Solitamente Raymond Carver viene ricordato per «Cattedrale», uno dei suoi racconti più celebri, contenuto nell’omonima raccolta. Anch’io lo ricordavo soprattutto per questo fino a un paio di anni fa, quando, preparando un laboratorio di scrittura, rilessi alcuni racconti. Il laboratorio riguardava il raccontare la vita quotidiana e io ero a caccia di esempi, di stimoli e suggestioni per i partecipanti. Stetti un’intera notte su quei racconti e il giorno seguente decisi di procurarmi tutto ciò che potevo trovare di Carver. Questo per due ordini di problemi, se così vogliamo chiamarli, che il contatto con la scrittura di Carver presenta. Uno: o piace o non piace. Due: se piace diventa una vera dipendenza.
Inoltre, per chi è appassionato di immagini – immagini fotografiche, intendo – la scrittura di Carver è qualcosa che va oltre: le immagini prendono corpo e divengono un’esperienza dei sensi e delle emozioni; e Carver è il regista sapiente di questa esperienza. Se per Carver «writing is an act of discovery», per il lettore i suoi testi diventano scoperta e trasformazione.
Così ho sottratto dalla libreria di un’amica alcune edizioni italiane di Carver, altre dagli scaffali dello studio del mio compagno, poi è arrivato il «Meridiano» e infine – una sera a cena, un anno fa – un amico mi ha portato in prestito un meraviglioso e introvabile libro fotografico sulla vita di Carver, i familiari, gli amici e i luoghi dei suoi racconti. Devo ancora restituirglielo.
Ho ammonticchiato tutti questi libri sul comodino: sono una presenza costante, irrinunciabile. Mi basta leggere poche pagine prima di addormentarmi per ritrovare il tono e il ritmo delle sue parole e l’essenzialità e la precisione delle immagini. Le sue immagini non sono descrizioni statiche, ma deus ex machina che disavvolgono il filo narrativo e si offrono come limine, come passaggio da un prima a un dopo. Nei racconti di Carver infatti arriva spesso il momento in cui un’immagine – un animale, un oggetto, una persona – diviene il cardine della narrazione, una apparizione grazie alla quale, da quel momento in poi, cambierà di senso e di significato l’esperienza dei protagonisti (e del lettore), così da divenire una vera epifania. L’immagine è cesellata attraverso le parole, e Carver – come ci ricorda Gigliola Nocera nel saggio introduttivo al Meridiano a lui dedicato – è un abile scultore, paziente e preciso.

Dopotutto, ironia della sorte, Carver si chiamava proprio carver, scultore, intagliatore, scalpellino, “estrattore” di qualche sorta; felicemente condannato dal suo destino onomastico a incidere la superficie del linguaggio alla ricerca della giusta vena di parole. (Nocera, 2005, XI)

Da piccola – frequentavo la scuola elementare – scoprii in una libreria di casa diversi testi di Ernest Hemingway. Li lessi di nascosto, in alcuni pomeriggi, seduta su di un inospitale pavimento di marmo. Ero affascinata dal mondo degli adulti così come nella sua asciutta realtà mi veniva proposto. Questo modo lo ritrovo nelle pagine realiste di Carver, che afferma di amare la scrittura di Hemingway, ma «non tanto ciò di cui lui scrive, quanto il modo in cui ne scrive». Benché poi affermi in un’intervista di «non scrivere storie di pesca» come il suo famoso predecessore, Carver si ricollegherà comunque a temi cari ad Hemingway – quali, ad esempio, la presenza della natura e, appunto, la pesca iniziatica.
Ma la vera passione di Carver era Anton Čechov. Di lui conservava una splendida fotografia appesa nello studio di Syracuse. Una specie di maschile musa ispiratrice, di cui Carver conoscerà la preziosa scrittura grazie alla prima moglie Maryann, che peraltro lo incoraggiò e lo sostenne nella realizzazione della sua naturale vocazione: fare lo scrittore. Della morte dello scrittore russo, Carver parlerà in uno dei suoi ultimi racconti, L’incarico (Elefante e altri racconti, 1988).

Le short story di Carver ci offrono interni domestici, oggetti, scenografie visionarie, testimonianze dal vero di quell’America alla deriva, sempre alla ricerca di un’opportunità di sopravvivere senza essere sopraffatti dal quotidiano dei difficili anni che seguirono al boom economico. Ma soprattutto ci offrono un modo di vedere, di descrivere il mondo, dove gli strumenti della scrittura sono affiancati da una profonda conoscenza psicologica dei personaggi e del contesto sociale. La scelta riflessiva di riempire le proprie pagine con quel mondo popolato di personaggi al margine è anche una scelta etica, oltre che artistica.

Nei racconti di Carver è spesso presente un senso di pericolo, di minaccia, che accompagna i protagonisti e il lettore. La precarietà economica, relazionale e affettiva dei suoi personaggi ben riflette una certa precarietà dei nostri giorni. Ecco allora che gli attori che si muovono sul palcoscenico carveriano possono essere per noi dei modelli attuali, delle possibilità di lettura dell’odierno, dove però la differenza culturale risiede nel vivere in un paese – gli Stati Uniti – in cui le molteplici distanze e differenze esistenti tra i luoghi e le persone paiono rendere laschi i rapporti e facilitare la solitudine e la rarefazione affettiva. E se l’America è pur sempre l’America, è forse vero che la globalizzazione ci suggerisce lo stesso tipo di relazioni disperse e frammentate, idealizzate e precarie proposte dal realismo carveriano, che diviene quindi attuale.

Vale forse la pena avvicinarsi a Carver iniziando dai racconti contenuti nella raccolta «Cattedrale» (1983), lavoro della sua maturità. Uno dei miei racconti preferiti – Penne – proviene appunto da questa raccolta. In Penne l’autore parla dei sogni della middle class americana e del loro estinguersi, attraverso lo scorrere degli anni, di fronte all’inevitabilità del reale: il racconto contiene un folgorante istrione preso in prestito dalla natura selvaggia che, come dicevo, spesso è presente nelle pagine dell’autore. La figura suggestiva è quella del pavone – ora minaccioso, ora amabile – che appare e scompare sulla scena e che perpetua la sua presenza nella storia attraverso le penne che l’ospite Olla lascia in dono alla coppia di amici dopo una cena. Per l’Io narrante il pavone e il suo ricordo – le penne – sono dapprima una vaga minaccia e poi l’inconfondibile segno del cambiamento inevitabile intervenuto nelle vite dei protagonisti.
Un altro volatile è la causa della trasformazione del protagonista nel racconto «Il fagiano», contenuto nella raccolta «Fuochi» (1983). L’uccisione e la contemplazione dell’animale morto segnano il confine, il punto di svolta della narrazione e della vita del protagonista.
«Cattedrale» invece è ritenuto il più orfico dei racconti di Carver, come suggerisce Nocera (2005, XXXVI). L’immagine chiave è il disegno congiunto di una cattedrale in cui i due protagonisti, l’uno cieco e l’altro vedente, si cimentano. Il disegnare diventa un’esperienza corporea e visiva per entrambi, grazie alla quale viene dischiuso un nuovo orizzonte di significati, di conoscenza dell’altro. «Cattedrale» è anche la storia di una iniziazione a un sapere magico, dove il personaggio prescelto – quasi lo spirito soffiasse dove vuole – non è l’amica del cieco, ma il marito indisponente di quest’ultima.

Potrei proseguire a lungo, ma nessun mio commento consentirebbe comunque di comprendere il valore suggestivo delle immagini che Carver ha sapientemente restituito nei suoi racconti e le epifanie che illuminano le sue storie; nessun commento può sostituire il rapimento che genera il contatto diretto con la materia carveriana. La dipendenza che tale scrittura genera è dovuta al come le cose minime vengono proposte all’occhio del lettore, a come il lettore viene addestrato a guardare in un certo modo; e quel certo modo di guardare può poi essere usato dal lettore nel fare esperienza della vita, nel dipingere e scattare immagini o, a sua volta, nel raccontare storie. Da quel modo di guardare il mondo – una volta appreso – non è più possibile liberarsene, così come delle vere dipendenze.

Opere di Raymond Carver

(Clatskanie-Oregon, 25.05.1938 – Port Angeles-Washington, 02.08.1988)

Traduzioni italiane

Cattedrale, Mondadori, Milano 1984 (trad. it. Francesco Franconeri).

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Garzanti, Milano 1987 (trad. it. Livia Manera).

Vuoi star zitta per favore?, Garzanti, Milano 1988 (trad. it. Marisa Caramella).

Voi non sapete che cos’è l’amore: racconti, poesie, saggi [Fires: Essays, Poems, Stories], Pironti, Napoli 1989 (trad. it. Francesco Durante e Riccardo Duranti).

Chi ha usato questo letto [Elephant and Other Stories], Garzanti, Milano 1990 (trad. it. Riccardo Duranti).

Racconti “perduti” di Raymond Carver: «Poseidone e amici» e «Il pelo», a cura di Riccardo Duranti, «Linea d’ombra», 51, luglio-agosto 1990, pp.87-8.

Blu oltremare, Pironti, Napoli 1994 (trad. it. Pasquale Sica).

Due poesie da «A New Path to the Waterfall» di Raymond Carver, a cura di Riccardo Duranti, minimum fax, II, 1, gennaio 1994, p. 5.

Raymond Carver: tre poesie [Next Door/Vicini, My Crow/Il mio corvo, Lemonade/Limonata], a cura di Riccardo Duranti, «Acoma», 5, estate-autunno 1995, pp. 32-9.

Intervista con Raymond Carver [di Mona Simpson e Lewis Buzbee], minimum fax, Roma 1996 (trad. it. Riccardo Duranti).

Il mestiere di scrivere: esercizi, lezioni, saggi di scrittura creativa, a cura di William L. Stull e Riccardo Duranti, Einaudi, Torino 1997.

Il nuovo sentiero per la cascata, minimum fax, Roma 1997 (trad. it. Riccardo Duranti).

Voi non sapete che cos’è l’amore: saggi, poesie, racconti [Fires: Essays, Poems, Stories], minimum fax, Roma 1998 (trad. it. Riccardo Duranti e Francesco Durante).

Dostoevskij. Una sceneggiatura [con Tess Gallagher], minimum fax, Roma 1998 (trad. it. Masolino D’Amico).

Da dove sto chiamando, minimum fax, Roma 1999 (trad. it. Riccardo Duranti).

Racconti in forma di poesia [Where Water Comes with Other Water], minimum fax, Roma 1999 (trad. it. Riccardo Duranti).

Se hai bisogno, chiama, minimum fax, Roma 2000 (trad. it. Riccardo Duranti).

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, minimum fax, Roma 2002 (trad. it. Riccardo Duranti).

Niente trucchi da quattro soldi: consigli per scrivere onestamente, a cura di Marco Cassini, minimum fax, Roma 2002 (trad. it. Riccardo Duranti).

Per favore, non facciamo gli eroi: saggi, poesie, racconti, a cura di William L. Stull, minimum fax, Roma 2002 (trad. it. Riccardo Duranti).

Blu oltremare, minimum fax, Roma 2003 (trad. it. Riccardo Duranti).

Tutti i racconti, a cura e con un saggio introduttivo di Gigliola Nocera, Mondadori, Milano 2005 (trad. it. Riccardo Duranti).

Libri fotografici sui luoghi di Raymond Carver:

Carver Country: The World of Raymond Carver, testi di Raymond Carver, fotografie di Bob Adelman, Charles Scribner’s Sons, New York 1990.

Film basati su opere di Raymond Carver:

America oggi [Short Cuts] di Robert Altman è tratto da vari racconti di Raymond Carver.


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