Prima che un fotografo, Roberto Kusterle, è un regista, capace di costruire situazioni originali e stimolanti. L’autore – in questo segmento della sua produzione – “preleva” l’uomo dal suo ambiente abituale e lo “colloca”, temporaneamente, in un non luogo, dandogli configurazioni surreali, in un contesto senza tempo in cui albergano creatività, mistero ed ambiguità, lasciando il fruitore di primo acchito in un momentaneo smarrimento, che poi immediatamente si trasforma in un forte desiderio interpretativo. Piccole installazioni con al centro l’uomo e il suo corpo. Kusterle elabora una ricerca personale, enigmatica e scioccante, che suscita discussioni forti, prese di posizioni estreme, riflessioni d’ogni tipo, in qualche caso anche contrapposte tra loro. Sulla ribalta del suo teatro mobile, metafora dell’Universo, costruito a margine del grande palcoscenico della vita, il fotografo goriziano pone l’uomo al centro, nel punto di maggiore visibilità, perché protagonista, attore principale, ed inventa elaborazioni complesse, raffinate, a tinte forti, anche violente concettualmente, con l’utilizzo di materiali prelevati dalla natura. Il corpo dell’uomo si veste e si sveste di simboli, si colora e si scolora di connotazioni, assume dimensioni uniche, cariche di allegorie e metafore. Riti del corpo, appunto. Ogni scatto è una creazione, che diventa, di volta in volta, ritualità di una celebrazione, una cerimonia, un evento liturgico. Ogni scena è il riepilogo di un momento di analisi, la trama di un concetto, il lancio di un messaggio: sintesi di una ricerca di taglio sperimentale che affonda le radici nelle problematiche dell’antropologia. In questi scatti, la fotografia, come forma d’espressione artistica, assume una dimensione onirica, va oltre il visibile, e il mezzo fotografico un veicolo col quale Kusterle trasmette le proprie invenzioni, i momenti narrativi delle proprie alchimie di studio, sintetizza il rapporto con cui il reale si correla con l’immaginario, così come esso si concretizza negli spazi intimi dell’autore. E’ una fotografia elegante, carica di tensioni culturali, di messaggi urlati, in cui si articolano ipotesi progettuali, che argomentate e coniugate tra loro, danno luogo ad una quantità infinita di riflessioni. I diversi profili assunti dall’uomo e dal suo corpo, si confondono e si sovrappongono, tra loro e col fluire del tempo, i fatti della storia, l’evolversi delle sensibilità umane, su orizzonti improbabili che, invece, l’artista giuliano, ipotizza per riflettere sulla società, in un gioco sottile di punti di vista e studiate trasfigurazioni, tra realtà e fantasia. (Fausto Raschiatore)