Sì, quel giorno di luglio mentre camminavo sulla route Paul Cézanne puntando ad est, mi accadde, appena lasciata Aix, di orientare l’intreccio dei miei  pensieri verso una indeterminata molteplicità di suggerimenti di viaggio (ed ero soltanto uno dei molti che dall’inizio del secolo si erano messi in cammino su quella strada). Anche l’idea di vedere il monte dal vero era stata per lungo tempo solo un semplice gioco. Non era forse una fissazione pensare che quanto un tempo aveva rappresentato l’oggetto privilegiato di un pittore dovesse di per sé significare qualcosa di particolare? Solo quando il gioco intellettuale si era trasferito nella fantasia, la decisione aveva acquistato concretezza (ed insieme sopravvenne subito anche un senso di piacere): sì vedrò la Sainte-Victoire da vicino! Perciò non seguivo tanto le tracce di motivi di Cézanne, che d’altronde sapevo ormai per la maggior parte sfigurati, quanto il mio sentimento: era la montagna ad attirarmi, come nient’altro mai mi aveva attirato.[…] Il monte lo si avvista già prima di Le Tholonet. E’ brullo e quasi monocromo; più un bagliore luminoso che un colore. Talvolta accade di scambiare contorni di nuvole per montagne altissime: qui, al contrario, la montagna baluginante sembra al primo sguardo un’apparizione nel cielo; impressione cui contribuisce anche il movimento, bloccato da tempo immemorabile, delle facciate di roccia che precipitano in parallelo e delle falde stratificate dello zoccolo disposte orizzontalmente. Il monte sembra quasi sia scivolato dall’alto, da un’atmosfera di colori pressappoco uguali, verso il basso, e qui si sia ispessito in un piccolo massiccio meteoritico. (Peter Handke – Nei colori del giorno – Rizzoli 1985)

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