Le mie immagini sono cariche d’ombra e di movimento, suggestioni appena abbozzate che rimandano ad acquarelli diluiti. Scatti che sommano,uno accanto all’altro, lunghe scie di luci, colori e forme. Immagini in cui si accenna senza dichiarare, in cui la vita che pullula nelle strade di Bombay, Agra, Bophal e Varanasi ci viene restituita come attraverso una lente deformata, capace di cogliere l’eccesso di traffico, folla, rumore, confusione, brulichio di storie e destini di un’India inedita ai miei occhi. Anche i sontuosi palazzi del Rajastan sono le quinte dietro a cui esplode l’eccesso di vita che sembra sovrastare ogni cosa. Sono partita avendo in mente una certa immagine del Paese. Ma arrivata lì, camminando nelle strade affollate delle città, viaggiando su treni e pullman stracarichi, sono stata colta da una sensazione di eccesso, di confusione. Il paese spirituale che speravo di poter trovare, era come soffocato sotto una coltre di baccano, polvere, calura e movimento continui. Così, ho dovuto rinunciare al tentativo di mettere a fuoco una realtà che non esisteva se non nella mia idealizzazione del Paese. Lo sguardo deformato che si coglie nei miei scatti rispecchia la sensazione dominante di confusione e di soffocamento che ho provato, il moto perpetuo che caratterizza le città indiane quasi a tutte le ore e anche il mio anelito a cogliere tracce, reperti visivi, fantasmi di realtà. (Sara Munari)

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