Questo portfolio contiene la sintesi di una tematizzazione fotografica estremamente stimolante elaborata da una sensibilità speciale, qual è quella di Moria De Zen. Evoke è una sequenza d’immagini collegate tra loro, ottenute mutuando tecniche della pittura e dell’illustrazione, calate nel linguaggio fotografico. Una storia che veicola e irradia sensazioni e percezioni stratificate nel tempo. Frammenti di vissuto, contenitori di momenti registrati nella memoria epidermica che sono stati protagonisti e che oggi non lo sono più, pur vivendo ancora nel ricordo. Evocazioni raccolte in una tessitura iconica di raffinata scrittura fotografica, coordinate e coerenti che si intersecano tra loro, in termini di narratività, in un book di 40 scatti, collegati da un invisibile filo conduttore, uno strutturato profilo linguistico-espressivo, una composizione curata nei dettagli, un ventaglio di cromatismi che va oltre il perimetro del mirino della fotocamera. Il colore, infatti, estende la superficie di una fotografia – dice, in sostanza, Stephen Shore, fotografo e studioso americano – e vi aggiunge nuovi e diversi livelli di informazioni rendendo più ricca l’immagine e più ampia la trasparenza, perché lo sguardo va oltre la superficie e vede a colori. E questo vale in particolare per Evoke, una storia di storie, una continua traslazione di sogni in immagini, un insieme di appunti per capire e capirsi. Ed è quello che ha fatto molto bene Moria De Zen, con classe e sensibilità. Le immagini di Evoke nascono dal nulla. Sono spontanee. Tra gli spazi del lavoro si avverte la percezione che esse “spingessero” per darsi una dimensione, per “uscire”, per essere sintesi di un processo che si fa progetto. Proporsi iconicamente. Un parto, quasi! Sono venute al mondo, infatti, come una scrittura automatica, appunti di un diario visivo immaginario. Solo a distanza di tempo, il senso e il significato che le immagini sono state chiamate a evocare, si è fatto più chiaro nell’autrice, e questo ne ha permesso l’interpretazione e, quindi, la costruzione di una trama narrativa. Nel cuore del lavoro il tratteggio di una metafora e i termini indefiniti di un messaggio sulla nostra contemporaneità. La ricerca è condotta con attenzione ed equilibrio, attraverso l’autoritratto. La storia ha una precisa articolazione - veri e propri passaggi di scena soprattutto nei valori tonali dei cromatismi e nelle composizioni - che permette al fruitore di leggere e interpretare i protagonisti, gli spazi, i colori, i segni, le posture e il linguaggio dei corpi, il succedersi degli eventi, per penetrare nell’intimo dell’autrice, la Signora dei Sogni. Lì dove sono raccolte le “cose” più personali, quelle che rimarranno nell’archivio della memoria e che non sarà mai possibile vedere. Come molta parte di Evoke. Dalle immagini - sequenze oniriche che narrano, col linguaggio dei sogni, visioni interiori indistinte e sfuggenti rievocati per dare visibilità a quelle particolari emozioni universali che albergano nell’animo umano - traspare forte, inciso dal tempo e scolpito nel suo vissuto, il sentimento che le avvolge e le protegge e che rimanda, su piani letterari differenti, ai versi di Pablo Neruda e di Jacques Prévert, due sensibilità straordinarie i cui linguaggi espressivi vivono e si nutrono d’amore e di passione. Evoke è un libro di stimolazioni visive ma è anche un diario d’amore nel senso compiuto del termine, da rivedere, di tanto in tanto. Va dato solo in visione e mai ceduto perché è sacro, come il suo contenuto. De Zen fotografa per esigenze di lavoro, ma di frequente, come in Evoke, anche per sè. Indaga per indagarsi. Studia per studiarsi. L’artista veneta non rinuncia a lavorare per se stessa quando sente il bisogno di farlo o maturano intime esigenze espressive legate al proprio “Io”. Evoke è una di queste. Tutta dedicata al mondo delle donne, all’essenza del fascino femminile. Uno studio profondo nei significati, vissuto nei contenuti, strutturato sul filo di una dimensione personale, con un tratteggio autobiografico che, sfumato, si allontana sull’orizzonte visibile da cui non traspare un ordine logico né un senso compiuto. Scrive Roberto Roda, critico e studioso di fotografia, dell’autrice. “Tecnicamente molto preparata, dotata di modi fascinosi e per certi versi persino snob, condivide con molte altre donne artiste contemporanee una propensione quasi ossessiva verso un'autoreferenzialità che mai tuttavia, sconfina nel narcisismo. Moria De Zen è in grado di suscitare sensazioni contrastanti. Possiede un’aura aristocratica dispiegata cautamente su una trama impercettibile di pensieri aggraziati”. “Evoke” evidenzia che la fotografa, oltre ad una singolare sensibilità femminile, ha una grande capacità di esprimere, attraverso la fotografia, sul reale e sull’irreale, pensieri e impressioni, con eleganza estetica e gusto narrativo. (Fausto Raschiatore)