La linea nera è una parte di pellicola non esposta alla luce, un pezzo di realtà che non esiste ma che ora si mostra nella sua assenza, con il suo vuoto. Mettere insieme due immagini è un atto di raccontare, voglio spingere il lettore a trovare una storia, una coincidenza che lo renda partecipe dell’immagine. Mi piace la fotografia che stimola il pensiero, di fronte a miriadi di immagini vorrei uno sguardo più “lungo”. Nel mio percorso la linea nera muta, si trasforma, è in evoluzione. Prima elemento di unione, poi “orizzonte speculare” dove spazio e tempo appaiono dilatati. Tutto è immobile. La linea si scolora e confonde il sotto con il sopra, il prima e il dopo. Ora sequenza spezzata, ora custode di passaggi invisibili. Per me la fotografia è poesia con la quale  cerco di comunicare la mia visione del mondo. La mia fotografia, vuole essere espressione del mio modo di sentire, rimanda continuamente al mio vissuto. Non solo utilizzo spazi e oggetti familiari ma il corpo stesso. Lavorare con l’autoritratto porta la persona ad un coinvolgimento con l’atto del fotografare che va ben oltre lo scatto, si crea una “relazione” tra se stessi, il luogo e la macchina fotografica che la cattura. Non so cosa apparirà, certo posso immaginarlo ma vederlo è sempre una scoperta: c’è lo stupore ogni volta. L’autoritratto mi permette di entrare, di dialogare con gli spazi, di giocare con il tempo, di avere uno sguardo doppio. Dentro e fuori l’immagine. Nei miei lavori è presente il tema della leggerezza come reazione al peso del vivere, come libertà da ogni forma di costrizione (1).  Spesso ho tolto peso al mio corpo, ho scelto braccia o gambe o solo capelli per parlare di ciò che c’è dentro, che non si vede. La linea nera mi permette di sottolineare la contrapposizione tra pesantezza e leggerezza, tra terra e cielo, tra lo stare e l’andare, tra la libertà di essere qualcosa e non qualcos’altro (Francesca Della Toffola).

(1) Italo Calvino, Leggerezza in Lezioni Americane, Mondadori, 2004, p.33.

CREDITI
Autore: Francesca Della Toffola - Titolo: “the black line series” - Struttura: 112 pagine - 65 fotografie a colore - Testi di Luigi Erba – Edizioni Punto Marte – ISBN 9788895157139 – Coordinamento grafico Carolina Tomasin DIECI/Pieve di Soligo(TV) – Traduzione inglese QTS srlu/Stefania Cellot - Formato 28x28 cm - Prezzo Euro 22,00 - Anno 2009

BIOGRAFIA
Francesca Della Toffola nasce a Montebelluna (TV) il 19 ottobre 1973. Si laurea a Venezia con la tesi: Sulla soglia dell’immagine: Wim Wenders fotografo. In seguito svolge diversi studi e ricerche sulla fotografia ma è l’incontro con Franco Fontana che segna una svolta. Dopo un iniziale interesse verso la macrofotografia e i particolari, inizia ad esplorare il linguaggio fotografico: l’accostamento di due immagini, la ricerca sul dittico, la riflessione sull’interfotogramma. L’amicizia con Luigi Erba rafforza il concetto di linea nera. Infine l’incontro con Arno Rafael Minkkinen rivela la forte esigenza di racconto attraverso l’autoritratto. Frequenta lo studio di Sergio Favotto: il disegno è un valido strumento per raccogliere idee e annotazioni per eventuali progetti fotografici. Da molti anni collabora con il Circolo Fotografico Primo Piano di Montebelluna. Ha esposto in diverse manifestazioni fotografiche e gallerie. Ha vinto premi e riconoscimenti. Attualmente lavora come fotografa a Treviso, e come insegnante di fotografia creativa nelle scuole medie e superiori. Sue fotografie fanno parte dell’archivio storico fotografico della Galleria Civica di Modena.

THE BLACK LINE AND SURROUNDINGS
Dittico, Polittico, simultaneità visiva

Mi sembra necessario, prima di scrivere in modo specifico di the black line series, primo libro fotografico di Francesca Della Toffola, di ripensare anche nell’inflazionato contesto della fotografia italiana di questi ultimi anni, della comunicazione visiva non più di singole immagini, ma per associazione di una o più di esse. Il fatto, premettiamo, non ha nessun tasso di novità. Si ricollega infatti alle origini della comunicazione stessa, ad esempio i graffiti, ma anche a tutta l’arte religiosa espressa in dittici e polittici. Associare per analogia, per differenza, per somiglianza è quindi un’operazione normale che trova un antecedente nella iniziale percezione globale tipica dell’immagine. L’argomento che non centra nulla con il lavoro di cui parleremo ha invece altre premesse. Dobbiamo infatti compiere concettualmente un ulteriore passo qualitativo che sostituisce al verbo accostare quello di legare ed entrare fisicamente nell’ambito dei nuovi materiali della fotografia rispetto alla pittura: dai negativi su vetro, alla pellicola, al film e alla stessa operazione di ripresa, al procedimento digitale della costruzione, alla presenza assenza di luce spazio tempo. Non è casuale che il primo rimando sia a Muybridge, in un contesto di narrazione in cui il frammento è inserito in una complessità globale, analitica e totale del movimento e che, passando poi da Marey, prelude al film, anzi diventa film. Ma perché no, anche alla casualità della ripresa errata di molti fotografi turisti che sovrappongono le loro immagini, spostano erroneamente lo spazio della  pellicola,  producendo così  inconsapevolmente un’idea di casualità e frammento che genererà, con la consapevolezza e la progettualità, nuovi sguardi, a volte però fine a se stessi. Come viene sottolineato ad esempio da Fernand Léger, in uno dei primi libri in proposito, Paris di De Moï Ver. Léger ne evidenzia la consapevolezza, al contrario dello stupire vuoto di molta fotografia allora di moda, basata sulla sovrapposizione e l’associazione di più immagini, proprio in una differenziazione con il cinema meno analitico, circoscrivibile dell’immagine fotografica. Parla invece in modo positivo di alcuni fotogrammi e fotomontaggi di El Lisitskij, ma anche di Moholy- Nagy 1. Nel frattempo non dobbiamo dimenticare che la profonda operazione di riassetto in chiave novecentesca nella contemporaneità, simultaneità visiva fu data dal Cubismo e nel nuovo concetto di spazio tempo dal Futurismo e, perché no, prima da Medardo Rosso. Per arrivare al dopoguerra non dobbiamo dimenticare dei rarissimi dittici, risolti però come se fossero unica immagine, di Otto Steinert, ma la situazione senz’altro più consistente è da riscontrarsi nella fotografia di riflessione, di metalinguaggio degli anni sessanta, quando il fotografare come processo non può risolversi nell’immagine singola. Daniela Palazzoli, in un’intervista in “Immagini Foto Pratica” cita a proposito Mulas, Vaccari, Tagliaferro come artisti che attraverso il loro work in progress hanno una diversa capacità di entrare perennemente nelle cose, quindi cancellare e decidere ciò che si deve ricordare o dimenticare 2. È lo spazio di divisione intermedio della pellicola, la nuova dimensione con cui si deve fare  i conti, non più da cancellare, ma da utilizzare, tenere con valenze e simbologie anche nel contesto di una narrazione; senz’altro come cesura, come “cicatrice”, ma in un concetto di rapporto di necessità, quindi legame con referenti differenziati. Un esempio di immagine unica può invece essere Mani (1977) di Nino Migliori e di narrazione le antecedenti Accumulo e sottrazione della memoria (1976) e Fotoscultura (1976), ma soprattutto una mostra penso possa sottolineare l’attenzione: Oltre la cornice, tenutasi al Museo Ken Damy di Brescia nel  giugno 1996 ed ideata da Roberto Mutti. Nel testo introduttivo parla di una vera e propria tendenza e a proposito dell’utilizzo di quello spazio nero, visto come elemento materialmente costitutivo,  prende una decisa distanza dal semplice collage 3.

The black line e dintorni

Ma che cosa è dunque questa  the black line? Già sono emerse delle connotazioni, delle note presenti nel lavoro e nelle teorizzazioni di Francesca Della Toffola. Daniela Palazzoli e Roberto Mutti, avevano già parlato un decennio fa  di una tendenza che sottolineava una diversa capacità di essere nelle cose, di utilizzo del materiale, dove entra il processo di memoria in una dimensione spazio temporale particolare, in cui la cornice diventa elemento costitutivo. Cornice su cui vale la pena spendere due parole nel lavoro dell’autrice, perché il libro, suddiviso in cicli di lavoro, sostanzialmente ha due momenti ben definiti, nonostante a livello visivo proceda una narrazione iconica omogenea fatta di segni, segnali, referenti che possono essere contrapposti e no, sempre leggeri anche da un punto di vista cromatico. L’inizio, costituito dai primi due paragrafi (Dittici e Colori della mente), nasce con la linea già in sede di ripresa, cioè gli accostamenti sono quelli dello scatto della pellicola, successivi…uno dopo l’altro per creare un unicum, non una scrittura sia ben chiaro 4. Con Immaginarsi è una melange, in cui la demarcazione viene prodotta parzialmente in sede di ripresa. Da qui e per i capitoli successivi, più precisamente da Stanze, la costruzione avviene digitalmente, per cui si passa dal ritrovare in sede di verifica successiva al concetto di legare costruendo anche globalmente una storia. Intanto emergono altri significati, sia a livello segnico, sia simbolico a puntualizzare che la realtà è molteplice, complessa, stratificata, che non può essere più contenuta dal quadretto dell’immagine unica. Alla diversa progettualità dÈ I colori della mente corrisponde un fluire tra spazio aperto e spazio protetto (ombra, mano, acqua), un andare e tornare, un riflettere sulla propria natura corporea, un autoritrarsi mettendo in rapporto lo spazio interiore con quello esterno della vita quotidiana. Solo apparentemente finito, infinito, in quanto anche il reale quotidiano può essere immaginario entro gli spazi, fuori dagli spazi. Ecco quindi che il concetto si ampia a quello della conoscenza, un nero che contiene: soglia, limite, finito, infinito, spazio interno, spazio esterno, un illimite che non esclude lo sguardo e la materia. Come la siepe leopardiana. Ancora acqua-annegare-ritrovarsi- ritornare nel grembo nella leggerezza e trasparenza del colore. Siamo, ed anche nei cicli successivi, in una sorta di visto e non visto, in cui al nero della mancanza di luce nel film  e nella scelta digitale compare una corrispondenza di pieno e vuoto, concettualmente una presenza-assenza. Luce-ombra. Fotografia figlia e sia ben chiaro non solo figlia della luce, ma anche dell’ombra, meglio della loro dialettica, ma anche imprescindibilmente legame necessario. Infatti la sua linea è in progress e negli ultimi lavori progressivamente si schiarisce, fino alla scomparsa. Si vedano Metapaesaggi, Solaris, Pelle a Pelle. Qui avviene, si accentua poi un’altra tersione, quella del colore annunciato, quasi dichiarato dal dissolversi di the black line che produce immagini speculari sulla linea dell’orizzonte. Ora contribuisce alla globale trasparenza che rimanda, anche per l’ambientazione, alla classica luminosità di un affresco di scuola toscana, più che ai toni alti di Giuseppe Cavalli. Il lavoro, nelle parti conclusive, propone un preciso riferimento referenziale al tempo, in cui gli arti dell’autrice,  protagonisti simbolici,  segnico-visivi di tutta la tendenza all’autoritratto, diventano le lancette di un orologio a dichiarare apertamente che tutto quanto viene concettualizzato. Il tempo avvolge circolarmente ogni cosa, qui sempre espressa, mai risolta nell’astrazione. Così come in Pelle a Pelle, un ciclo che segna l’appartenere dell’autrice al suo territorio attraverso gli interni anche architettonici di una villa dove ogni parte viene connotata, come quando si fa corrispondere il particolare di un viso all’ipotetico corpo di cui si vedono solo le estremità inferiori. Anche qui siamo nella simbologia, in cui entra in gioco il rapporto tra icone: lo sfondo, il fondale, la scenografia di ieri con quella di oggi. Siamo nella fotografia, nella sua costruzione. Nella stessa serie una crepa del muro incontra perpendicolarmente the black line. La figura autoritratta ne esce, vuole come rientrare, come fosse una sostanza ritrovata della sua origine. L’origine della vita. Ma allora cosa è the black line? Il grande Mario Giacomelli diede una definizione di fotografia. È come una porta semichiusa che si può riaprire…una cicatrice: una carne che è stata aperta, che si è rimarginata, ma si può riaprire. Ma allora cosa è the black line? Semplice, tutto elementarmente semplice… fotografia (Luigi Erba).


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(selezione dal libro "The Black Line Series")