“In fondo la fotografia è sempre una pagina scritta con segni, sensazioni, idee che hai dentro, quindi se io riesco a trasmetterle l’altro ha la mia stessa sensibilità. Io sono nato piccolo e rimango piccolo, con idee piccole; non c’è bisogno di essere grande, quindi se queste cose sono semplici per me devono esserlo anche per gli altri. L’importante è sempre stare con i piedi per terra, non elevarti di più di quello che è umano elevarsi perché potresti benissimo cadere e farti male. Forse la fotografia vera, che noi vediamo, che anche io guardo, è il minimo, l’indispensabile per ricordare qualcosa; quello che c’è di grande nella fotografia non è mai grande quanto quello che io pensavo di dire in realtà, quello che ho vissuto in quel momento.
Nelle foto dell’ospizio tu vedi questa mia paura di invecchiare, vedi queste donne che sono come il ritratto della mia vecchiaia, però chi guarda quelle immagini non vede niente di quello che ho provato quando ero lì a fotografare. Non c’è il puzzo della morte che senti quando entri lì dentro. C’è proprio il sapore della morte, quanto entri lì. Quando guardi la fotografia non senti che lì è come una sala d’attesa.
Forse guardando tutte le foto assieme tu ti chiederai: «Madonna, questo è quello che mi aspetta vivendo? Ma vale la pena vivere?». Vivere non come intendono altri, cioè fare soldi, avere la casa, ma invece vivere per godere giorno per giorno. Questo vale la pena comunque. Tutti corrono nella vita e sembra che se non hai la casa, la macchina, le scarpe di lusso, l’ultima mutandina uscita, l’ultimo cavolo, non vivi!
Non ha senso la vita, così. La gente corre dietro a queste cose, dietro alla ricchezza, a quello che può toccare, che può far vedere agli altri, e invece, per come la intendo io, la vita non è tutte queste cose. Non che io butti via le cose materiali, perché servono e anche io ho fatto la mia parte in questo, però dare sempre importanza, tenere sempre su un piano più alto tutte le cose inutili della vita, questo no! […] Le fotografie io le faccio per me, è naturale, però se a  te non ridò le stesse emozioni questa è un po’ anche  una vigliaccheria; solo che non ce la faccio! Io se potessi ti darei tutto, ti darei anche le mie paure di quel momento perché tu possa capire, attraverso l’immagine, anche tutto quello che io ho recepito lì dentro, che tu invece non conosci. Non è che non sia giusto, non c’è niente di giusto: è una questione di incapacità del mezzo. Come in tutte le cose, qualcosa è possibile e qualcosa non lo è. Se per esempio io volessi vivere altri duecento anni, non posso farlo perché la mia voglia non conta, c’è una struttura,e in fotografia è lo stesso.
L’unico consiglio che ho da dare è: prendi la macchina e fai anche tu questa esperienza, allora vedrai altre immagini che forse sono più forti di quelle che ho fatto io; voglio dire che in sostanza io non ho fatto proprio niente, l’ho fatto solo per me, perché queste cose le ho viste io, le ho sentite e sofferte io; io ti lascio l’impronta di qualcosa che è accaduto, ma non è completa.”

In “Mario Giacomelli. La mia vita intera” a cura di Simona Guerra
prefazione di Cesare Colombo, 2008, Ed. Bruno Mondadori, pag. 114.


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