Detectus

Il fotografo è un veggente: vede con la mente. Nello stesso tempo “intuisce” che nell'avvenire avremo bisogno di guardare ciò che adesso egli registra. I tempi della percezione in lui viaggiano a ritmi elevati e allora ecco che scatta, affidando al dito il compito di seguire fulmineamente il pensiero. Il suo atto è quello di detegere: scoperchiare, svelare, mettere allo scoperto. Mentre gli altri si affannano a seguire piste dettate dal senso comune, egli, come un buon agente investigativo, percorre, col suo fiuto e con la sua macchina, spazi vuoti e abbandonati e arriva sul luogo del delitto prima di tutti. Inoltre, attestando pubblicamente ciò che ha visto, agisce da testimone (oculare) e -nel momento in cui esercita anche la facoltà di discernere dal mucchio, dall'ammasso, dal caos quotidiano- da giudice (imparziale). Salvatore Di Vilio persegue con coerenza maniacale sin dagli inizi degli anni '90 questa ricerca: documentare gli effetti di una radicale trasformazione nelle attività umane. Restituire, con queste immagini di archeologia industriale, un senso ai luoghi e alle macerie del presente. Le sue foto -al di là della perfezione grafica e della quasi assimilazione del luogo rappresentato- nell'evidenza di un particolare, nella disciplina rigorosa dell'inquadratura, nell'apertura di uno spazio inatteso, riattivano la nostra attenzione. I segni della già avvenuta mutazione antropologica sono qui, sotto i nostri occhi. Le fabbriche di Salvatore Di Vilio denunciano l'assenza degli artefici, la distanza dall'uomo e dell'uomo. (Fiorenzo Marino)

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