L’incontro con Peter Handke scrittore è stato casuale anche se, non per caso, è avvenuto in ambito fotografico, non letterario. Leggo gli scritti di Handke, alla ricerca di immagini, con l’avidità e la tensione della scoperta e dell’incontro (e dell’incanto).
La trama sottende spesso alla descrizione. Descrizione di luoghi, principalmente: luoghi vuoti, degradati, periferici. Elevati a letteratura. Interni o esterni. Dalla stanza al paesaggio. Mondi di luoghi sradicati e marginali ai quali Handke restituisce dignità attraverso la descrizione, costruendone immagini. Fotografiche. Quelle che io cerco. E vedo.

L’immagine, come rifugio, diventa luogo mentale e fisico: luoghi piccoli, racchiusi che proteggono o incorniciano (finestra come filtro, cornice sul paesaggio), racchiudono (l’inquadratura), svelano (immagine-superficie-luogo).

“… nella coscienza comune le soglie significano: passaggio da un ambito all'altro. E forse non siamo tanto consapevoli che la soglia è anche un ambito a sé, o meglio un luogo particolare, di prova o di protezione.” (Il cinese del dolore, p. 79)

“Il tavolo si trovava accanto alla finestra a ponente, che nella parte centrale, dove fiume e cielo della sera incrociavano, era un quadrangolo giallo con lunghe strisce scure, bordato sopra e sotto (banchi di nuvole e terraferma) da un nero più profondo …”   (Lento ritorno a casa, p. 22)

“E’ l’ora in cui i raggi del sole toccano anche la parete di una stanza d’interrato; riempiono tutta la superficie priva di immagini e fanno risaltare granulosa la calcina.” (L’assenza, p. 9)

Immagini di luoghi esterni, periferie urbane, limiti, confini, frontiere.

Ma credo ancor sempre, e seriamente, non per gioco a differenza di allora, nella forza dei luoghi. Credo nei luoghi, non quelli grandi ma quelli piccoli, quelli sconosciuti, in terra straniera come in patria. Credo in quei luoghi, senza fama né risonanza, contraddistinti forse dal semplice fatto che là non c'è niente, mentre intorno c'è qualcosa dappertutto. Credo nella forza di quei luoghi, perché là non c'è più niente, e non ancora niente. Credo nelle oasi del vuoto, non in disparte, ma qua in mezzo alla pienezza. Sono certo che quei luoghi, pur se non fisicamente frequentati, si rifecondano sempre, già con la decisione di partire e con il senso del cammino." (L'Assenza, p. 46).

"Il mio confine"di Michela Orbani in FOTOlogie

“Solo il posto di frontiera sull’autostrada sarebbe rimasto illuminato d’un giallo vivo per tutta la notte, e con esso, non molto lontano, la porta della caserma …, in un bianco pallido e sbarrata, a prima vista un altro posto di frontiera: se nessuna macchina avesse passato il confine, la pista di cemento sgombra, rischiarata dall’alto, sarebbe apparsa come un luogo d’esecuzione perfetto.” (Il cinese del dolore, p. 47)

E ciò che accadeva in quel luogo con quelle cose, che stessero anche lì sotto forma di lampioni d’un giallo smorto su tra gli alberi o di pali screpolati delle pensiline o di tabelle di lamiera arrugginite con scritte le destinazioni: questo mi bastava come azione, di più non occorreva che succedesse, era già un bel pieno.” (La ripetizione, p. 44)

“Tutto questo paesaggio periferico … gli appariva confortevole come quel paese di confine dei sogni, dove uno poteva sostare, a differenza di qualsiasi altra parte nell’interno del paese. Sentiva il desiderio di dimorare in una di quelle baracche sparse, con un giardino posteriore che dava direttamente sulla steppa, oppure lì sopra il deposito, dove un paralume appena acceso, diffondeva un riflesso giallo. Matite; un tavolo; una sedia. Dalle zone periferiche emanavano freschezza e forza, come in una perenne epoca di pionieri” (Pomeriggio di uno scrittore, p. 52)

Fino a “perdersi” nel paesaggio.

“Non avrebbe mai creduto di poter amare quel paesaggio, dei paesaggi in genere – e insieme a quel sorprendente trasporto per il fiume sentì la propria storia… (Lento ritorno a casa, p. 60)

“E il suo punto di partenza era questo: che in qualsivoglia regione della terra, se solo ci fosse stato il tempo di aderire a quel territorio, si schiudevano alla coscienza degli spazi singolari, e che, soprattutto, questi spazi non erano fatti di tratti vistosi che si imponevano al paesaggio, ma di elementi del tutto inappariscenti, non percepibili con l’acume della scienza…” (Lento ritorno a casa, p. 86-87)

“E l’idea iniziale … era stata questa: descrivere le forme dei campi della sua infanzia; disegnare piani di tutt’altri punti <interessanti>; stabilire sezioni longitudinali e trasversali di tutti i segni di riferimento sulla campagna impenetrabili in un primo momento che da soli producevano nella memoria il sentimento d’essere a casa nel paesaggio dell’infanzia…” (Lento ritorno a casa, p. 87-88)

Ma “il luogo” di Handke abbraccia tutte queste visioni, fino a diventare il luogo “ontologico”, il luogo dell’esperienza.

“… là in quel luogo, sulle fondamenta del vuoto, avremo semplicemente visto la metamorfosi delle cose – in ciò che esse sono….” (L’assenza, p. 46)

“… io ho bisogno di quei luoghi e … li desidero struggentemente. Ma che vuole questo mio desiderio struggente? Nient’altro che essere placato.” (L’assenza, p. 47)

E l’appropriazione del luogo avviene attraverso l’immagine-conoscenza (dalla descrizione dei luoghi all’immagine dei luoghi, all’immagine): descrizione, disegno, fotografia.

“Quel luogo non colpiva di primo acchito come un punto o un posto particolare; veniva delineandosi  soltanto grazie allo sforzo prolungato del disegnare, che in tal modo lo rendeva descrivibile” (Lento ritorno a casa, p. 44)

“A disegnare si sentì un calore in corpo, e l’acqua della baia sullo sfondo si fece più vicina. Niente lo distraeva, aveva tempo. Ciò che stava disegnando cominciava a rispondere al suo sguardo. E lui, senza espressione, aspettava la <figura> nel paesaggio: <solo assorto vedo cos’è il mondo>.” (Lento ritorno a casa, p. 89)

“Quell’estate di lavoro gioioso dischiuse ora alla sua fantasia una lenta danza di immagini: …. Questo fantasticare in una serie di immagini lo allontanava dal presente? O non piuttosto glielo decifrava, glielo chiariva, stabiliva un collegamento con ciò che era isolato e dava ad ogni cosa il suo nome ….? (Pomeriggio di uno scrittore, p. 59-60)

L’immagine diventa qualcosa di cosmico, essenza della vita, reale e interiore, rifugio, fecondità.

“«La perdita delle immagini è la più dolorosa delle perdite.» - «Significa la perdita del mondo. Significa: non c’è più nessuna esperienza. Significa: la percezione si allontana da ogni possibile costellazione. Significa: non c’è più nessuna costellazione»” (Le immagini perdute, p. 628)

Fino a giungere all’inno all’immagine ne “Le immagini perdute”:

“Immagini così la raggiungevano quotidianamente, soprattutto al  mattino. Viveva di esse, da esse traeva il suo più forte senso di esistenza. Non erano ricordi, né volontari, né involontari: …”, “Le elevavano il giorno. Le rafforzavano il presente. Viveva di esse: …” (p.21)

“Queste immagini, sebbene del tutto prive di figure umane e di avvenimenti, trattavano dell’amore, di un amore, di una sorta d’amore. E l’avevano già intessuta fin da bambina, alcuni giorni meno, alcuni giorni come interi sciami di stelle cadenti – sempre come cose in precedenza realmente vissute, di passaggio –, qualche giorno assenti: non-giorno. E lei era convinta che questo accadesse a chiunque, più o meno così. L’oggetto dell’immagine specifica certo apparteneva al mondo personale di ciascuno. Ma l’immagine, l’immagine era universale.” (p. 22-23)

E nell’intimizzazione dell’immagine – mondo interiore – si manifesta e trasfigura anche il rapporto con l’altro da sé  e con il mondo originando relazioni che nell’immagine vivono e si rigenerano.

“Nell’immagine ho abbracciato il mondo, te, noi. Immagini, rifugi, oscure nicchie protettive. Amavo l’immagine sopra ogni altra cosa. E adesso…e tu?” (p. 629)

Lento ritorno a casa, traduzione e postfazione di Rolando Zorzi, Milano, Garzanti, 1986 (I ed. Frankfurt am Main 1979).

Il cinese del dolore, traduzione e postfazione di Rolando Zorzi, Milano, Garzanti, 2005 (1^ ed. it. 1988), (I ed. Frankfurt am Main, 1983).

La ripetizione, traduzione e postfazione di Rolando Zorzi, Milano, Garzanti, 1990 (I ed. Frankfurt am Main, 1986).

Pomeriggio di uno scrittore, traduzione di Giovanna Agabio, Parma, U. Guanda, 2004 (1^ ed. it. 1987), (I ed. Hannover 1987).

L' assenza : una fiaba, traduzione e postfazione di Rolando Zorzi, Milano, Garzanti, 2001 (1^ ed. it. 1991), (I ed. Frankfurt am Main, 1987).

Le immagini perdute, ovvero Attraverso la Sierra de Gredos, Milano, Garzanti, 2004 (I ed. Frankfurt am Main, 2002).


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