L’incomunicabilità, l’indicibilità del reale, la solitudine metafisica del soggetto, sono temi onnipresenti di questo secolo. Abbiamo tutti dentro un mondo di cose, ciascuno un suo mondo di cose; quindi, l’alienazione, l'assurdo e l'inettitudine che dominano il panorama di fronte a una società in decadenza, incapace di costruire e di proporre dei valori, mi hanno posto come coscienza giudicante, spettatore  ironicamente distaccato, talvolta provocatorio, talvolta a rispondere con l'afasia, con il silenzio oppure con la decostruzione. La realtà del nostro secolo è varia, caotica, confusa. Frastorna l'uomo con un mosaico infinito di possibilità mentali e si reagisce a questa situazione con il disorientamento, la solitudine che deriva dal non riuscire a ricostruire i frammenti impazziti del proprio ventaglio interiore. E' inevitabile, ad una relativa incomunicabilità dobbiamo rassegnarci. Ma possiamo comunque ingenuamente affidare i nostri sogni a immagini piacevoli, coinvolgenti che possano ricreare nella mente altre realtà. Ma credo sia un limite contro il quale non possiamo lottare. Forse ha senso solamente lottare per conquistare un relativo piccolissimo spazio di comunicazione. In fondo le sfumature infinite della realtà le abbiamo sotto gli occhi, non serve alcun mediatore. Si può solo ipotizzare che sia necessaria una scelta tra le molteplici realtà e che questa scelta, riduttiva e discutibile per ipotesi, sia necessaria per individuare e rappresentare la personalità di chi la esprime. In realtà non rappresentiamo il mondo, rappresentiamo noi stessi. Un grado di idealizzazione e persino di utopia non sono inconciliabili con il fine che si vuole raggiungere. La mia è una visione enigmatica della realtà di inquietante estraneità e di allucinata tensione. Gli oggetti costituiscono la "rivelazione magica" di un "realtà metafisica" che non ha alcun rapporto con la realtà storica e naturale; accostati in modo incongruo essi producono un affetto estraniante. Contesti urbani e paesaggi sono immersi in un'atmosfera onirica, quasi spettrale, resa ancor più sinistra dal minuzioso trattamento realista con cui gli oggetti e lo scenario prospettico sono definiti. Si sviluppa in linguaggio autonomo, inventando ed elaborando con straordinaria fantasia temi di misteriosa magia poetica, visioni architettoniche e statue solitarie. La stasi più immobile, tutto sembra fermo e senza tempo, le cose e gli spazi sembrano pietrificati per sempre, ovunque il silenzio più assoluto, atmosfere magiche ed enigmatiche di apparente semplicità di ciò che mostrano. Ed invece le immagini mostrano una realtà che solo apparentemente assomiglia a quella che noi conosciamo dalla nostra esperienza. Le scene urbane, che sono protagoniste, hanno un aspetto dilatato e vuoto. In esse predomina l'assenza di vita proprio dalla presenza dell'individuo, ma con il silenzio più assoluto. La metafisica quindi, esamina le cose al di là della materia e dell'energia. La metafisica si occupa degli enti in tutti quegli aspetti che prescindono dal loro aspetto sensibile secondo una prospettiva il più ampia e universale possibile. All'ambito della ricerca metafisica appartengono, fra l'altro, il problema dell'esistenza, dell'anima, dell'essere in sé, nonché la questione della relazione fra l'"essere", l'ente e la risposta alla domanda filosofica fondamentale "perché l'essere piuttosto che il nulla?" Ma quando l'oggetto perde la sua funzione simbolica e diventa valore reale in sé, allora ci alieniamo, diventiamo pazzi, perdiamo noi stessi.



Biografia

Mi chiamo Lorenzo Linthout, sono nato il 29 maggio 1974 a Verona, città nella quale vivo. Ho iniziato a fotografare all'età di sedici anni con una Praktica BCA corredata da un 28 mm, un 50 mm ed un 70-210 mm. Nel 1999 mi sono laureato presso la Facoltà di Architettura "Biagio Rossetti" dell'Università degli Studi di Ferrara. Da quel momento per me è iniziato un lunghissimo letargo fotografico durato per ben sette anni. Non so il perchè. Il letargo è terminato perchè la voglia di ricominciare era tanta; l'anno scorso i miei genitori mi hanno regalato una NikonD50, successivamente corredata da un Nikon 18-135 mm e da un Sigma 10-20 mm.

Che cos'è per me la fotografia?

Voglio descrivere questo concetto con un augurio fattomi qualche tempo fa da un'amica: "Ti auguro di non arrivare mai alla fine di questo meraviglioso mondo che si chiama 'vedere'". "Vedere" e "fermare" l'istante di un momento attraverso gli ingranaggi dell'universo fotografico è la capacità dell'uomo di astrarre significati spazio-temporali dal mondo reale per portarli su di una superficie bidimensionale. Tutto ciò è un ponte reale fra codifica e decodifica di fenomeni ed immagini. Con la fotografia si congela il fenomeno dell'immaginazione e contemporaneamente lo si arricchisce di interpretazione personale. La relazione fra causa ed effetto e la successione temporale degli eventi esistente nella linearità del tempo storico sono congelati nell'immagine arricchita di interpretazione.


FOTOlogie
Giovane Fotografia Italiana