Acqua, terra, luce, riflessi e contrasti, entità concrete e dinamiche che Giovanni Liberatore coniuga, coordinandone le singole specificità espressive, in una trama iconica tessuta con l’intento di costruire visualizzazioni inedite e passaggi visivi nuovi e sorprendenti. Un contesto linguistico singolare, materico, lirico, ispirato, stimolante dal punto di vista narrativo, equilibrato nei dosaggi espressivi, con una forte connotazione pittorica, tra l’astratto e l’informale, che sintetizza “Sampietrini”, ricerca interessante per i contenuti stilistici, estetici e quella speciale valenza di immaterialità “invisibilmente visibile” che la caratterizza. L’autore romano elabora questa indagine, progetto-studio di sperimentazione visiva, dopo aver osservato casualmente l’effetto dell’acqua, ferma e in movimento, sul selciato di Roma, texture di sampietrini. Egli cerca visioni e immagini che evochino qualcosa “di diverso e di ulteriore rispetto al soggetto reale” che fotografa. Vuole vedere oltre il visibile, penetra e scandaglia con l’obiettivo tra gli spazi e le intercapedini dell’acciottolato capitolino, in particolare quando vi sosta o vi scorre l’acqua, per catturare visualizzazioni espressive inedite, segmenti linguistici improbabili, disegnati da acqua, terra, luce, riflessi e contrasti e collegati tra loro dalla sensibilità creativa di Liberatore, unitamente a una studiata gestione del controluce. Liberatore costruisce una trama chiaroscurale di indubbia bellezza estetica che il bianco e nero arricchisce in un gioco intrigante di toni, geometrie, linee, figure, ombre e sfumature indefinibili, inquietanti e ambigue, in un quadro di intense astrazioni dove i segni e gli spazi dialogano tra loro in silenzio, tra pause e rimandi informali. Un concerto di profili surreali innervati da una indecifrabile ansia concettuale. “Ma è l’aspetto sensoriale che ancora una volta colpisce; Giovanni Liberatore - scrive Maurizio Chelucci - riesce a mutare la componente più materica, trasformando la superficie delle pietre fino a farle diventare simili a bolle liquide viniliche e modificando l’acqua fino a renderla simile ad un fregio metallico”.  C’è in questi scatti la sintesi di un ventaglio di osservazioni maturate per una intima esigenze di esprimersi in libertà e in modo sorprendente, in termini di narratività, linguaggio, organizzazione compositiva, una ragionata combinazione iconografica dell’alfabeto visivo e la tematizzazione di una casuale intuizione: leggere con l’obiettivo fotografico tra un sampietrino e l’altro. “Trovo - dice il fotografo - che nella realtà quotidiana ci siano delle porte attraverso le quali è possibile entrare in una realtà soprasensibile, surreale, onirica, evocativa, sensuale. Trovare queste porte mi pone in uno stato di incoscienza-coscienza dove la mente non ha più controllo ed è l’inconscio che guida la macchina fotografica nello scatto: le foto scattate in quello stato hanno una intensità superiore.” Come per “Sampietrini”, un lavoro stimolante, nato anch’esso dopo l’attraversamento di una porta. (Fausto Raschiatore)

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