In una presentazione è difficile illustrare monograficamente  venti importanti fotografi veneti, conviene allora farlo raggruppandoli secondo generi tematici, pur nei limiti che possono derivare. Nel paesaggismo e vedute il classico tema del deserto è trattato da Gabbana e Monti. In Gabbana sono protagoniste le dune, evidenziate negli andamenti allungati, avvolgenti; è come se scivolassero “ oltre” i margini dell’ inquadratura, così evocando l’ immensità dell’invisibile. Rilevante la qualità dei passaggi tonali ed il rigore formale, in particolare il processo astrattivo ed essenzializzante. Più variati i soggetti in Monti, più naturalistica e narrativa la sensibilità; molto attento egli pure alla luce e alla composizione, utilizza in ripresa, secondo la situazione ambientale e atmosferica, il formato quadrato o quello panoramico; in stampa due tonalità di base: il  grigio o il seppia. Ancora paesaggismo tradizionale in Ortolan e in Fulgenzi; varie le situazioni visualizzate, con una sensibilità più diretta e immediata Ortolan, più rarefatta e contemplativa Fulgenzi. Salin organizza in un formato fortemente rettangolare una suggestiva e silenziosa realtà, evidenziata, pur nelle varie situazioni orarie, da nitore cromatico, atmosfera trasparente, ampia p.d.c.. Atmosfera invece rarefatta e grigio-tenue nelle lagune di Vidor, dove acqua e cielo si fondono e gli oggetti si distinguono per una tonalità appena più vibrata; un minimalismo visivo alla Guidi che rende al meglio il silenzio lagunare fra foschia e calar della sera. Operazione più concettuale in Ballarin; la compresenza di un doppio paesaggio: quello, riflesso nello specchietto retrovisore, che sta “dietro” e si sovrappone al paesaggio che sta  “davanti”, provocando un’imprevista e spiazzante discontinuità della visione. Le fotografie di Fogarolo non vogliono indagare la volumetria, spazialità, funzione, né lo specifico linguistico-tecnico d’un’architettura,ma ritagliarne relazioni geometriche piane, combinazioni lineari, particolari punti di visione, espressi con rigorosità compositiva, nitidezza della definizione e della luce, pulizia delle superfici. Fanno pensare all’Astrattismo geometrico. A Pelizzon l’uso della polaroid consente di intervenire sulla forma e cromatismo degli oggetti manipolando la materia stessa, con conseguenti distorsioni, durezze, effetti drammatici; fanno pensare all’Espressionismo. Afflato emozionale in Fabris: triste nelle architetture, per l’abbandono, il deterioramento, l’assenza della vita; romantico nelle     sculture cimiteriali, come un’osmosi fra il sentimentalismo delle opere e la sensibilità del fotografo, a segnalare una continuità della vita seppur in altro modo.Passando al reportage ,Dal Molin rappresenta nei modi tipici del filone gli artisti da strada: le prestazioni, il rapporto  con il pubblico, le attese prima dello spettacolo; con sensibilità non solo alle situazioni formali ma anche psicologico-espressive. In Croci tradizionali tematiche di viaggio sono visualizzate, in ripresa, con effetti inattesi e sorprendenti; così al muro   di Berlino il trascorrere incerto dello sguardo fra presente-passato-presente; così i muri notturni resi fantasmatici dalle intensificazioni cromatiche e luminose, e dalle misteriose ombre di passanti che li percorrono. Da un p.d.v. fisso su un passeggio marino, percettivamente evidenziato dalle graficità stradali in primo piano fino all’azzurro del mare all’orizzonte, Cecchinato coglie il casuale succedersi di presenze e passanti. Sul piano denotativo è reportage, ma scena e immagini propongono anche una connotazione, sollecitano nostre interpretazioni che congiungano alle anonimie una qualche storia. Con ciò il semplice reportage è superato verso il simbolico e l’immaginario. Le polaroid di Brugnaro sulla Biennale non mirano tanto a raccontare opere e contesto, quanto a essere occasione di riflessione, interpretazione, emozione, mediante indeterminatezze e sfocature, alterazioni cromatiche, anche interventi grafici sui bordi della stampa. Ne risulta una fluidità di interconnessioni fra opera esposta,contenitore,fruitore-fotografo; in certo senso tutto è diventato Biennale. Nel genere del ritratto Zuin riprende il pittorialismo e nelle tecniche di stampa e nell’indeterminatezza dello sfondo; a differenza dei nudi in cui il corpo si amalgama allo sfondo, i ritratti, più vivacizzati, se ne scindono venendo verso il piano d’affioramento. Resta comunque, rispetto al fruitore, un suggestivo senso di lontananza esistenziale,di altra dimensione temporale. In Scordo c’è un evidente richiamo alla tradizione pittorica del ritratto su fondo nero; però illuminazione, pose, espressione dei volti, combinazioni vestimentarie, oscillano e giocano fra progettualità e improvvisazione, fra certezza e casualità, richiamando la poetica del gruppo artistico ”sinestetico”, di cui Scordo fa parte. Infine i ritratti Ceolin, esito di elaborate operazioni tecniche e concettuali che rimandano a riflessioni ora sulla cinematografia, ora su situazioni pittoriche lontane nel tempo e nello spazio. Ma la dimensione fotografica resta sempre avvertibile e prevalente: esemplari le perforazioni della pellicola delimitanti un’immagine a richiamo pompeiano. Concludiamo con tre fotografe accomunabili per la compresenza  e lo scambio, nelle loro opere, di reale e di fantasmatico. Crisgiovanni ci propone una ricerca sullo sguardo sia  all’interno di studi dove l’artista osserva un suo dipinto, in un’atmosfera resa evanescente dalla sgranatura e dal flou; sia da una finestra  aperta sull’esterno a un’enigmatica immagine ritratto. Circola in ambedue le situazioni una sottile ambiguità relazionale fra guardante-guardato-fruitore. Manichini e vetrine costituiscono nelle immagini della Francou, il prezioso visual d’un upperclass 2009; ma inquadratura, sfocature, toni alti, generale desaturazione (salvo alcune sonorità) determinano presenze smaterializzate, fluttuanti, compenetrate da forme riflesse. Ne risulta un mix indistinguibile e fascinoso di reale e irreale. L’ “immaginarsi” è il fine d’una ricerca concettuale di Della Toffola, condotta su di sé e i suoi desideri tramite il medium fotografico. Divide verticalmente il formato di stampa con una banda nera, che è la linea di divisione fra due fotogrammi, e, nel “testo” fotografico, fra due diverse, benché sintopiche e sincroniche, situazioni esistenziali dell’operatrice. A livello connotativo una correlazione potrebbe darsi: la situazione in primo piano, più nitida e plastica, più pesante, simboleggerebbe la realtà esistenziale oggettiva; quell’altra più leggera e fluttuante, equorea, simboleggerebbe la realtà desiderata, immaginata. Resta tuttavia un’incertezza, un’altra possibilità d’interpretazione: la direzione di senso è solo questa? Non potrebbe invertirsi? C’è necessariamente e sempre una separazione netta fra reale e immaginario? (Alessandro Bevilacqua)

FOTOlogie
Contributi