“Quando ho deciso di iniziare, nel 2009, questo progetto fotografico mi stavo avvicinando al mio licenziamento, stava arrivando la crisi economica che colpiva, oltre le aziende a cui fornivo i miei servizi, anche la mia. Aziendalmente è più facile rescindere il contratto con un libero professionista che licenziare un dipendente, questa è la frase che l’amministratore delegato mi ha detto prima di liquidarmi. Da quel momento ho maturato intimamente il convincimento di scrutare fotograficamente quei luoghi, le cose e i volti di questa crisi economica e di metterci anche del mio. Indagare il paesaggio e il ritratto, fissato un punto di vista e il contesto, per cercare di interpretare il momento delicato che stavamo (e stiamo) vivendo. Da una parte i luoghi e gli strumenti, che fanno da cornice a coloro che hanno perso il lavoro e, dall’altra, gli uomini con i loro volti smarriti, delusi, sofferenti”. Questa riflessione di Daniele Cinciripini, apprezzato autore marchigiano, accompagna, in parte, l’indagine-studio La faccia della crisi, un progetto coraggioso e attuale da cui, pur nel suo piccolo, sale una denuncia e parte un invito per la classe dirigente del nostro Paese. Riflessioni sentite, vissute direttamente che in realtà sono le ‘motivazioni personali’, come le definisce egli stesso, che lo hanno spinto a realizzare questo stimolante portfolio, con il quale, peraltro, l’autore è stato designato Autore dell’anno 2010 dalla Fiaf-Marche: “Per la capacità di progettare un’opera fotografica coerente per tematica e poetica; scegliere tematiche attente alla contemporaneità, esprimere il progetto sentito con una visione efficace nel comunicare significati profondi attraverso una composizione dall’estetica innovativa”. Un lavoro che dà la dimensione della sensibilità del fotografo sambenedettese e, nel contempo, indaga il nostro tempo storico, e in particolare, un aspetto estremamente delicato: la crisi economica. Cinciripini esprime con il linguaggio che conosce meglio – quello della fotografia – il proprio punto di vista sull’argomento. E lo fa con equilibrio, determinazione e grande efficacia narrativa oltre che, naturalmente, con sentita consapevolezza concettuale. Riesce a coniugare, attraverso la propria sensibilità, che mette a disposizione della comunità per capire e interpretare la crisi e con coerenza linguistico-espressiva tema, forma, contenuti, significati e messaggi. Una tessitura di sensazioni in cui sono esteticamente ben distribuiti il segno e il colore. Tagli semplici e lineari, quasi una scomposizione geometrica dei significati, delle forme, delle tracce, ora verticali, ora orizzontali, sempre comunque stilizzate, essenziali, concrete in una trama semplice, minimalista, costruita attraverso il dettaglio e la composizione. Una scrittura iconografica sobria, elaborata con gusto estetico da cui traspare l’intimo del luogo e del momento indagato. Silenzi e solitudini dominano gli ambienti lungo l’itinerario delle ventiquattro sequenze del portfolio. Tracce di un mondo che non c’è più, o almeno, che è momentaneamente fermo, interrotto, in attesa. Spazi solitari, silenziosi e vuoti che non si parlano più tra loro, fili che collegano macchine ferme, punti operativi tra loro non più attivi. Un mondo immobile. Confuso, disorientato, turbato. Come i volti ritratti, silenti, smarriti, ma dignitosi. Forti e non rassegnati. Tracce ancora non del tutto scomparse che aspettano un segnale. Microcosmi che si spengono, che perdono la propria dimensione, la propria identità, la propria vita, il proprio pulsare, la propria “anima”, l’essenza della propria esistenza, della propria storia. Tracce che vanno verso il nulla, oltre l’orizzonte del visibile, tra le nebbie e il buio della crisi. (Fausto Raschiatore)