Problema di partenza: come evitare di evadere nel banale, nel già detto e nel retorico. Unica strada possibile: non raffigurare quello che ognuno può vedere ma dare volto a quello che io provavo. Ho allora ho chiesto alla “luce” di farsi interprete dei miei sentimenti. Il senso di angoscia, che coglie chiunque entra in questo ambiente, si è dunque concretato in me nella dominanza del nero: nero come il buio della ragione. Ho poi pensato, intuito (o forse non ho potuto fare a meno di pensare) che in un luogo così spaventoso non poteva non esserci anche la speranza; come avrebbero potuto sopravvivere altrimenti coloro che ne uscirono? Una speranza che poteva chiamarsi in un solo modo: libertà, e che a mio parere doveva concretarsi nell’idea della luce. L’unica luce possibile: quella del cielo, visto attraverso una finestra che si stagliava nel buio, o al di là del filo spinato. Per questo non servivano colori, che del resto non c’erano in quel giorno grigio e afoso di agosto in cui mi trovai ad Auschwitz–Birkenau. I sentimenti dunque, sinteticamente, si trasformarono in un linguaggio fatto di bianco e nero o, in qualche caso, di insistenza di grigi. Chi visita questi luoghi non può fare a meno di confrontarsi dolorosamente con quanto è successo, ne sente il peso e la tragedia; poi, una volta uscito, spesso cerca di rimuoverli, li accantona in un luogo della memoria, lontano e sicuro, per non dover fare i conti con la propria coscienza o magari per limitarne il riapparire a poche date obbligate. Tali esperienze diventano allora diafana visione, condizione onirica, talvolta incubo. Anche questo ho inteso denunciare con la mia testimonianza: in luogo di un’immagine nitida ecco allora una visione offuscata. Ognuno di noi allora sarà tenuto ad aguzzare lo sguardo per cogliere e riconoscere, sotto questa sorta di velo di Maia, quella realtà che, finalmente nota, potremo solo allora esorcizzare.

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Genius loci