Imazighen, uomini liberi.
Queste montagne sono da secoli il regno del fiero popolo berbero.
Prima di giungere qui, con un gruppo di amici ho percorso in lungo e largo, e per la prima volta, un po’ tutto il Marocco. Ne ho osservato ed esplorato i suoi contrasti, le sue anime, tante quante i suoi paesaggi, dai ricami nelle secolari pietre alla spuma della costa atlantica, dalle sinuose curve dei suoi dorati deserti ai profumi e colori dei mercati di Rabat o Marrakech, dal dissetante thè alla menta offertoci nelle più umili dimore alle estenuanti ma felici carovane a dorso di mulo per giungere finalmente nel suo vero cuore, i monti dell’Atlas: rupi inaccessibili e sentieri impossibili mi hanno raccontato l'orgoglio dei berberi, la sete di libertà di un popolo mai completamente sottomesso.
Qui voyage ajoute à sa vie” mi aveva detto Muhammed.
Da secoli questo popolo ha cercato un rifugio tra questi monti per sfuggire agli arabi nomadi.
Per i berberi il discrimine ha avuto inizio dal loro stesso appellativo.
Gli arabi chiamavano al-barbar gli indigeni nordafricani.
Prendendo a prestito il termine da greci e latini, individuavano in tale modo le popolazioni che parlavano male la loro lingua.
“In arabo barbar significa sia barbaro che berbero - mi aveva detto, salutandomi, Muhammed - Non è proprio bello, ti pare?” (T.L.)

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