Il mio incontro con questo giovane autore americano (è nato a Washington nel 1977) avvenne all’epoca della pubblicazione in Italia del suo romanzo d’esordio “Ogni cosa è illuminata” (2002). Il libro fu visto da critica, pubblico e pure da altri scrittori come “il caso letterario” del nuovo millennio. Racconta le vicende di un ragazzo americano, di origine ebraica, che si reca in Ucraina alla ricerca della donna che salvò suo nonno dalla cattura dell’esercito nazista. Ricordo tuttavia che a me non diede quest’impressione di grandezza. Sicuramente mi piacque: fui divertita dall’improbabile linguaggio del ragazzo ucraino che funge da guida e interprete e toccata dalle rievocazioni di ciò che accadde quando i nazisti giunsero in Ucraina e iniziarono i rastrellamenti nei villaggi ebraici (la storia del popolo ebraico nell’Europa dell’est era stato il motivo che mi aveva guidata nella scelta del romanzo). Tuttavia quando uscì la seconda opera di Safran Foer (2005) l’acquistai immediatamente, sperando di trovarci qualcosa di più. E così fu. Lo lessi in pochi giorni, ricavandone un’impressione di grandezza, la quale, però, andò subito a sedimentarsi in un angolo della mente, celata da altre suggestioni che una lettrice onnivora come me continua a ricevere dai romanzi che incontra.

L’estate scorsa, mentre conversavo con un amico, il libro improvvisamente risalì alla coscienza dal luogo in cui era finito qualche anno prima. Lo regalai quasi subito all’amico e decisi di rileggerlo. Mi si riaprì un baule di emozioni.

La vicenda è apparentemente semplice. Racconta di un bambino newyorkese, Oskar Shell, che ha perso il papà nell’attacco delle Torri Gemelle. Oskar, come tutti i bimbi, è speciale. Ma le ragioni di questo suo essere speciale risaltano quasi a ogni pagina del romanzo. Guarda il mondo degli adulti con uno sguardo al contempo infantile e profondo, cogliendone le incongruenze e non trovando ragioni per spiegarsele. Quando si sente le “scarpe pesanti” per il dolore suo e dell’universo con cui entra in contatto, si provoca dei lividi o crea nella sua mente mirabolanti invenzioni per risolvere i problemi pratici degli adulti. Adulti (in particolare la mamma, che lui silenziosamente accusa di aver dimenticato il papà) che vede distanti, a cui non riesce a chiedere aiuto per superare la sofferenza in cui l’ha gettato la scomparsa del padre e il fatto di non aver risposto al suo ultimo messaggio telefonico, alle 10.26 dell’11 settembre 2001. Per cercare di alleggerire questo peso, Oskar si dedica alla ricerca della serratura che potrà essere aperta dalla chiave che ha trovato in un vaso, tra le cose del padre.

Nel corso di questa ricerca tra tutti i Black di New York (è l’unico indizio di cui è in possesso per restringere il campo, se non altro di un po’) incontra una folla di personaggi. Alcuni sono stravaganti, altri assolutamente normali, ma ciascuno può prendere qualcosa da Oskar, per alleggerire, almeno momentaneamente, le sua scarpe. E lui trova in questa ricerca il modo di essere ancora bambino e di andare oltre la tragedia che ha segnato la sua vita.

Alle vicende di Oskar si intrecciano quelle dei nonni paterni, due ebrei sopravvissuti alle deportazioni naziste dell’Europa dell’est. Nonno e nonna, dopo essersi conosciuti in patria e rincontrati in America, hanno reagito in modo diverso alla tragedia, personale e del loro popolo. Nonno ha perso gradualmente le parole, fino ad arrivare a esprimersi solo in forma scritta, attraverso un quaderno e il tatuaggio delle parole SI e NO sui palmi delle mani, e se n’è andato nel momento in cui la moglie gli ha annunciato di essere incinta. Le sue pagine sono colme di incapacità di vivere e di rimpianto per ciò che ha, senza colpa, perduto a Dresda e ciò che, invece consapevolmente, ha perduto in America. Nonna ha concretizzato il suo anelito alla vita, nonostante tutto, prima nel figlio e poi nel nipote. Le sue pagine sono colme sì di dolore, ma soprattutto di amore per ciò che le è rimasto, sventura dopo sventura.

Il romanzo non ha una conclusione mirabolante, dal punto di vista dell’esito della ricerca della chiave. E neppure ricompare il papà (il suo corpo non è mai stato trovato), visto che non è possibile ritornare indietro con i fotogrammi fino alla sera del 10 settembre, ed essere salvi. Ma la visita notturna al cimitero e il pianto della mamma danno la possibilità di intravedere un mondo in cui si può continuare a vivere.

Oskar compie la sua ricerca per le strade di New York tenendo al collo la macchina fotografica del nonno. Fissa sulla pellicola particolari che lo colpiscono, le serrature, le luci dall’Empire State Building. Ingrandisce all’infinito la foto di un uomo che cade dalle Twin Towers, per vedere se è il suo papà. Queste immagini sono tutte presenti nel libro, assieme a pagine di numeri, di cancellature, oppure contenenti una sola parola, una sola frase o addirittura bianche. E anche questo lo rende particolare (aggettivo facile a usarsi, ma qui appropriato) e unico. Assieme alle innumerevoli frasi che ho sottolineato nel corso della rilettura. Una per tutte, scritta dalla nonna: “E non sono la stessa cosa, la mia vita e i miei sentimenti?”


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