Le industrie di Porto Marghera hanno indubbiamente creato notevole ricchezza, della quale solo in parte hanno potuto beneficiare i lavoratori. La produzione industriale, l’attività lavorativa nelle fabbriche,hanno modificato e migliorato il tessuto urbano della città di Venezia, della terraferma, del circondario, sconfinando nelle vicine province, ma hanno altresì causato situazioni di morte e degrado ambientale di cui solo la storia futura della società industriale potrà calcolare la reale portata. Lo sviluppo dell’industria chimica ha poggiato su di una politica di gestione dell’aria, dell’acqua, del suolo come fossero delle risorse inesauribili che ognuno poteva sfruttare e di cui ognuno poteva appropriarsi e senza limiti e senza rendere conto a nessuno. Porto Marghera sta morendo; una da una le fabbriche stanno chiudendo e le prime generazioni di lavoratori della zona industriale stanno scomparendo. Ma la vita in fabbrica, coi suoi tragici “destini” di morti, infortuni, nocività, non va dimenticata. La memoria storica dei lavoratori, fatta di lotte, del duro vivere in fabbrica, del sacrificio di tanti operai, non deve cadere nell’oblio. Le testimonianze, le esperienze di vita vissuta, vanno trasmesse ai giovani, alle future generazioni. Non c’è futuro senza memoria storica e quella dei lavoratori nelle fabbriche è un patrimonio che a volte è andato disperso o non è stato tenuto nella giusta considerazione. […] La natura ha capacità di rigenerazione superiore ad ogni immaginazione e aspettativa, basta darle il tempo di riposarsi e rispettarla nella sua globalità. E l’uomo è lo specchio dell’ambiente che l’attornia; la sua esistenza fa parte di un sistema sociale e naturale delimitato da precise e armoniche regole di vita. Rovine ambientali vengono riscontrate nel trasporto, con navi, treni e autobotti, di sostanze chimiche. Carichi pericolosi attraversano quartieri urbani con la solita frenesia; il guadagno è in funzione della velocità. Tali camion sono autentiche bombe innescate, pronte a deflagrare e spargere morte. A Marghera, all’inizio della strada Romea, avvengono continui incidenti. Un container mal agganciato scivola sul pianale sfiorando la testa degli utenti della strada. Una cisterna di stirolo si ribalta e lascia uscire la velenosa sostanza mettendo in pericolo la vita dei cittadini. Una cisterna di acido solforico, uscita di strada, lascia un rivolo distruttivo, desertificando il fossato, facendo morire il verde prato, le piante di una lunga siepe;fuggono spaventati gli abitanti di una casetta. L’anno successivo la vegetazione è ancora rinsecchita, ma poi spunta qualche foglia, s’intravedono i germogli di un albero. Lentamente il fossato ritorna a vivere, sempre più verde; la vegetazione ritorna più lussureggiante e rigogliosa di prima. (Gabriele Bortolozzo – L’erba ha voglia di vita – Autobiografia e storia politica tra laguna e petrolchimico – Associazione Gabriele Bortolozzo, pagg. 275-278)