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Immaginate una bella valle alpina, dove le case e i tetti sono fatte di pietra e dove la cornice è data dalle montagne innevate e dai boschi e dalle cascate che si lanciano senza paura da verticali pareti di roccia. Eccovi a Druogno, piccolo paese della Val Vigezzo; quindici km dalla città di Domodossola e altri quindici dal confine con la Svizzera. All’inizio degli anni ’70 del Novecento, qui in valle, un uomo inizia a raccogliere una serie di cartoline fotografiche e planografiche[1] relative alla vita, ai costumi e ai luoghi della sua piccola valle[2]. Questo è il primo avvenimento virtuoso: la manifestazione di una passione per la fotografia da parte di un uomo comune. All’inizio degli anni ’10 del Duemila, per questioni personali, quest’uomo decide di vendere la sua collezione che nel frattempo è arrivata a contare più di mille esemplari che vanno dal 1903 al 1980 circa[3]. Il Comune di Druogno, con l'intento encomiabile di salvare tale collezione dall'oblio e dal possibile smembramento, si fa carico dell'acquisto, scegliendo così di salvaguardare e di donare agli abitanti di Druogno, agli altri paesi della Comunità Montana e ai turisti che frequentano la valle, questo piccolo gioiello. Poco più tardi il Comune, attraverso l’interessamento dell'Associazione San Giulio - che organizza le attività della biblioteca dove la collezione è conservata - sente la necessità di dare il giusto valore, una buona conservazione, una nuova e reale visibilità e fruibilità della collezione alla comunità, decidendo di affidare a chi scrive interventi di catalogazione e messa in sicurezza del materiale[4]. Al termine del lavoro di ordinamento, chi scrive decide di mettersi in contatto con la rivista Oscellana[5], espressione editoriale del Centro Internazionale di Documentazione Alpina[6] per la pubblicazione di un corposo articolo dedicato alla collezione di Druogno, uscito nel gennaio del 2007[7], dove si racconta la moda delle cartoline postali dalla sua nascita ad oggi, i motivi della diffusione della “corrispondenza allo scoperto” attraverso l’analisi del fenomeno del turismo nella Valle, senza tralasciare la trascrizione di alcuni tra i più bei testi delle cartoline viaggiate. In seguito a questa pubblicazione e agli interventi suddetti, abbastanza seguita dalla stampa locale e pubblicizzata tra i turisti dalla Comunità Montana, sono state numerose le visite alla collezione, come anche la nascita di nuovi contatti tra e con altri appassionati di fotografia che vivono nella valle o semplicemente con possessori di vecchie foto che hanno riscoperto il valore degli oggetti che i loro avi gli hanno lasciato; addirittura la stessa Associazione San Giulio e la Biblioteca di Druogno hanno attivato una piccola ricerca - poi divenuta una mostra - di fotografie scattate ai personaggi e alle genti della Valle. Di avvenimenti di questi tipo non si legge mai nulla sulle (poche) pagine dei nostri quotidiani nazionali, dedicate (quando siamo fortunati) alle grandi mostre di Milano, Roma o Firenze, eppure credo che tali piccoli miracoli o - come li abbiamo definiti - preziosi circoli virtuosi, siano l’espressione lodevole di un’attenzione alla cultura fotografica che andrebbe valorizzata di più e che va osservata e presa exempli gratia da altre piccole realtà cittadine dove spesso si tende a lasciar stare, a non investire, a non valorizzare, dato che molti piccoli comuni vedono gli interventi legati alla fotografia (e ancor di più alla fotografia storica) come eventi a sé stanti, che hanno un inizio e una fine e non invece in grado di creare, come è accaduto a Druogno - cittadina piccola e lontana dai grandi centri culturali italiani - una serie di eventi a catena che hanno e che porteranno a nuove cose, avvenimenti e interesse. Sono passati più di due anni dal termine del lavoro svolto su questa collezione, che oggi ha assunto il nome di Museo della Cartolina di Druogno e non è davvero un caso se sull’ultimo numero di Oscellana - fresco di stampa - la copertina e un bell’articolo redatto da Danilo Acchini, parlino di una serie di stereoscopie di proprietà di questo appassionato collezionista vigezzino. Si tratta di un nucleo di scatti che illustrano un viaggio in bicicletta affrontato tra il 1907 e il 1913 da un gruppo di amici che fecero un arduo giro tra i luoghi dell’Ossola e le svizzere Centovalli.[8] [1] Le tecniche planografiche possono essere: la litografia (e la cromolitografia), la stampa offset, la fototipia. La litografia fu inventata alla fine del 1700; la cromolitografia nella prima metà del 1800; la stampa offset è risalente all’inizio del 1900; la fototipia invece trae origine dalle prime ricerche di W.H. Fox Talbot ed è la tecnica tra quelle elencate che più si avvicina alla definizione dell’immagine fotografica. |
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