“Questo lavoro – dice l’autore siciliano - nasce dall’idea di mettere in correlazione la struttura del vecchio ospedale psichiatrico ottocentesco di Palermo, ridotto ormai ad uno stato di degrado totale e al quasi completo abbandono, con i processi mentali dei pochi pazienti che vi sono ancora ricoverati, ritenendo che quelle vecchie mura, quei giardini incolti, i corridoi lunghi e bui hanno in qualche modo una responsabilità nell’accentuare e perpetuare uno stato d’angoscia in persone che soffrono già turbe mentali di base. Il disordine della struttura mi sembrava in perfetta correlazione col disordine mentale dei pazienti. Quindi labirinti fisici e labirinti mentali. Andando avanti, però, mi sono reso conto che in realtà nelle immagini avevo riversato le mie stesse angosce e il mio modo di pormi nei confronti della vita.” … Un giardino disadorno e squallido, carico di malinconia; alcune panchine di cemento che si allontanano simmetricamentre in una prospettiva silenziosa e buia, tra gli alberi carichi di rami e di foglie, in una strada desolata e senza uscita. Un’ atmosfera di grande tristezza. Un luogo cupo nel quale vivono poche persone, tutte senza futuro; un lungo corridoio sul quale le finestre, di tanto in tanto, ad intervalli quasi regolari, lanciano occhiate di luce, severe e livide, che non danno calore, ma solo un momentaneo sollievo, come se smuovessero dal torpore un contesto senza vita, dove non c’è più posto per nulla e per nessuno. Il viso triste e solitario di un uomo con i capelli bianchi e la barba incolta che osserva le cose e le persone con uno sguardo carico di angoscia, in un momento di apparente serenità. Sintesi di una solitudine totale; il dramma di un uomo solo, senza prospettive: lontano da tutto e da tutti, senza “spirito”, senza più il suo “Io”, la sua memoria, senza passato, né futuro, presente solo col corpo, in un dedalo inestricabile di sollecitazioni impazzite ed incontrollabili, avvolto nelle nebbie di un labirinto mentale indescrivibile. … Un ambiente nel quale ha indagato Mirisola, col suo obiettivo e la sua sensibilità, di uomo e di medico, elaborando uno studio, in un bianco e nero, di grande contenuto emotivo: ricerca che è reportage fotografico, concettualizzazione di un universo complesso, ma anche denuncia dello stato di trascuratezza di una struttura ospedaliera. (Fausto Raschiatore)

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