesso tempo introspettivo e speculativo che connota a sua volta tanto l’importanza dell’elaborazione concettuale del problema quanto la qualità specificamente artistica delle visualizzazioni che al riguardo la Orbani propone già da alcuni decenni. La tematica del confine è del resto uno degli argomenti più ricorrenti nella storia della fotografia sia del passato che del presente, anche se in questo caso l’opera dell’Orbani intende altresì sperimentare o riprovare una diversa e più attuale frontiera, quella inerente a sua volta la stessa ricerca fotografica – ancora un ulteriore modo cioè di tentare un “attraversamento” - facendo per l’appunto propria l’innovativa strumentazione digitale ma piegandone le tecniche e le risorse espressive a un “obiettivo” innanzitutto antropologico, quello dello sguardo che nulla deve perdere della registrazione percettiva e documentaria della realtà, della sua determinante istanza sociologica, ma anche di riuscire a fornire nel contempo immagini di singolare profondità poetica. Quindi abbandonando l’ortodossia del bianco nero, spesso non indenne da un purismo fideista, che peraltro essa stessa aveva professato con risultati assai validi ed efficaci, ha optato ormai per una fotografia invece di ricerca, senza tuttavia abiurare al rigore dell’osservazione e dell’analisi del mondo circostante, dell’ambiente della vita e delle sue trasformazioni urbane e sociali, conservando inalterata l’attenzione, anzi la passione per recepire ed indagare gli aspetti della natura e i mutamenti delle diverse realtà territoriali e sociali. Nell’occasione della presente mostra la Orbani ha voluto allora dedicare alla città che oggi la ospita, facendone al riguardo appunto oggetto della propria ispirazione, alcuni significativi esiti dei numerosi scatti effettuati compiendo di proposito un relativo viaggio su questo particolare territorio marchigiano con lo scopo in effetti di una “rivisitazione” più attenta, di un “esplorazione” oggi mirata e circoscritta. E lo ha fatto seguendo il percorso, in questo caso, ferroviario che abitualmente collega e attraversa la stazione di Pesaro sino a quella di Fano e ritorno, un tracciato il quale passa strettamente a ridosso di quel pezzo di litorale che si affaccia sulla sponda pressoché centrale del Mare Adriatico. Su questa breve tratta dal finestrino del treno in corsa ha quindi cercato di rilevare e fotografare quanto vedeva lungo il transito di andata e ritorno dai due centri, mettendo in evidenza taluni aspetti e segni dell’ambiente, ossia coniugando la perenne bellezza della natura, il fulgore della sua piena estate, con gli invasivi mutamenti prodotti dalla vita moderna. Così è arrivata persino a scandire nei suoi fotogrammi il tempo del percorso e a fissare la successione delle sensazioni e delle emozioni da lei provate nel doppio tragitto compiuto. Anche per questo ha voluto per le sue immagini mantenere sullo sfondo la medesima linea d’orizzonte – ribadendo la continuità speculare della direzione del treno - su cui si staglia di volta in volta come in una sequenza interminabile, ora il profilo dei capanni, ora l’asta del semafori, ora l’ombra proiettata del tetto del treno, ora la staccionata di cinta che divide la strada dai binari, Ma anche settori di spiaggia popolati di vacanzieri, di sedie, di ombrelloni, e a mezzo una torretta bianca di avvistamento con la bandiera dello stesso colore, nonché la sagoma di qualche stabilimento di ristoro e quasi sempre sul fondale naturalmente il mare, un mare calmo impregnato di una luce ferma, immobile, e sul mare davanti alla spiaggia la striscia di alcuni scogli frangi flutto: una serie di persone, cose, oggetti, figure subito catturate dalle sue folgoranti impressioni fotografiche, segni qualificanti più che dettagli oggettivi, essendo divenuti così anche la materia visivamente mirabile del suo personale orizzonte compositivo ed emotivo. Da queste espressioni fotografiche vi si avverte con chiarezza l’intervento di un’idea di progettazione, l’ordine di un metodo progettuale del resto conforme alle esigenze della sua formazione professionale, si coglie cioè nel lucido processo esecutivo la consapevolezza e la sensibilità di un’indagine ricognitiva e ricostruttiva che si fa a sua volta esperienza di viaggio e di un parallelo viaggio inoltre dentro quel “confine” tra pulsioni interiori e sollecitazioni esterne, tra osservazione acuminata e rigore ideativo, tra registrazione reale e fascinazione lirica. Sono infatti vedute che posseggono l’incanto di istanti sfolgoranti per potenza di sguardo, riflettendo non solo percezioni capaci di captare sia il movimento del treno che quello rapinoso dello scatto, ma che vengono a riprodurre attraverso l’obiettivo delle inquadrature, velocemente messe a fuoco, scene ed aspetti dei luoghi e della vita che li vi scorre, forse mai prima di allora percepiti e rappresentati. Anche l’Orbani ha dunque compiuto un passaggio nel paesaggio e del passaggio ne ha fatto un paesaggio, un paesaggio della quotidianità, certamente più nuovo perché più vero. E a sua volta riesce a dimostrare infine che anche con l’uso della macchina digitale si possono ottenere effetti d’immagine che aprono la realtà allo spazio di una riflessione più intima ma non meno estesa e pregnante; che con tale mezzo - il quale tecnicamente offre più comode e larghe opportunità, essendo pressoché alla facile portata di tutti - si deve indagare con intatta se non riaccesa partecipazione le diverse condizioni e situazioni sociali del vivere quotidiano. Ma anche individuare comportamenti e costumi, segnalare il solito e l’incognito che disattenti incontriamo abitualmente nei nostri movimenti, ritrarre pertanto la fisionomia di un contesto urbano e paesaggistico che di continuo muta sotto i nostri occhi spesso senza accorgersene e perciò evidenziare le alterazioni e le devastazioni di uno sviluppo economico e sociale unicamente finalizzato al mercantilismo e al consumismo, alla speculazione affaristica che sta dietro lo stesso turismo balneare. Certamente anche altre città e lidi ne portano analoghi segni, ma qui Michela Orbani ha voluto dare una testimonianza personale, investigando con la forza delle immagini, che il linguaggio della fotografia inesorabilmente consegna, taluni aspetti finora meno descritti, raccontando la sua esperienza e le sue emozioni vissute durante quel breve viaggio sulla frontiera dell’antico ducato di Montefeltro che il tempo e la modernità hanno profondamente cambiato. I suoi scatti, parte dei quali sono ora esposti nella piccola galleria tenuta da un giovane e valente scultore pesarese, Davide Leoni, il quale con coraggio ospita periodicamente altri promettenti artisti della sua generazione, documentano con innegabile efficacia espressiva il significato di quel viaggio, i contenuti di una ricerca che non si riflette su se stessa, esaurendosi in una piacevolezza puramente formale, ma ascolta ed interroga i luoghi e si interroga sui propri strumenti e scopi, perché lo sguardo non si arresta al momento della risoluzione fotografica ma rimando, fissando tale istante, a quel tempo inesauribile ma mutevole della nostra necessaria visione del mondo. Forse anche per questo gli interventi successivi che la Orbani apporta sul computer durante la verifica e la possibile revisione ai fini della stampa delle immagini digitali si limitano soltanto a desaturare qualche colore, attenuando l’influenza di estetizzanti suggestioni naturalistiche, in quanto l’artista non intende sovrapporre nemmeno la propria raffinata cifra stilistica, come a dire la propria originale impronta visiva, benché altrettanto spontanea e diretta, sull’inflessibile obiettività della presa fotografica e delle forme come dei contenuti che essa estrae e trasmette. Ciononostante risalta pur sempre la bellezza delle singole sequenze, l’incanto sorprendente di uno sguardo che non vuole essere la frontiera di altri sguardi, dei nostri che dai suoi si potranno illuminare di una maggiore conoscenza e consapevolezza.