Ho prestato, fin dall'inizio, interesse alla materia, anzi, più propriamente, ai materiali, nella convinzione che il linguaggio si determina ed entra nei processi metaforici della comunicazione attraverso lo sguardo, il tatto, l'olfatto.
Ho scelto, fin dai miei primi lavori, quei materiali, come il plexiglass, con cui ho costruito complesse macchine, nere come cupi motori o trasparenti per catturare le continue mutazioni luminose prodotte dalle sezioni inclinate dei piani o dai vuoti talora frantumati, secondo una strategia progressiva tesa a rendere l'ambiguità delle strutture in continua trasformazione. Ho usato poi il ferro e l'alluminio, verniciati di nero opaco, modellati in sottili strisce che aderiscono al muro come solchi o grafie negative.
Più tardi ho abbandonato la rigorosa metodologia progettuale su cui si fondava il mio lavoro, per aderire ad un bisogno di creatività più libera e diretta, meno algida e castigata ma più sofferta e inquietante.
Ho trovato nei poliuretani e nelle colle poliesteri, che mi consentono successive modificazioni in qualsiasi fase della lavorazione, la possibilità di ottenere quei risultati di immediatezza che costituiscono la peculiarità della mia ricerca attuale. L'utilizzo degli acetati, di pellicole fotografiche usate, di carta e di stracci coi quali intervengo, anche a modificare opere già da tempo realizzate, secondo il percorso di una memoria che non conosce il tempo, non deve condurre a finalità di percezione materica nè, tanto meno, ad intenzioni di nobilitazione dei materiali recuperati. Mi propongo, bensì, di sollecitare quelle reazioni sensoriali ed emotive che derivano dall'osservazione di materiali perfettamente innaturali, opportunamente manipolati tramite lacerazioni, scalfitture e segni simbolici, nelle cui immagini intendo trasferire l'ansia di un disagio esistenziale, individuale e collettivo, che trova le proprie ragioni nella estenuante filosofia del consumo cui sembra esclusivamente ispirarsi la nostra società. (Gea D'Este)

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