Titolo: Chioggia nei giorni del disagio; Autore: Mario Vidor; Testi: Fausto Raschiatore; Formato: cm 31 x 24; Lingue: Italiano/Inglese; Fotografie: 60 a colori; Struttura: 128 pagine di 60 foto; Editore: Punto Marte;  Prezzo: euro 26,00;  Stampato: settembre 2013 presso Eurostampa VR; Coordinamento graifco: Carolina Tomasin per OLOjn;  ISBN 978-88-95157.54-2

A CHIOGGIA, NEI GIORNI DEL DISAGIO
di
Fausto Raschiatore

Il sostantivo disagio, completo del suo significato classico, che è possibile sintetizzare in una condizione temporaneamente sgradevole per motivi diversi - morali, economici, ambientali, o altro - è il termine da cui si snoda il percorso di ricerca fotografica che dà corpus a questo volume. Una esperienza stimolante, realizzata da Mario Vidor nel quadro di un progetto, elaborato attraverso finalizzate pre-visualizzazioni, studiato e strutturato nei dettagli, in linea con l’ultima produzione dell’autore trevigiano, concernente, per lo più, il paesaggio. Uno studio-indagine di un territorio definito in un momento straordinario che ha l’obiettivo di dare una sintesi descrittiva a un evento – il fenomeno dell’Acqua-Alta - e, al contempo, interpretare in chiave visiva, l’evento stesso; una declinazione linguistica e interpretativa di una sensibilità, quella di Vidor, coniugata ad una modalità espressiva di grande efficacia narrativa, qual è la fotografia. “Chiozza è una bella e ricca città venticinque miglia distante da Venezia, piantata anch'essa nelle Lagune, isolata ma resa Penisola per via di un lunghissimo ponte di legno, che comunica colla Terraferma. Ha un Governatore con il titolo di Podestà, ch'è sempre di una delle prime Case Patrizie della Repubblica di Venezia, a cui appartiene. Ha un Vescovo colà trasportato dall'antica sede di Malamocco. Ha un porto vivissimo e comodo e ben fortificato. Evvi il ceto nobile, il civile ed il mercantile. Vi sono delle persone di merito e di distinzione. Il Cavaliere della città ha il titolo di Cancellier Grande, ed ha il privilegio di portare la veste colle maniche lunghe e larghe, come i Procuratori di San Marco. Ella in somma è una città rispettabile.” (nota di traduzione). Ho ritenuto quasi un dovere, un atto dovuto, inserire questa riflessione, tratta da uno dei capolavori dì Carlo Goldoni. Una riflessione che collega, tramite il lungo ponte del tempo, due estremità, rappresentative di due epoche, come due piloni che sorreggono l’arcata della storia, con i fatti e gli eventi che si sono succeduti nei secoli. … Chioggia è una città di oltre cinquantamila abitanti, nel Veneziano, collocata su di un’area peninsulare, tra la Laguna Veneta e il Delta del Po. A mezza strada tra il capoluogo lagunare e Ferrara, la città degli estensi. Vidor ha messo a disposizione di Chioggia e del fenomeno, base di questa ricerca, la sua sensibilità, la sua capacità di guardare il contesto e di capirne i contenuti, vederne le dinamiche, gli aspetti più nascosti. Non solo, ha voluto guardare, ma soprattutto vedere e scandagliare oltre il visibile. E la fotografia permette di farlo, sempre e comunque. “Non esiste a Chioggia una vetrina di fotografo che non abbia esposto almeno un’immagine della città con l’acqua alta e non esiste immagine che non abbia attirato lo sguardo del passante. Migliaia di ritratti, ma ognuno diverso dall’altro, ognuno con una sfumatura, un riflesso, una situazione, che trasmette uno stato d’animo. Possono trasmettere disagio, inquietudine, preoccupazione, o paradossalmente suscitare serenità, meraviglia ed attirare nel loro gioco di riflessi, luci che si proiettano sui palazzi e sotto i portici, di cieli specchiati quasi a capovolgere lo stato delle cose, palazzi che si appoggiano nel cielo, avvolti dalle nuvole. In questo libro viene espressa molto bene la meraviglia del fenomeno, unico nel suo genere, che fa sembrare i palazzi sorgenti dalle acque – sostiene Girolamo Segato, architetto in Chioggia. E’ un accadimento meraviglioso come tanti che si possono vedere nel mondo come l’aurora boreale, l’arcobaleno in un cielo di primavera, o un tramonto nelle terre d’Africa. Credo che chiunque abbia l’occasione di guardare queste immagini, debba lasciarsi trasportare dall’emotività, e raccogliere le sensazione che da esse ne può trarre”. Una riflessione che coglie, attraverso proiezioni immaginarie che evocano realtà improbabili, dimensioni inedite del fenomeno Acqua-Alta che colloca su piani internazionali, confrontate con eventi che ogni giorno nel mondo disegnano pagine di straordinario impatto emotivo e ambientale. E’ un atto d’amore verso la propria città, in particolare nei confronti del proprio spazio di vita e la dimensione del proprio quotidiano. A tutti i livelli. Quello di Segato è uno dei sei contributi che Vidor ha voluto inserire nell’opera “Chioggia, nei giorni del disagio”. Una ricerca che l’autore vuole condividere con altre sensibilità, sul piano dell’indagine, dell’interpretazione, misurando queste variabili con la propria dimensione di fotografo, a Chioggia, in un contesto straordinario e speciale. Sei riflessioni che danno ricchezza emotiva al volume e la prospettiva di poter rendere le fotografie documenti di studio. Segmenti che, coordinati tra loro, conferiscono alla ricerca una particolare specificità. Brevi interventi di cittadini “normali”, nel senso autentico del termine, dati con discrezione e senza enfasi. Contributi semplici, sentiti, vissuti intensamente che non hanno né reclamano valenze letterarie, ma vivono in silenzio, felici d’aver contribuito a rendere più ricca e articolata l’opera che è e rimane, una creazione di Mario Vidor fotografo.  Studiata, invece, la nota dell’imprenditore veronese Enzo Paglia, collocata tra la sorpresa di trovarsi coinvolto inaspettatamente nella realizzazione di un fotolibro su Chioggia, legato a un evento importante come il fenomeno dell’Acqua-Alta e la necessità di dare una lettura personale delle fotografie. “Mentre guardavo mi domandavo per quale motivo queste immagini mi davano piacere, e la risposta che mi sono dato è:  perché mostrano la bellezza dell'evento .... e non il disagio dell'evento. Ci mostrano anche e soprattutto una UNICITA' che, come ben visibile in alcune immagini dove il riflesso delle stesse prodotte dall'acqua ridisegna e trasforma in piena completezza quanto di bello, ma di parziale è stato possibile realizzare dall'uomo con le sole capacità creative a disposizione, sublimando in totalità quanto noi, da soli, non saremo mai in grado di raggiungere e tutto attraverso l'ennesimo contributo offerto solo in questo e per questo evento naturale. C'è un’ARMONIA dentro queste immagini. L'armonia di scelte antiche fatte da uomini che hanno deciso di stare in un luogo meraviglioso, creato meraviglioso, sapendo di dover superare il fastidio di qualche occasionale difficoltà, che in queste immagini appena si percepiscono. C'è nelle immagini la naturalezza dell'esserci e del partecipare all'armonia di un luogo unico, dove eventi unici hanno stimolato, e continuano ancora a farlo, la creatività e l'adattamento in modi altrettanto unici. Vedo la normalità del vivere quotidiano tra le bellezze del Creato e quelle altrettanto belle create dall'uomo nel tentativo doveroso di contribuire per quanto ricevuto. Vedo immagini che non avrei mai visto se non fossi stato lì, in quel posto ed in quei giorni. Vedo immagini che sicuramente non avrei visto perché quel luogo non è dove sono, e quindi dico Grazie per avermi dato la possibilità di vedere, immergermi ed apprezzare, meraviglie ed eventi impossibili altrimenti da vivere in una sola vita. Anche io, ora, sono in armonia con ciò che vedo. Adesso lo conosco.” Il nostro tempo, si può dire in sostanza con René Burri, tanto per concettualizzare un punto di vista di un fotografo di fama internazionale, dell’Agenzia Magnum Photos, ha una particolare connotazione: tutti conoscono tutto, per cui è necessario scavare oltre l’attualità e la contemporaneità per poter proporre un proprio punto di vista, una propria personale visualizzazione dell’osservato. Il fotografo cioè, lascia intendere il famoso reporter svizzero, deve lavorare per diventare soprattutto un autore con una personalità, un proprio stile e darsi un proprio codice linguistico. Questa è la sola strada che si può ragionevolmente percorrere per tentare di contrastare le nuove generazioni. Ed è quello che ha fatto Vidor, riuscendovi, nell’affrontare la dimensione di “Chioggia, nei giorni del disagio” dovuto al passaggio dell’Acqua-Alta. Egli ha operato come Autore autentico, sviluppando il progetto con il proprio linguaggio e il proprio stile. Ha lavorato coniugando la propria creatività, in un tutto unico, con l’ambiente, e di conseguenza, con l’evento stesso. Ha indagato a fondo dando al book una certa personalità con un taglio che conferisce la dimensione allo studio e lo permea di una speciale “coloritura”, nella forma e nei contenuti, della propria sensibilità, riuscendo a dargli una valenza significativa che si distingue tra tante. Accoglie le riflessioni dando un ritmo alla lettura del fotolibro e una più ampia articolazione descrittivo-concettuale al progetto. “Trovo che questo libro narri, - sostiene la dottoressa Francesca Bullo, con studio in Chioggia: “ - attraverso la suggestività e la potenza delle immagini, la storia di un fenomeno antico e sempre nuovo, quello dell'acqua-alta a Chioggia. E che lo faccia poeticamente attraverso la sua gente e lo straordinario modo con cui affronta la quotidianità, pur nell'inevitabile disagio provocato dall'alta marea. Ogni fotografia è un racconto dal quale emerge vividissimo il profilo umano del fenomeno: l'ombrello abbandonato nell'acqua, le biciclette ammassate, il cassonetto ribaltato in mezzo alla piazza sono solo piccoli segni della lotta che i chioggiotti sono costretti ad ingaggiare ogni anno contro la natura. Ma la sensazione immediata di netto contrasto tra la bellezza della nostra città ed i danni provocati dall'acqua alta è accompagnata da un senso di orgoglio nell'osservare come la gente di Chioggia a testa alta continui a svolgere le proprie attività abituali, nonostante tutto. Queste persone che lavorano con le saracinesche abbassate, chiacchierano e passeggiano con stivaloni ai piedi, girano in bici o portati a spalla meritano senza dubbio tutta la bellezza di Chioggia, anche nei giorni del disagio". Una riflessione concreta che si lascia apprezzare per la spontaneità e la valenza “indigena” che sintetizza, da una parte, la familiarità della comunità con l’evento dell’Acqua-Alta e dall’altra la naturalezza con cui, tutti, con semplicità e pazienza, gestiscono il “dopo”. Una normalità che rasenta la rassegnazione e giustifica, dell’evento, tutto e il suo contrario. Non c’è insofferenza tra chioggiotti e Acqua-Alta, c’è invece grande rispetto e, forse, molta comprensione. Un silenzio maestoso e solenne domina l’ambiente che si offre alla vista di tutti, così come appare dopo il passaggio dell’AcquaAlta. Un silenzio indagatore, che osserva e riflette il contesto che soffre con dignità e amor proprio. Qua e là capannelli di gente, qualcuno commenta, qualche altro osserva il paesaggio. Dagli sguardi delle persone si percepisce la voglia di reagire subito, con determinazione, come tutte le altre volte. Infatti, quella descritta in questi scatti di Vidor, è una pagina da aggiungere a quelle già scritte nella storia della città veneta. Una storia che oltre ad essere stimolante dal punto di vista artistico, ha un proprio specifico fascino, una personalità delineata, anche per via di questo fenomeno che indubbiamente ha contribuito a definire. Come accade a Trieste con la Bora, anche i chioggiotti come i triestini, se dopo qualche tempo non si manifesta il consueto fenomeno, ci si comincia a preoccupare. E’ uno dei piani di lettura tra la Gente e la Natura. Uno strano rapporto di contrastanti equilibri d’amore e d’incomprensioni, comunque corretto, da sempre considerato un modello di dialogo equilibrato. “Acqua-Alta e Chioggia: Un connubio ormai divenuto un classico per fotografi e cineamatori. L’autore di questo ennesimo ciclo fotografico sul tema, ha cercato di percorrere vie nuove, immortalando momenti e situazioni che in parte si discostano dai soliti cliché. Per cui ne risulta una Chioggia, nei giorni del disagio disagiata davvero, a tratti insolita a tratti scontata, ma pur sempre viva nei suoi colori, nelle sue peculiarità e … nei suoi momenti di difficoltà. Belli e indovinati alcuni scorci che presentano una Chioggia con un fondale, carico di grosse e consistenti nubi, dietro a un canal Vena stranamente calmo, quasi soddisfatto di poter riflettere in superficie alcuni palazzi che vi si affacciano. Altri palazzi poi si riverberano curiosamente nel Corso temporaneamente improvvisatosi canale. Ma non solo palazzi: anche bar, tavolini, sedie. Suggestivo l’allineamento di sedie sull’acqua. Le foto, scattate in periodo natalizio, riprendono i gazebo, che sembrano galleggianti (ma c’è anche un cassonetto dei rifiuti che invece galleggia davvero, “pancia” all’aria), così come non mancano alcuni coraggiosi che scambiano, quasi ignorando l’Acqua-Alta, quattro chiacchiere immersi con tanto di stivali, nell’acqua. Un momento topico è costituito da una bici inoperosa nell’acqua e da un ombrello abbandonato a spasso lungo il … Corso acqueo, mentre un negozio sembra mostrare la scritta “chiuso per acqua alta”. Bella la foto di una donna che sfida l’evento avverso protetta da stivaloni alla pescatora, così come un’altra, che è costretta a sistemarli allungandoseli o l’altra foto che mostra due uomini che sembrano chiedersi: “Cala o non cala?”.  Il ciclo fotografico si chiude con tavolini e gazebo assediati dall’acqua-alta, mentre il campanile di S. Andrea strizza l’occhio per tutta la sua altezza, così disteso com’è sull’acqua e che sembra proprio volersi riposare ritratto … in posizione orizzontale.” Equilibrata e in linea con l’intera struttura dell’opera la riflessione di Angelo Padoan, insegnante in pensione e collaboratore per la stampa locale, di una testata giornalistica. Egli s’addentra da chioggiotto tra i chioggiotti e l’analisi che ne scaturisce aggiunge un ulteriore tassello alla costruzione dell’opera. Osserva con attenzione i dettagli e sollecita il lettore alla riflessione. Misurato e poetico il contributo di Giorgio Longhin, con studio di pittura e scultura a Chioggia.  “Dall’angolo più bello della città – dice orgoglioso l’artista -, tra la  pescheria e la chiesa di S. Andrea, sulla riva di canal Vena. Un angolo di poesia e di colori che cambia ogni giorno, ogni minuto e che sempre mi meraviglia. Dallo studio sento il vociare assordante della pescheria, con le urla di richiamo dei pescivendoli e le grida dei gabbiani che attendono pazienti sui tetti dei palazzi e sulle bricole per poi azzuffarsi gridando per conquistare le rimanenze di pesce che viene loro gettato a fine mattinata, il tutto immerso in una tavolozza di colori sgargianti e splendenti nelle belle giornate ma egualmente belli, più scuri e struggenti nei giorni piovosi, invernali. La notte porta uno spettacolo diverso, di luci sull’acqua con i palazzi e le chiese illuminati dalle fioche luci dei portici, riflessi in maniera flebile ed appena mossa, in un’atmosfera ovattata di un inusuale silenzio. E finalmente le giornate uggiose, di pioggia e vento dove i colori di ghiaccio sembra ti colino nell’anima, struggenti ed affascinanti e questo diventa ancor più intenso nei giorni di acqua-alta. Con l’inizio dell’acqua-alta, al suono allarmante della sirena, cresce l’acqua ed invade il corso, poi le calli ed assieme ad esse ti cresce dentro l’ansia dell’attesa di un qualcosa di ineluttabile, di oscuro ed inevitabile come il destino, ma poi ti guardi attorno e ti accorgi di essere immerso in mondo magico, di un paesaggio unico ed inimitabile ed in questa bellezza il cuore ti si quieta”. Con questo volume Vidor ha indagato un evento importante per la città di Chioggia: il paesaggio subito dopo il compiersi dell’evento. Ha osservato i visi degli abitanti e li ha descritti con un taglio linguistico-espressivo gradevole ed efficace. E di questo va dato merito all’autore, uomo e artista attento, discreto e rispettoso della natura e del paesaggio, nei cui confronti si muove sempre con prudenza ed equilibrio. Racconta, da ultimo, Loris Moscheni, architetto in Chioggia. "Mentre guardavo mi domandavo perché queste immagini mi piacessero tanto, e la risposta che mi sono dato è perché mostrano la bellezza dell’acqua-alta a Chioggia. Periodicamente assisto all’evento “attrazione” inquietante e suggestiva, preannuncio della fine del gioco di Fata Morgana chiamato centro storico di Venezia e di Chioggia. Con alla memoria queste immagini, mi sovviene il ricordo del 1966, quando io, allora tredicenne, vidi la storica Acqua-Alta eccezionale del 4 novembre. Il Corso del Popolo di Chioggia, sembrava un Canal Grande veneziano e su questo, le barche a remi e a motore, per tutto il giorno, normalmente e velocemente vi transitavano per allocare quelle persone (medici, autorità, gente comune) che avevano inderogabile bisogno di spostarsi da una parte all’altra della città. A piedi si poteva muovere qualche passo solo in alcune zone con stivali a sott’ascella dei pescatori da laguna. Visivamente i portici richiamavano alla cisterna Yerebatan Saray di  Istanbul/Costantinopoli e il Corso, con il profondo specchio acqueo, duplicava l’altezza delle sontuose facciate dei palazzi e chiese, con il turchino di cielo e mare come dalla poesia di Diego Valeri dedicata a Venezia. La visione poetica dell’evento, non giustifica il danno e il disagio che questo accadimento da secoli regolarmente provoca. L’acqua alta è divertimento di qualche attore americano e di qualche bambino, che ancor oggi, vedendola, vi si inoltrano passeggiando dentro questo scenario irreale e fantastico. È originale soggetto di fotografi e cineoperatori, ma per la gente normale è limitazione, impedimento e a volte allagamento dei pianterreni delle case, desolazione. Devo dire, almeno per Chioggia, che gli ultimi interventi infrastrutturali, quali il Baby Mose, hanno già dato dei risultati, riducendo i giorni di disagio, neutralizzando le “piccole acque alte”. L’auspicio dell’eliminazione di questo evento disastroso e la conseguente salvaguardia di Venezia e Chioggia, attraverso i grandi interventi alle bocche di porto della laguna  veneziana, sarà benvenuto se dopo, l’acqua alta diventerà un luogo della memoria e le generazioni future dovranno solo documentarsi (e non provare direttamente), del cosa e come fosse stato questo fenomeno detto “Acqua-Alta”, con buona pace per i turisti curiosi. Lo spero vivamente.” Sessanta fotografie raccolte per un progetto di analisi e di interpretazione di un evento speciale, qual è quello dell’Acqua-Alta: amato e odiato, apprezzato e denigrato, accolto e rifiutato. Scatti equilibrati nei contenuti e nelle forme. Curati nelle inquadrature, strutturati nelle diverse sequenze, ben argomentate iconicamente le aree indagate. Come fossero pagine di un diario intimo, scritto tra difficoltà impreviste e imprevedibili. L’autore conferma tutta la propria sensibilità e l’attitudine a “leggere” il paesaggio. Stimolanti e utili i sei contributi narrativi che integrano, su piani diversi e attraverso dinamiche che si intersecano tra loro in maniera armonica ed equilibrata, fino a costruire una trama iconica di pregevole fattura, quasi un mosaico di sensazioni straordinarie. All’interno del quale si collocano le proiezioni immaginarie di Segato che dialogano con l’unicità e l’armonia del contesto declinato da Paglia. Il tutto in linea con quanto descritto dalla Bullo con semplicità, da Padoan con sensibilità del cronista verso i dettagli e argomentato da Longhin dal suo punto di vista, senza dimenticare i richiami, e non solo storici, dell’architetto Moscheni. Un grande affresco realizzato in silenzio tra i silenzi dell’ambiente dopo un passaggio dell’AcquaAlta, nel contesto di un dialogo difficile e articolato tra il paesaggio e i propri diversi “protagonisti”.

 Nota – Così Carlo Goldoni descrive Chioggia nella prefazione alle Baruffe – “Traduzione”
Chiesa e campanile di S. Andrea apostolo situate nel Corso del Popolo. Il centro storico di Chioggia, se osservato dall'alto, appare a forma di lisca di pesce. La città viene denominata la Piccola Venezia per le caratteristiche urbanistiche della zona antica molto simile a quella di Venezia, il capoluogo veneto a cui la città è collegata. A Chioggia - sorta di isola collegata alla terraferma da poche strade - sono presenti, quindi, al pari di Venezia, calli, campi e canali. Il principale - dal punto di vista turistico, per la tipicità dei palazzi e delle chiese che vi si affacciano - è il citato Canal Vena, attraversato da nove ponti, per molti versi simili a quelli presenti a Venezia. Il più imponente è il Ponte Vigo che chiude il canale a ridosso della laguna conducendo alla piazza omonima prospiciente la stazione dei battelli diretti a Pellestrina e nella quale troneggia un'alta colonna sormontata dal leone marciano simbolo dell'orgoglio veneto ma ironicamente chiamato dai veneziani el gato (il gattone) perché di dimensioni molto inferiori a quelle del leone di Venezia, causa di forti litigi, le famose "baruffe", tra veneziani e chioggiotti, questi ultimi ritenendosi offesi dal disprezzo che tale appellativo preclude. Gli altri canali che attraversano o racchiudono