Non so se definire Vincenzo Castella (Napoli, 1952) un ‘fotografo’ sia del tutto esatto. Il giorno in cui ho avuto l’opportunità di conoscerlo per la prima volta a Milano ho capito subito che la definizione di ‘fotografo puro’ non gli è del tutto appropriata, anzi, direi gli vada abbastanza stretta. Il suo interesse per il fotografico è legato alle caratteristiche intrinseche di questo mezzo così affascinante e, allo stesso tempo, fortemente rivelatore del mondo contemporaneo. Ma ciò non impedisce Vincenzo Castella di interessarsi al resto del mondo artistico contemporaneo traendo, in modo particolare, grande ispirazione dall’arte concettuale. Potremmo dunque classificarlo nella categoria degli artisti-fotografi, in quel gruppo di artisti contemporanei che fa un uso concettuale del mezzo, accantonando qualsiasi interesse per la componente tecnica della fotografia. Ma neanche questa definizione calza perfettamente alla figura di Vincenzo Castella. Così dopo un lavoro di tesi, durato quasi due anni, sull’analisi storico-teorica del suo lavoro, mi sono nuovamente buttata a capofitto nei testi per trovare un aiuto critico ai miei pensieri. Per capire. Mi è giunto in soccorso un testo molto interessante scritto da Claudio Marra, Fotografia come arte[1], in cui lo storico spiega come, tra gli anni Ottanta e Novanta, grazie all’avvento delle ‘avanguardie di massa’ (Pop Art, Minimal Art, Arte concettuale ecc.)[2], e conseguentemente all’evoluzione dell’identità estetica dell’opera d’arte, sia cambiato l’atteggiamento nei confronti della fotografia come arte, riconoscendone la sua propria vocazione e identità, differente da quella pittorica. In questo modo si ricompone finalmente quel divario tra fotografi puri e artisti che trova nella generazione degli anni in questione (in Italia: Ghirri, Basilico, Jodice, Guidi...) il punto di unione[3]. Castella fa parte proprio di questa generazione. Egli è da sempre attento alla costruzione di una ‘buona immagine’ (attenzione! non ‘bella immagine’!), e l’equilibrio compositivo delle sue ultime fotografie sulle città ne sono la prova. Ma i suoi lavori sono anche, e soprattutto, supportati da un forte impianto concettuale. Per capire al meglio il significato della parola ‘concettuale’ prendo spunto dalla spiegazione fatta nel ’67 da Sol LeWitt in cui l’artista esplicita l’importanza del momento ideativo in un’opera d’arte concettuale:

Nell’arte concettuale l’idea, o il concetto, costituisce l’aspetto più importante del lavoro. Quando un artista utilizza una forma d’arte concettuale vuol dire che tutto il progetto e tutte le decisioni vengono prese anticipatamente e che l’esecuzione materiale si riduce a un fatto meccanico.[4]

Questo commento si sposa perfettamente con la ricerca visiva di Castella, il quale preme nel ribadire l’importanza del momento ‘prima’ e di quello ‘successivo’ allo scatto, due tempi più legati al momento intellettuale dell’atto creativo che all’atto del fotografare in sé. Il primo come fase di analisi e riflessione, il secondo come momento di scelta e selezione. Ma andiamo con ordine, cercando di dare un quadro più chiaro possibile attraverso l’analisi dell’ultimo stadio della sua ricerca, quella sulle città, non del tutto conclusa e ancora in continua evoluzione.

A partire dalla fine degli anni Novanta l’interesse di Castella per le trasformazioni del paesaggio, interesse che lo ha sempre accomunato al filone del nuovo paesaggismo fotografico italiano, si concentra sulla messa a fuoco dei cambiamenti dell’immaginario umano nei confronti della città e sulla difficoltà di chi vive nelle città di comprendere tali evoluzioni. Le città sono, secondo lo stesso pensiero del fotografo, il risultato dialettico del movimento che unisce l’uomo al suo ambiente[5], intendendo con ciò la stretta relazione esistente tra noi ed i luoghi del nostro vissuto, i quali si trasformano sotto l’azione umana e, contemporaneamente, provocano delle modificazioni nel nostro modo di vivere e nell’immaginario collettivo. Una consapevolezza nei confronti della realtà del proprio tempo che ha origine in Castella nella sua cultura di provenienza, l’antropologia strutturalista affiancata dal fotografo dalla volontà di un diverso atteggiamento nell’utilizzo della macchina fotografica, un approccio differente da quello dell’indagine giornalistica, meno gridato e che si sviluppa non attraverso modifiche stilistiche, bensì attraverso un’attenta lettura visiva del mondo, fissando gli spazi del presente come luoghi carichi di segni e significati. Le sue fotografie sulle metropoli tentano, dunque, di contribuire alla comprensione di quello che sta accadendo, rappresentando in tempo reale i cambiamenti che avvengono nella contemporaneità, il percorso e quali gli scenari futuri. Questa lettura può avvenire in maniera corretta solo attraverso un’atteggiamento, un utilizzo della macchina fotografica libero e ripulito da qualunque pregiudizio e che si sviluppa non attraverso modifiche stilistiche, bensì attraverso un’attenta lettura visiva del mondo:

Per capire le modalità del mio lavoro basta considerare quanto sia importante interpretare in tempo reale la cultura e il disagio della scena contemporanea. Se la pratica artistica è corretta, essa fornirà elementi di comprensione dell’ordine degli accadimenti.[6]

Un’attenzione per la rappresentazione del mondo così com’è che ha origine nel suo interesse per la fotografia documentaria americana degli anni ’30 (Evans) e per la fotografia diretta di matrice tedesca (la Neue Sachlichkeit: Sheeler, Renger-Patsch). Inoltre Castella è consapevole della specificità del fare fotografico nell’avere capacità di assumere intrinsecamente uno sguardo indifferenziato; solo questa attività visiva neutra può aiutare a guardare le città. Ma questo sguardo deve essere globale, cogliendo tutti i fenomeni in essa contenuti, rivelarne le contraddizioni, attraverso un’inquadratura che dall’obiettivo si allarga alla totalità del territorio urbano. La ricerca della neutralità e di un’anonimità stilistica nel lavoro di Vincenzo Castella fa riferimento all’opera dei fotografi cosiddetti “Nuovi Topografi”, e in particolar modo alla ricerca tassonomica nelle fotografie dei coniugi Becher, spesso associati alle immagini del fotografo napoletano, e da cui Castella trae la forza del rigore per la propria ricerca. Ma, pur guardando con ammirazione questi ‘padri’ della moderna fotografia concettuale tedesca, Castella si differenzia per una visione più partecipativa alla storia e all’urbanistica dei luoghi rappresentati. La presenza stessa del colore nelle sue immagini dà un’idea di questa differenza tra la sua opera e quella dei Becher e della scuola tedesca.

La ricerca di Castella sulle città parte anche da un’altra importante considerazione, dalla convinzione che le città abbiano oramai intrapreso un percorso di sviluppo autonomo dal piano urbanistico e dalla volontà dell’uomo, crescendo e cambiando il loro assetto non in base a chi le abita ma in base alle regole di omogeneizzazione ed omologazione impostesi a seguito della competitività e dello sviluppo globale tra le città del mondo:

Sospetto che non siano tanto le persone che cambiano le città, ma che esse stesse quasi automaticamente riescano a comunicare tra loro e ad assomigliarsi sempre di più. [...] Le città cambiano uniformando i loro aspetti senza l’intervento degli uomini, cambiando il sistema di relazioni, la soglia, la divisione, la somiglianza.[7]

È quasi come se, per Castella, il cittadino non sia più protagonista ma spettatore indifferente di tali processi di sviluppo. Il metodo utilizzato per rappresentare questo cambiamento percettivo si impernia sulla modulazione del colore. Egli è convinto che i cambiamenti culturali e antropologici del nostro vivere comportino sempre una trasformazione anche nella percezione che si ha dei colori, che cambiano nel tempo a seconda delle trasformazioni degli individui. Ciò avviene poiché la natura interagisce con l’uomo e le sue esigenze umane, modificandosi, cercando di adeguarsi alle variazioni che spesso negativamente deve essere costretta a sopportare:

Il paesaggio si modifica in rapporto alle esigenze e alle qualità di chi lo abita: forme e colori variano al variare delle urgenze esistenziali e materiali dell’individuo [...] fino a trasformare la tonalità di verde di un prato nella stessa tonalità di verde stampata sul logo dei prodotti quali Macintosh o Ikea.[8]

Un uso espressivo ed anticonvenzionale del colore che lo lega al grande fotografo americano William Eggleston, considerato il padre della moderna fotografia a colori, ma anche ad una tradizione tutta italiana che travalica i confini specifici della fotografia e che rintraccia in Michelangelo Antonioni e nel suo lungometraggio Il deserto rosso (1964) un importante antecedente. Nelle sue immagini Castella articola le considerazioni sul colore attraverso un metodo sottile e raffinato messo in atto tramite la scansione digitale del negativo e la selezione numerica del colore. La tecnica digitale ha un ruolo fondamentale nella divisione in diverse fasi che appartengono alla sua pratica fotografica. Nel momento della scansione del negativo, il codice analogico si trasforma in codice numerico: la fotografia diviene un’immagine digitale visibile attraverso il monitor del computer. A questo punto l’immagine viene sottoposta ad una selezione digitale e gli eccessi cromatici presenti filtrati tramite l’elaborazione elettronica. L’utilizzo di un metodo tecnologico così attuale, come l’immagine computerizzata, aiuta l’autore a meglio comprendere i meccanismi che danno vita all’immaginario collettivo odierno, poiché le immagini hanno, secondo Castella, l’importante proprietà di acquisire la natura dello strumento tecnologico con cui vengono visionate:

La mia fotografia a colori, trasposta e rappresentata dentro il monitor, assume la natura dello strumento che la sta trasmettendo.[9]

Infatti, l’immagine analogica convertita in immagine digitale acquisisce una maggiore freddezza e una certa visione innaturale e dettagliata che gli permette di sottolineare la sensazione di estraniazione e di perdita d’identità nell’osservatore, un fenomeno che riduplica la condizione della realtà post-moderna. La sua scelta del colore non è legata al colore in sé, alla sua bellezza o alla sua migliore resa fotografica, ma perché utile per capire i meccanismi di fondo che governano la realtà, per comprendere e far comprendere la contemporaneità attraverso un’immagine realizzata con mezzi contemporanei come il digitale e le pellicole a colori:

La mia è una rappresentazione a colori di un mondo a colori. [...] non mi è mai importato del bianco e nero o del colore in sé, ma ho scelto il colore per la natura, la forma, la realtà dell’oggetto che rappresenta e restituisce [...]. La mia fotografia è a colori e mi serve per capire l’oggetto, per determinare una visione morale, non estetica dell’oggetto.[10]

Attraverso la selezione digitale ed il potere di controllo del computer, Castella abbassa i toni cromatici presenti nell’immagine rendono le sue vedute come sbiadite, quasi monocrome, come monocroma ed omologata è la vita contemporanea di chi abita nella metropoli. Inoltre il lavoro di revisione dell’artista acuisce, enfatizzandola, tutta la minuzia descrittiva che la messa a fuoco tradizionale ha messo in luce. Come ha perspicacemente intuito Stefano Boeri, grazie a questa meditata scelta cromatica, l’immagine castelliana acquista profondità e contemporaneità e si presenta come la rappresentazione di un’intera dimensione della vita quotidiana, quasi una vertigine, che catapulta metaforicamente l’osservatore nella fotografia[11]. Questa lettura lenta e meditativa delle sue vedute è un vero e proprio programma visivo, da studiare a lungo e che inaspettatamente, come in una rivelazione, permette di afferrare le trasformazioni come se avvenissero di fronte all’osservatore. L’attenzione minuziosa che Castella pone nei confronti di ogni minimo particolare è una caratteristica distintiva della sua fotografia. Questo desiderio di lavorare sul dettaglio, porre in evidenza tutte le storie potenzialmente contenute in un’inquadratura delle sue immagini è frutto di una “duplice tensione” che il fotografo costruisce. Un doppio movimento è insito nell’opera del fotografo napoletano, da una parte, la ricerca di uno sguardo che sia il più possibile incondizionato, che possa cioè descrivere la città senza alcun coinvolgimento, dall’altro l’esigenza di non allontanarsi dalla vita della città, dalle sue storie, ma di individuarne tutte le vicende e perfino i suoi suoni. È questo il ‘lato debole’ a cui fa riferimento il fotografo: una visione cioè che vuol rappresentare non lo sguardo assoluto, unilaterale sulla città, ma una pluralità di sguardi, di immagini che la città contiene. Castella rappresenta i frammenti, le differenze, i dettagli di una città, rifiutando qualsiasi concessione a facili spettacolarizzazioni. Essere guidati da una visione che non sia ricerca di perfezione né di stile è un fattore chiave della sua fotografia. Egli rifugge qualsiasi ricerca formale che abbia come esito una fotografia suadente e affascinante, come lui stesso ha più volte affermato. Ogni immagine non è meno importante di un’altra, ed è anche per questo che non gli interessa realizzare un gran numero di fotografie. Ciò che è importante è la stampa finale, il suo significato e non il soggetto in sé, che sussiste solo come mezzo per esprimere i temi che si impongono alla sua coscienza. Tale considerazione parte dall’idea stessa che egli ha della fotografia come forma di linguaggio. Secondo Castella ogni linguaggio, dunque anche quello fotografico, non si sviluppa attraverso modifiche della cifra stilistica, altrimenti non si potrebbe parlare di un vero cambiamento del linguaggio, poiché si tratterrebbe solo di un cambiamento di forma, che non va all’essenza, al cuore, dei meccanismi fondanti il linguaggio stesso; bensì, continua Castella, il linguaggio ha bisogno di innovazioni più profonde che “colpiscono il suo stesso modo di esistere”[12], cioè che riguardano l’identità del linguaggio e che si concretizzano tramite la presenza di nuovi modi di pensare, liberi e aperti anche nel confutare le idee stesse che sono alla base dello stesso linguaggio.

Massimiliano Gioni ritiene che quella di Castella sia “una ribellione discreta contro l’ordine imposto” dalla quale traspare una specie di insofferenza del fotografo verso ogni forma di rigido schematismo e di regola[13], vale a dire che egli fotografa il mondo sovvertendo quelle regole imposte dall’esigenza estetica di dover abbellire l’immagine in modo da renderla significativa. La profonda e meditata lettura del paesaggio urbano contemporaneo di Castella probabilmente scaturisce dalla sua formazione musicale come musicista blues, come osserva anche Massimiliano Gioni: già con il blues Castella si è abituato a comprendere l’importanza di uno schema formale che può essere ‘improvvisato’, capito con guizzi di creatività, e secondo un’infinità di sfumature diverse non meno importanti della struttura[14]. Le sue fotografie, infatti, rivelano ad una meditata osservazione una sorta di presenza di suoni, come un brusio di sottofondo, come lo definisce Gioni, che quasi disgrega lentamente l’immagine della città[15]. L’osservazione di Gioni porta a immaginare le fotografie di Castella come strumenti che aiutano la percezione a riattivare i circuiti della propria coscienza, svegliando la nostra mente dal torpore in cui è caduta a causa dell’overdose di immagini della contemporaneità. Il fotografo napoletano usa il materiale fotografico come fosse il materiale preconscio di cui si servono i sogni per elaborare costruzioni e allucinazioni. Come nello specchio di Alice, mentre viviamo la contemporaneità Castella ci permette di osservarla e possibilmente comprenderla, catapultandoci in un mondo dove tutto è più nitido e chiaro. Grazie alle sue immagini fotografiche è possibile comprendere il processo di declino della città storica e l’affermazione dei nuovi modi di abitare e vivere la città, legati all’esigenza sempre più urgente di vivere i luoghi identificandosi con essi in maniera ‘nomade’. Egli riesce con acume a cogliere il differente legame che l’uomo della città di oggi ha instaurato con il territorio, un legame più fluttuante, che non permette di identificarsi con nessun luogo in particolare. Infine, ritengo di aggiungere che la grande forza di Castella sta, inoltre, nell’esser riuscito a rappresentare nelle sue immagini la condizione dell’uomo contemporaneo sottolineandone la sua assenza, creando fotografie di grande impatto e contribuendo allo sviluppo di un linguaggio fotografico assolutamente contemporaneo. Per tali motivi reputo il suo lavoro come il frutto di una figura poliedrica e libera, un’intellettuale più che un artista in senso stretto, un filosofo, o meglio un pensatore, più che un semplice tecnico dell’immagine.

Vincenzo Castella, Atene 2001

Vincenzo Castella, Madrid 2006

Vincenzo Castella: Napoli 2006



[1] MARRA, Claudio, “Fotografia come arte”, in POLI, Francesco (a cura di), Arte Contemporanea. Le ricerche internazionali dalla fine degli anni ’50 ad oggi, Electa, Milano 2003, pp. 248 – 273.

[2] Definizione coniata da Maurizio Calvesi in Avanguardia di massa, Feltrinelli, Milano 1976.

[3] MARRA, Claudio, “Fotografia come arte”, op. cit., p. 266.

[4] Sol LeWitt, Paragraphs on Conceptual Art, in “Artforum”, vol. V, n. 10, 1967, pp. 79 – 84, tr. it. in Sol LeWitt, Testi critici, a cura di Adachiara Zevi, Incontri Internazionali d’Arte, Roma 1994, pp. 76 – 80 (p. 76).

[5] FRANZINI TIBALDEO, Roberto, “Introduzione”, in Prospettive integrate. Il paesaggio tra estetica ed ecologia, a cura di Roberto Franzini Tibaldeo, Edizioni Marcovaldo, Caraglio (Cn), 2006, p. 11.

[6] CASTELLA, Vincenzo, “ Vincenzo Castella ”, in Tema Celeste 73/99, Marzo-Aprile 1999, p. 63.

[7] CASTELLA, Vincenzo, “Paesaggio e sguardo”, in Prospettive integrate. Il paesaggio tra estetica ed ecologia, a cura di Roberto Franzini Tibaldeo, cit., pp. 64 – 65.

[8] CASTELLA, Vincenzo, citazione in PAPARONI, Demetrio, “Paesaggi sottovuoto. Vincenzo Castella”, LECHI, Francesco (a cura di), Campi di colore, Mondadori Electa, Milano, 2002, p. 18.

[9] CASTELLA, Vincenzo, citazione in NEGRI, Giorgio Gabriele, “Taccuino di viaggio”, LECHI, F. (a cura di), Campi di colore, cit., p. 138.

[10] CASTELLA, Vincenzo, Ibidem.

[11]. BOERI, Stefano, “Didascalie urbane”, in VALTORTA, Roberta (a cura di), Milano senza confini, cit., p. 25.

[12] CASTELLA, Vincenzo, Ereditare il paesaggio (possibilmente senza tasse di successione), inedito, dichiarazione (Milano 10.07) (per gentile concessione dell’autore).

[13] GIONI, M., “Abitare la distanza”, in TOGNON, Paola (a cura di), Vincenzo Castella Photo Works, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Mi), 2003, p. 25

[14] GIONI, M., “Abitare la distanza”, cit., p. 26.

[15] GIONI, M., “Abitare la distanza”, cit., p. 25.


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