A volte è sorprendente quanto il viaggio e insieme la grande diversità di situazioni incontrate riportino il pensiero sulla quotidianità. Viaggiare così di frequente su una tratta di 534 km per sei ore al giorno è un modo per mettersi alla prova, per fare incontri, per assistere a sonni consumati in piedi o seduti, è un modo per elaborare la malattia di mia madre. Quando la fotografia non basta le parole aiutano a prendere nota, a posarsi più a lungo sulle cose per guardare più in profondità dentro e fuori di sé. Le parole limano le sensazioni e le idee che mi faccio della gente che incontro e delle circostanze della mia vita. Percorro in treno Milano Venezia e ritorno un numero infinito di volte per motivi di studio e pur nel sacrificio e nel dispendio economico, questo viaggio mi ha offerto numerosi spunti di riflessione. Con una parte delle 2000 immagini scattate e curando anche suoni, musiche e testi ho costruito un cortometraggio che tenta di evocare sentimenti e pensieri passati nel corso di due anni.

Marina De Meo è stata sempre attratta dalle dinamiche psicologiche e sociali che si rintracciano nell’esperienza del viaggio: già qualche anno fa aveva proposto una serie di intriganti fotografie realizzate su un treno a lungo percorso, di quelli che congiungono il Sud al Nord del nostro Paese, e a proposito delle quali si scriveva: « […] il viaggio in treno rappresenta quasi un genere, un mondo a sé, concluso nella sua precarietà tra la partenza e l’arrivo. Marina De Meo ha ripreso questo viaggio – che per la maggioranza dei passeggeri non è certo un viaggio di piacere sull’Orient Express – con discrezione e con una piccola fotocamera digitale che nella precarietà della luce esalta i contrasti, i cromatismi, componendo così malinconici e moderni fotogrammi di un racconto antico.» Mantenendo e consolidando questo stile narrativo, quasi cinematografico, e accentuandone i caratteri di precarietà visiva Marina racconta adesso ciò che la circonda nel viaggio Milano-Venezia e ritorno e, aiutata dall’aspetto ripetitivo dell’esperienza, si sofferma a riflettere su se stessa, in un pudico ripiegamento autobiografico. Il viaggio ripetuto, sempre simile e sempre diverso, la spinge «a posarsi più a lungo sulle cose per guardare più in profondità dentro e fuori di sé» come lei stessa dichiara presentando la sua ricerca. Un lavoro che si distende, letteralmente, lungo due strisciate di fotogrammi accostati come una vibrante sequenza cinematografica che trova poi la sua più complessa forma in un breve video dove le asciutte didascalie e una musica appropriata coinvolgono lo spettatore sul piano emotivo. (Pio Tarantini)

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