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“Rimasi affascinato da questa casa tempo fa, quando vi entrai la prima volta. L’emozione di quella scoperta, come uno scrigno di ricordi dimenticati, era latente … Così mi decisi a rivedere quel luogo, l’antica chiave di una nicchia segreta. Oltre la soglia la sensazione di familiarità riaffiorava, come l’apparente sospensione temporale alla vista di quelle stanze, in quella luce e dei rari segni di presenze passate sopravvissuti all’usura. Aprire quella porta come un rito e ogni volta una visione in parte inattesa, fermata da una intensa sequenza di immagini.” Questa riflessione di Fausto Meli che costituisce l’incipit a questo portfolio, il cui titolo Il tempo si deve fermare di per sé esemplificativo, dà spessore e dimensione della sensibilità dell’autore piacentino e nel contempo conferma di come egli porti avanti con coerenza un progetto per costruirsi un proprio linguaggio d’indagine, unitamente a ricerca e sperimentazione, con le quali esprimersi fotograficamente. L’autore “esplora i luoghi che sceglie secondo una logica progettuale precisa e momenti finalizzati definiti”, scrivevo qualche tempo fa sulla rivista Gente di Fotografia, riflettendo su un altro lavoro di Meli, Chiaroscuro feelings, di cui Il tempo si deve fermare ne è la continuazione progettuale e linguistico-narrativa. Una modalità di studio che già nella scelta dei luoghi ha una prima personalizzazione creativa, una delle variabili strutturali per costruire e definire meglio la cifra linguistico-espressiva del lavoro. Di pregio narrativo i cromatismi e le geometrie di luce che sfumano silenziose e solenni tra gli spazi interni di una casa “abbandonata” che conserva, a suo modo, trame e tracce di memoria sospese nel tempo, in un’atmosfera antica. Un gioco genuino di affascinanti silenzi che si rincorrono tra loro e tra loro discutono da anni. Dalle immagini s’irradia un ventaglio di vissuti sul quale il trascorrere del tempo ha collocato un velo trasparente con i segni del tempo che ondeggiano tra passato e presente, storia e storie, che collega tra loro i diversi spazi della casa come fossero tasselli irregolari di una trama di sensazioni ambigue e inanimate, misteriose, libere e incoerenti di proporsi in un coacervo di emozioni inedite e caotiche. Uno scrigno di ricordi come dice Meli, deposito di sedimenti, in apparenza poco significativi, in realtà copiosi e carichi di espressività che l’autore cattura e trasforma in approdi iconografici di qualità, coerenti e significativi. C’è nel lavoro il tratto strutturale della lezione della Scuola Emiliana di Fotografia. L’atmosfera rarefatta e datata, i silenzi copiosi e musicali, la composizione soppesata in ogni sua componente, seducono lo sguardo, sensibilizzano il vedere. Appena visibile un filo di poesia che corre fascinoso e intrigante tra le immagini e raccorda i punti nevralgici della proposta culturale. Fausto Meli opera secondo un percorso di studio-analisi, quasi un modello con le cui caratteristiche scolpisce l’imprinting, con coerenza d’indagine, nella forma e nei contenuti. Un percorso che si snoda nel quadro di una trama linguistica ormai sperimentata e attraverso l’utilizzo di un alfabeto espressivo che gli permette di elaborare una tessitura finalizzata al miglioramento del proprio stile. La fotografia dice concettualmente Diego Mormorio, raffinato studioso dei rapporti tra la fotografia, la filosofia e le lettere (Catturare il tempo/Postcart) dà la possibilità di creare un frammento di eternità, senza dover abbandonare la convinzione che niente è eterno. Come mostra, Il tempo si deve fermare, in cui l’autore ferma e circoscrive frammenti “eterni” attraverso un’indagine equilibrata e collocata in una trama linguistico-espressiva accattivante con una leggera connotazione pittorica. Armonica la trama cromatica, quasi musicale. Poesia, silenzi, sentimento nel contesto di ambienti senza data e senza tempo, dove dominano reminiscenze e vissuti, tracce indefinite e indefinibili, stimolanti depositi di segreti sconosciuti. (Fausto Raschiatore)
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