Osservando le immagini di Antonio Furini, fotografo veneto protagonista di apprezzate performance espositive, viene spontanea una domanda: la fotografia può essere astratta? Possono esistere le Astrazioni fotografiche? Si e no! La fotografia è l’arte del Reale visibile. Non c’è rappresentazione se non c’è una realtà di riferimento. In verità, la fotografia esiste in quanto esiste un Reale da osservare, descrivere, decodificare. Sostiene John Berger, “che la fotografia è la registrazione automatica di un dato evento tramite la mediazione della luce… è il processo attraverso cui l’osservazione diventa consapevole di sé”. Sintetizza cioè un comportamento, una riflessione, una dinamica evolutiva. Ma l’arte rifiuta imposizioni a tutte le latitudini, concettualizzazioni statiche, connotazioni intoccabili. Essa va oltre il reale visibile per vocazione, si pensi alle Avanguardie storiche nelle loro diverse manifestazioni che rifiutavano ogni tipo di condizionamento fino a mettere in discussione il termine stesso di rappresentazione. Se poi consideriamo, per esempio, che per Giorgio Morandi “nulla è più astratto del reale (Per me – diceva il grande maestro bolognese - non vi è nulla di astratto: per altro ritengo che non vi sia nulla di più surreale, nulla di più astratto del reale), allora va preso atto che può esserci sia la Fotografia astratta sia l’astrazione fotografica. L’arte, del resto, è una modalità linguistico-espressiva per dare contenuti e forme all’osservazione e non solo. E questo in tutti i percorsi di creazione artistica. … In fotografia, superata la rappresentazione nasce l’interesse per l’astrazione, per il concettuale a tutto campo, per cui entrano nei processi fotografici entità nuove, inedite, dinamiche sconosciute. Si fa strada il concetto di soggettività, l’artista reclama la propria identità artistica in tutte le sue manifestazioni. Il proprio imprimatur. Cambia il rapporto col reale che, invece, modifica il proprio modo di esprimersi. Sfuma sull’orizzonte della ricerca e della sperimentazione e della relazione tra la macchina fotografica e il reale di riferimento, nei termini classici. Si fa diverso. Nasce, quindi, una nuova grammatica fotografica e con essa una nuova sintassi iconica. Emergono nuovi codici linguistico-espressivi. Entrano in fotografia i segni, le linee, le ambiguità, le allegorie, le stilizzazioni indefinibili, le ombre inquadrate in modi prima sconosciuti, decisamente diversi, nuovi, per dinamiche speculari a nuovi codici, tra ombre e linee indefinite, entità irriconoscibili. Si rinnova Il rapporto trame iconiche-immaginazione, tra linee-figurazioni, luce-ombra. … Come dimostra Furini in questo lavoro, con un linguaggio stimolante sia dal punto di vista artistico che culturale. Una ricerca che non è recente ma che, forse, è la ricerca che meglio riassume la sua poetica fotografica sin qui espressa. Un mosaico di riflessioni sulle Porte a Calabritto, piccolo centro nell’Alta Valle del Sele, che l’autore mestrino ha elaborato, argomentandole compiutamente, nella forma e nei contenuti. Egli ha disegnato con la sua reflex i suoi diversi punti di vista, collocandoli in modo coerente e in sequenza elaborando una trama di qualità. Furini in “Calaporte” ha raccolto segmenti di reale – i Pretesti – e li ha trasformati in Soggetti in piena libertà espressiva. Furini si è sempre espresso in libertà in tutti i generi di cui si è occupato e tuttora si occupa. Il paesaggio, il nudo, la ricerca, la sperimentazione, e molto altro ancora. L’autore sente la fotografia come un insieme di elementi che, se ben coordinati tra loro, sono portatori di nuove entità espressive. E ne è affascinato in termini di studio e ricerca creativa. (Fausto Raschiatore)