Presentiamo in questa breve nota un archivio e un fotografo per certi versi atipici. Ennio Carli (1936-2004) infatti non è un professionista, né è un fotografo di fama, né egli ha fatto della fotografia l’interesse unico della propria sfera privata, seppure senza dubbio il prevalente. Manca infatti nei suoi scatti la classica impronta dilettantesca, l'improvvisazione casuale o il tono familiare che si incontrano in gran parte degli innumerevoli archivi e raccolte a carattere personale.

Il fondo fotografico che egli ci ha lasciato consiste essenzialmente di negativi e diapositive, in bianco-nero e a colori (in totale circa 4200 unità), oltre a piccolo nucleo di stampe positive. A causa delle difficili condizioni climatiche veneziane, non tutti i negativi (b/n) hanno conservato i valori luministici originari, alterando a volte il contrasto e la ricchezza della gamma di grigi che dovevano possedere un tempo. Perfettamente conservate invece le stampe positive.

Veneziano, egli ha fatto della sua città uno dei temi più frequentati dalla sua passione fotografica, assieme al ritratto, che tuttavia, a giudicare da quanto ci è pervenuto, va collocato al secondo posto, non solo in termini quantitativi ma, a mio avviso, anche qualitativi.

Quello che sembra aver davvero interessato Carli è la sua città, i suoi muri scrostati, il dedalo delle calli e dei ponti, il vivere della gente comune, il lavoro che la anima, i giochi luministici dell’acqua, delle basole e dei marmi bagnati, la laguna con la sua minuta vita di erbe, barche abbandonate e fauna acquatica. Una città lontana anni luce dalla Venezia offerta in pasto ai milioni di turisti, che vedeva allora - negli anni ’60-’70 del Novecento - crescere a dismisura lo sfruttamento dei propri tesori di arte e storia, e si avviava inesorabilmente a cambiare faccia, con un lifting che sempre di più la accomunava ai parchi tematici e ai luna park.

Se andiamo indietro con la mente alle immagini fotografiche più note e diffuse di Venezia, constatiamo che esse si ispirano ad una tradizione iconografica fissata nel lontano Settecento, sia nelle scelte iconografiche e retoriche, che nei caratteri produttivi: necessità e desiderio di soddisfare un’ampia domanda di mercato, riproducibilità delle immagini, elevata produzione di soggetti simili o addirittura uguali, uso di macchine ottiche per rendere la prospettiva “esatta” del referente. In quanto partecipe della stessa situazione culturale, la fotografia non poté non usare lo stesso immaginario visivo dei calcografi, incisori e pittori che avevano ritratto i luoghi più rappresentativi della città: la piazza S. Marco con la basilica, il Palazzo Ducale, la Piazzetta, il Molo, l’Isola di San Giorgio, il ponte di Rialto, il Canal Grande e così via, secondo un itinerario che vedremo riproposto all’infinito.

Per noi, oggi, i luoghi più tipici dell’iconografia veneziana racchiudono una nebulosa di immagini - pittoriche, fotografiche e cinematografiche - distinte ma uguali, in cui il documento iconografico è corrotto dalla finzione, dalla teatralità, dall’estraneità causata dall’abbandono della storia per l’ingresso nel mito. Potremmo dire che la “sintesi visiva” più nota che della città è stata prodotta nel tempo, è analoga nel risultato ai processi di “tipizzazione”, ma in questo caso con meccanismo opposto: non la selezione di un minimo comun denominatore visivo tra molte possibilità, bensì la scelta iterata di poche possibilità visive esperite da un massificato minimo comun visitatore. Questa preferenza, globalizzata già in tempi non sospetti, è diventata nel tempo capacità di vedere e pensare alla città in modo unico e unificante. Probabilmente nessuna città quanto Venezia ha dovuto diventare icona di se stessa, immutata e immutabile nei luoghi più rappresentativi della sua ormai perduta grandezza, mai esorbitanti, anche se a volte sopraffacenti per la straordinaria presenza ovunque di senso estetico.

Certo, dopo gli operatori Lumière, l’arrivo in città degli incaricati della missione di Albert Kahn (1912) dette luogo ad immagini che, anche grazie alla novità del colore, intesero guardare maggiormente alla realtà della vita, non indulgendo al cartolinesco nel momento in cui seguivano un ben preciso progetto scientifico. Ma fu Francesco Pasinetti che, per primo, rivolse lo sguardo alla Venezia minore, lontano da progetti celebrativi e autocelebrativi di sapore strapaesano, con una nuova intenzione visualizzatrice, spontanea e documentaristica, uno dei primi a guardare alla città con diversa intenzione descrittiva. I notturni di Ferruccio Leiss ci accompagnarono poi al dopoguerra, fino al circolo fotografico “La Gondola” - a cui Carli si avvicinò, pur senza mai farne parte - luogo di aggregazione ed elaborazione di idee sulla fotografia che contemperava istanze formaliste con l’esigenza, forte allora, di neorealismo, e con un’attenzione ormai non più costretta entro gli angusti confini dello stereotipo, verso esperienze provenienti dall’estero; un'esperienza che si confrontò con la nuova percezione del paesaggio “in limine” tra il fisico e lo psichico, con l'intimità, col frammento, l’emarginato in un (cosciente ?) rifiuto di un mondo ormai non più facile da vivere.

Mi pare che possa essere questa la chiave di lettura delle fotografie di Ennio Carli, non tanto forse come ricerca cosciente, ma certo come percezione diffusa di un sentire - prima di tutto “veneziano”, questo sì - oltre che del vivere civile tout court. La Venezia di Carli è la città dei tempi lenti, del silenzio e della luce. Salviamo Venezia - sembra dire Carli - prima di tutto da noi stessi, dal nostro sguardo distratto e indaffarato, conosciamola nei suoi aspetti minuti ed intimi, nelle sue intemperanze e nel fascino delle sue "piccole cose di ottimo gusto". Questa chiave di lettura, costituisce un binario che percorre la città lungo un tragitto alternativo rispetto a quello quantitativamente dominante. E' lungo un doppio binario infatti, che la vicenda fotografica veneziana a noi più prossima si era incamminata: la via dell’icona, mito alimentato dal dio denaro, e invece la ricerca più ponderata, in parte più intima, certamente più vicina alla realtà del vivere comune o di nuove vie del sogno e dello sguardo: almeno negli anni in cui operò Ennio Carli.

Nota biografica (a cura di Alvise Zambon)

Ennio Carli (1936-2004), imprenditore di professione (varie le attività economiche da lui aperte e gestite a Venezia) si avvicinò alla fotografia verso la fine degli anni '50, guidato dall'amico Lorenzo Morucchio, fotografo del “Gazzettino”. Fino alla metà degli anni '70 usò esclusivamente il Bianco e Nero, ispirandosi anche a maestri contemporanei quali Berengo Gardin e Roiter, senza tuttavia mai arrivare ad imitarli. Dalla fine degli anni '70 abbandonò la fotografia monocroma e adottò il colore, che usò essenzialmente in occasione dei numerosi viaggi all'estero: Egitto, Cina, Brasile, ecc.

Appassionato d'arte, ed attento collezionista dei maggiori nomi della scena veneziana del novecento come Cherubini, Zennaro e Tito, verso la fine degli anni '80 abbandonò parzialmente la fotografia per dedicarsi alla pittura, in particolare all'acquarello.