"La casa dove sono nata era vicina a quella linea di confine dove l’“altro” stava al di là di una rete e per noi, allora, rappresentava solo la materializzazione dei racconti di chi l’aveva vista costruire, significava provare la tensione simbolica dell’attraversamento, carico di significati e di ricordi trasfigurati.""Oggi quello stesso confine è come una cicatrice su un territorio; ne rimangono solo segni – i valichi e i cippi, come punti di sutura di quella cicatrice – sfregiati dal tempo e cancellati dalla natura. Ne ho fotografato il degrado, le lacerazioni, il loro lento scomparire – sia nella loro fisicità che nella loro significazione – lungo quella stessa linea, a tratti ormai solo immaginaria, di cui si è ormai perso nel tempo anche solo il ricordo del senso di invalicabilità, continuando pur sempre a credere in quei luoghi e nella loro forza evocativa." (m.o.)

"Ma credo ancor sempre, e seriamente, non per gioco a differenza di allora, nella forza dei luoghi. Credo nei luoghi, non quelli grandi ma quelli piccoli, quelli sconosciuti, in terra straniera come in patria. Credo in quei luoghi, senza fama né risonanza, contraddistinti forse dal semplice fatto che là non c'è niente, mentre intorno c'è qualcosa dappertutto. Credo nella forza di quei luoghi, perché là non c'è più niente, e non ancora niente. Credo nelle oasi del vuoto, non in disparte, ma qua in mezzo alla pienezza. Sono certo che quei luoghi, pur se non fisicamente frequentati, si rifecondano sempre, già con la decisione di partire e con il senso del cammino." (da "L'Assenza" di Peter Handke).

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