Titolo: I GIORNI DELLA CANAPA, Storia per immagini in Terra di Lavoro; Autore: Salvatore Di Vilio; Testo: Fiorenzo Marino; Prefazione: Luigi Parente; Editore: ROGGIOSI; Anno: Maggio 2012; Formato: 24X28; Copertina: 4 colori cartonata; Pagine: 96; Fotografie: 74 di cui 3 sedicesimi in b/n e 3 in bicromia; Prezzo: euro 35.00; ISBN: 9 788888 688817

Il ricco e completo saggio di Fiorenzo Marino è scaricabile (formato PDF) attraverso questo link
Prefazione
di
Luigi Parente

“Nel ricordo, troviamo la liberazione più completa dalla limitatezza del tempo e del luogo dati (…) L’immagine è quella di esseri umani di fronte a un mondo in cui possono essere padroni solo quando scoprono vie di fuga dal potere assoluto delle circostanze immediate”.

                                                                                                        F.C. Bartlett, La memoria

Sono bastate poche pagine di questo bel saggio di Salvatore Di Vilio e Fiorenzo Marino sulla cultura contadina meridionale a riportarmi alla mente il paesaggio agrario dei Regi Lagni di alcuni decenni fa al tempo della raccolta della canapa, che ha rappresentato per secoli l’unica fonte di vita dei contadini di quel territorio. Era l’inizio dell’estate –la stagione della libertà e del “grande vuoto” per uno studente di dieci anni-, e per andare in campagna bisognava attraversare un tratto della pianura campana dove per chilometri e chilometri non si vedeva altro che i mannelli di canapa a forma di tende indiane ad essiccare con intorno uomini, donne, ragazzi al lavoro sotto l’implacabile sole meridiano … Ma il focus  dell’immagine che mi accompagna indelebile a tanti anni di distanza era l’odore nauseabondo e invadente della canapa messa a macerare nelle vasche. Si trattava ormai della fase precedente la conclusione del ciclo di lavorazione della fibra che dopo l’essiccazione sarebbe stata trasportata nei cortili dei paesi vicini, dove infine la maciulla  avrebbe completato l’opera di un anno di fatiche e interventi senza sosta. Da qui quel tremendo augurio che la tradizione popolare riservava al peggiore dei nemici  “Avete a passa ‘e guaie d’’a cannule”. Localizzata in Terra di Lavoro fin dall’Alto Medioevo,incrementata in particolare dopo la bonifica dei Regi Lagni tra il XVII e il XVIII secolo,estesa su oltre 50.000 ettari ai primi del Novecento la canapicoltura interessava il 60% della superficie agraria del Casertano fino agli anni Sessanta del secolo scorso, allorquando ebbe inizio la sua crisi irreversibile. Anche in questo caso, sarà il miracolo economico di quegli anni, la grande emigrazione della forza-lavoro dalle campagne del Sud in direzione delle città del triangolo industriale,in una parola la trasformazione del paese da agricolo ad industriale a segnarne l’obsolescenza e la scomparsa. Parlare allora  della canapa (Cannabis sativa) significa rifarsi al tradizionale sistema produttivo della pianura casertana e alla sua più importante coltura specializzata, alla bonifica dei Regi Lagni senza dubbio uno dei primi esempi di sistemazione del territorio meridionale in età moderna. E’ il risultato,questo,di una sinergia,come si dice oggi con il gergo dei tecnocrati, tra il governo spagnolo,un ingegnere come Domenico Fontana, e i lavoratori della terra. Nel 1592, il Fontana giunge a Napoli, dopo aver dimostrato le sue eccezionali capacità di urbanista nella sistemazione della città di Roma voluta dal papa Sisto V,morto da due anni;e nominato Ingegnere e Architetto maggiore del Regno viene incaricato dal vicerè, conte di Miranda,della sistemazione del fiume Clanio, da tempo corrotto in Lagno. “Erano –sono le parole dello stesso architetto-pianificatore- circa sessantamila moggie di terre che parte stavano sempre sott’acqua e parte si perdevano ogni volta che i tempi andavano piovosi”. L’opera fu portata a conclusione nel 1612 da Giulio Cesare Fontana, figlio di Domenico, e pare costata 38.000 ducati d’oro. Di conseguenza, l’area dapprima acquitrinosa fu ridotta in regolari corsi d’acqua che resero coltivabili quelle zone malariche,e le campagne del Lagno così bonificate divennero un bacino artificiale ideale per la canapicoltura. Ma qual è la chiave di lettura della comunità meridionale avanzata da Di Vilio e Marino, e come va catalogata nell’ambito della storiografia contemporanea del nostro paese? I due autori –un fotografo professionista di lungo percorso e un ricercatore dotato di uno squisito senso della storia- si sono formati sul piano politico-ideologico nel movimento del Sessantotto, il cui obiettivo era la trasformazione della società del profitto in senso socialista e libertario, convinti com’erano i giovani di quella generazione della necessità di un reale cambiamento del sistema borghese. Nasceva con questi caratteri una forma di controcultura o cultura alternativa a quella capitalistica dominante ed è naturale che i due giovani intellettuali di provenienza contadina se ne sentissero da subito protagonisti coscienti e impegnati. Di certo non si trattava di una moda il parlare di “rivoluzione permanente” nei decenni Sessanta-Settanta del secolo scorso –come oggi in un clima di pensée unique  si ripete ossessivamente dagli esponenti del revisionismo storico di casa nostra-, mentre per i due amici casertani la trasformazione della società consumistica s’identificava con i problemi quotidiani della propria comunità (socializzazione politica, lavoro e sfruttamento,lotte  sociali,ideologie,feste ecc). Questo foto-libro quindi va collocato –per quanto riguarda l’aspetto propriamente metodologico- a metà strada tra la storia sociale del lavoro e l’antropologia culturale grazie alla sua capacità di guardare al tramonto del modello tradizionale contadino insieme con il complesso e contraddittorio affermarsi dell’odierna società post-industriale. La lettura proposta non presenta alcun rimpianto  nostalgico nè mitizzazione per il “mondo perduto” della comunità rurale nè tantomeno si assiste all’ennesima versione da “ Linke Melancholie”, con cui il radicalismo di sinistra ha di solito interpretato la lotta di classe  nei momenti delle rivoluzioni  del Novecento. Detto in breve, I giorni della canapa in Terra di Lavoro si richiama alla lezione di Luigi Dal Pane, profondo studioso del movimento operaio e del marxismo oltre che pioniere della storia del lavoro del nostro paese, a partire dall’omonimo saggio Storia del lavoro in Italia:dagli inizi del secolo XVIII al 1815, pubblicato nel 1944. Non è allora un caso se nell’analizzare le campagne emiliane del Sette-Ottocento, egli abbia assegnato un posto di rilievo alla coltivazione della canapa nell’economia agraria del tempo, dal momento che l’area tra Bologna e Ferrara era insieme alla Terra di Lavoro tra le maggiori produttrici della penisola. Prima di chiudere queste rapide note,vorrei soffermarmi sul dibattito che da qualche anno la scienza agronomica più sensibile alla questione ecologica ha riaperto circa le prospettive della canapicoltura nel nostro paese. Dinanzi ai rischi globali che vive oggi il pianeta in seguito alla grave crisi economica e politica che l’ha colpito a livello nazionale e internazionale,alcuni sociologi ed economisti dell’Università di Bologna hanno sostenuto,sulla base di una ricerca costi-benefici, i vantaggi economici ed ambientali  che la coltivazione di questa fibra vegetale rappresenterebbe per uno “sviluppo sostenibile” in tempo di globalizzazione. Riusciranno finalmente questi scienziati  a invertire la tendenza che considera le leggi del mercato capitalistico deregolamentato più importanti dei diritti fondamentali dei cittadini di una Repubblica democratica nata dalla Resistenza? Eccoci così al nodo della questione storica dell’Italia d’oggi,dal momento che con il terzo governo Berlusconi siamo di fronte ad un chiaro progetto populistico-autoritario che vede un attacco  sistematico alle regole della democrazia rappresentativa, dal ridimensionamento del parlamento a vantaggio dell’esecutivo e del governo che legifera normalmente con decreti-legge alla lotta costante all’autonomia e ai rappresentanti del potere giudiziario che ha “osato” in  diverse occasioni incriminarlo per provati reati di corruzione e falso nella gestione delle sue aziende televisive, alla sempre maggiore influenza della Chiesa cattolica negli affari dello Stato fino alla caccia allo straniero visto con una lettura estremamente acritica e razzista come l’origine di ogni malessere sociale … A questo punto, mi piace concludere con la seconda Considerazione inattuale di Nieztsche, cui sono particolarmente legato: ”Noi abbiamo bisogno di storia, ma ne abbiamo bisogno in modo diverso da come ne ha bisogno l’ozioso raffinato nel giardino del sapere, sebbene costui guardi sdegnosamente alle nostre dure e sgraziate occorrenze e necessità. Ossia ne abbiamo bisogno per la vita e per l’azione e non per il comodo ritrarci dalla vita e dall’azione o addirittura per l’abbellimento della vita egoistica e dell’azione vile e cattiva. Solo in quanto la storia serva la vita, vogliamo servire la storia”. Noi, intanto, che siamo ancora qui,per nulla soggiogati dalle “magnifiche sorti e progressive” esaltate dal potere, vogliamo vivere il presente con tutte le sue contraddizioni come hanno fatto gli amici Salvatore e Fiorenzo, raccontandoci in maniera indimenticabile i giorni del lavoro e della gioia di uomini e donne del loro paese.