Il Meschio, in latino Mesulus, (ossia mescere, mescolare) nasce da tre sorgenti: quelle di Negrisiola, Battirame e Restello. Dopo aver attraversato Vittorio Veneto, Cappella Maggiore, Cordignano raggiunge Sacile dove sfocia nel fiume Livenza. La sua acqua possiede una temperatura costante di circa undici gradi e per questo motivo in tempi passati venivano forgiate nelle officine degli armaioli locali le famose "lame di Serravalle" spade che erano seconde solo a quelle di Toledo per la robustezza della lama. In località Borgo alla Sega, in via della Sega, ancor oggi si può vedere ciò che resta dell'antica segheria Della Giustina, famiglia di origine locale, che fin dal XVI sec. gestiva sia una segheria che lavorava i tronchi provenienti dal Consiglio. In Piazza Flaminio si può passeggiare lungo i Meschietti, vere e proprie opere idrauliche costruite dai Serravallesi per contenere il fiume: infatti il 16 ottobre del 1521, a causa di una frana che fece scomparire il laghetto di Forcal, il Meschio straripò e uscendo dagli argini allagò completamente Serravalle. In seguito a questa calamità ancor oggi alcuni edifici, costruiti prima del 1521, presentano le colonne interrate. Lungo le rive del Meschio, si possono ancora vedere non solo i resti degli antichi mulini ma anche delle filande, cartiere e lanifici che sorsero lungo il fiume a partire dal XVII sec. L'industria cartaria si sviluppò in zona grazie al clima secco e alla purezza dell'acqua del Meschio, ottima nei processi di lavorazione della carta; nel 1890 erano già attive le cartiere Bonaldi,  Gava e Galvani. L'arte della lana, introdotta a Vittorio Veneto dai fiorentini nel 1600, trovò ampio sviluppo nel 1860 con i lanifici Torres e Cini che esportavano panni, berretti e coperte verso l'Oriente e la Turchia. In questo settore nel 1930 si sviluppò la torcitura di Franco Marinotti che garantì lavoro a gran parte della popolazione locale. Importante fu lo sviluppo dell'industria serica che prevedeva l'allevamento del baco da seta negli Stabilimenti Bacologici e nelle abitazioni dei contadini e successivamente la lavorazione dei bozzoli nelle filande. In città, alla fine del XIX sec. erano attive circa una decina di filande dove erano impiegate soprattutto le donne. Lungo la pista ciclabile sono ancora visibili la filanda Sbrojavacca in zona Meschio e in località San Giacomo di Veglia, in via della Seta, si trova la filanda Banfi, recentemente restaurata. A San Giacomo è ancora esistente un mulino: il Molino De Barbù, uno degli antichi mulini censiti nel 1518 che deve il suo nome alla figura del mugnaio, un personaggio intrigante e al tempo stesso misterioso.