La fotografia è un modo di esprimersi, di fare cultura, un linguaggio. Alberto Furlani ne ha un suo personale che dà visibilità, dimensione e contenuti alla sua interiorità e ne connota la narratività iconica. Il linguaggio è il veicolo attraverso il quale l’autore osserva, dialoga, argomenta e riflette sui contesti che indaga per carpirne l’essenza intima e sintetizzarne i significati specifici, i valori culturali, le potenzialità espressive. Quello di Furlani, con il passare del tempo, nel bianconero e nel colore, ha assunto un'identità precisa, ha definito un modo di essere fotografo, ha disegnato uno stile. E Pop City ne è un percorso significativo. Le fotografie di Furlani hanno un’anima e diffondono sentimento e spiritualità. Egli vive intensamente gli scatti, come momenti magici, irripetibili, consapevole che fare fotografia significa scegliere e significare, attraverso le proprie scelte sul reale indagato. Ed è questo l’itinerario attraverso il quale chi può, riesce a dare dell’universo rappresentato qualcosa di personale che sintetizzi il proprio essere e il proprio sentire. Come l’autore veneto in Pop City. Frammenti di vita metropolitana, angoli di periferie scolpiti dal tempo e dagli eventi, momenti di svago, di silenzio, di intimità, di solitudine, di riflessione, soggetti e oggetti in temporaneo riposo, segmenti di strade catturati nella banalità del quotidiano tra contesti indefiniti e indefinibili. Passaggi visivi che sintetizzano argomentazioni iconiche semplici e complesse, descrittive e concettuali, concrete e astratte, reali e irreali, lineari e articolate, sulla realtà urbana e mediale, sulla nostra contemporaneità; interpretazioni di comportamenti, descrizioni di eventi e di storie, ma anche studio di usanze, tradizioni, memorie, vissuti. Profili carichi di rimandi pittorici, connotati da un leggero tratteggio antropologico, catturati tra gli spazi d’Europa, con coerenza, rigore, discrezione, finalizzati alla realizzazione di un progetto iconografico coinvolgente, quasi un reportage di pulsioni. Una lunga e affascinante teoria di set teatrali e cinematografici che scandiscono un fluire infinito di sensazioni emotive che scorrono con il trascorrere del tempo e viaggiano con la dinamica dei fatti e i percorsi imprevedibili della casualità. Un gioco di sequenze cromatiche collegate tra loro in un quadro linguistico straordinario nel quale si rincorrono eventi e manifestazioni, tra attualità e passato, tradizioni e leggende. Appunti colorati raccolti da Furlani lungo le strade del vecchio continente che scaturisce dall’amore del fotografo per i viaggi col camper e dall’esigenza di conoscere l’Europa. Una trama di combinazioni polisemantiche, di profili stimolanti, microcosmi di raffinata narratività. Un taccuino in cui gli appunti si trasformano in immagini: è il processo da cui nasce Pop City, un percorso contemporaneo della fotografia italiana, un quaderno personale e intimo cui Furlani affida un book d'immagini realizzate negli ultimi dieci anni, legate da un sottile e invisibile filo sul quale, stampate e incancellabili, pulsano le emozioni vissute al momento dello scatto. Immagini che l’autore lavora in post-produzione, in linea con la filosofia digitale accolta, diretta non a modificare il contesto oggetto d’indagine, ma solo a incidere i fotogrammi dei tratti strutturali della propria sensibilità, affinché essi veicolino i significati con maggiore incisività. Ogni scatto è un ricordo, la traccia di un incontro, la sintesi di un’emozione vissuta. L’autore mestrino vuole che di essi rimanga memoria, se ne conservi l’essenza significante, si trasformino in punti di riferimento in particolare per le generazioni future che si occuperanno di fotografia. E per questo affida il compito a Pop City, un lavoro che richiama e rimanda alla Pop Art, singolare esperienza artistica e culturale che ha caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Richiami e rimandi appena percepibili. Un taglio Pop leggero, spontaneo, accattivante, quasi invisibile che lambisce l’indagine e si allontana sull’orizzonte del tempo, per ritornare, dopo aver contaminato la fotografia, tra le pagine della storia dell’arte, forse, alla voce comportamenti di gruppi di intellettuali alternativi del XX secolo. (Fausto Raschiatore)