La mia città europea preferita, Parigi, ha la capacità di stupirmi ogni volta che ci torno, e non solo perché è così “in  divenire”, con le continue ricostruzioni e le fisionomie sempre diverse che assume. Ho sempre l’impressione che i suoi quartieri, i suoi muri, il colore, il rumore e l’odore delle strade mi parlino. In tanti modi differenti: con il caos di certi quartieri del centro che cessa appena girato l’angolo rivelando insospettate oasi di silenzio, con il lusso di modelli che ammiccano da enormi manifesti, così falsi da sembrare reali, con l’apparente freddezza delle sue architetture futuribili o dei passanti frettolosi, con l’atmosfera magica e “caciarona” di Eurodisney che si trasforma, mentre cala la sera e i treni del ritorno si affollano, in un non-luogo immoto ed irreale. E quando i luoghi sembrano tacere per un attimo, tocca agli uomini raccontare le loro storie fatte di andature solitarie, di pensieri racchiusi in qualche fermata di metropolitana, di appuntamenti silenziosi o di allegria e gioia dell’incontro. Mentre mando queste foto, ci lascia Eric Rohmer, delicato narratore che con poche parole e tanto non detto ha cantato le mille anime di questa città. Per lui queste immagini. (Aldo Frezza)   

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