Margareth Bourke- White, nasce nel 1904 a New York e muore nel 1971 a Stamford, Connecticut.
La sua vita di donna e di fotografa può essere sintetizzata in questa frase, tratta dalla sua biografia "Il mio ritratto": "Piccole o grandi che siano le storie che racconti, di fronte agli occhi spesso hai delle piccole, singole immagini, tessere capaci di raccontare l'intera storia solo quando il disegno è composto, il mosaico terminato. Quando ogni pezzettino finisce al suo posto. A quel punto i diversi soggetti si uniscono e danno forma a quello che vedi tu. Cosi, spesso la salvezza è legata ai dettagli".

Come divenne corrispondente di guerra?

Grazie alla rivista Life, il suo direttore fece un accordo con il Pentagono, facendo il mio nome: diventai la fotografa ufficiale dell’Aeronautica Militare, nella primavera del 1942, mi venne consegnata la divisa femminile, la prima nella storia dell’aviazione americana. Partii per la Gran Bretagna, riuscii a fotografare Winston Churchill e a ritrarre Haile Selaissè, “Re dei re d’Etiopia, Leone di Giuda, Eletto del Signore”, in esilio a Londra.

Ci racconti qualcosa in più di questa sua nuova veste

Nella mia veste di fotografa ufficiale mi veniva permesso di fare qualsiasi cosa, tranne l’unica che davvero volevo: partecipare ad una missione di guerra. Presto agli altri corrispondenti venne concesso di andare con gli equipaggi. Continuavo a pensare, come in tanti altri momenti della mia vita, che a volte è meglio smettere di chiedere e lasciare che le cose maturino da sole.  Sulla scia di questo credo, misi da parte ogni richiesta senza sapere che la storia mi stava preparando un ulteriore scenario nel quale agire. La guerra si stava facendo largo negli altipiani e nei deserti del Nord Africa. Vi arrivai via mare. Sulla nave, mentre il nemico ci bombardava causando uno sbarco forzato mi ritrovai a scegliere la macchina fotografica da portare con me, scelsi una RolleiFlex, portai con me anche un obiettivo per il piccolo formato,non adattabile alla Rolleiflex, ma che avevo utilizzato per ritrarre: Churchill, Re Giorgio, Haile Selassiè, il generale Chang Kishek e la moglie, Stalin, il Papa e Franklin Delano Roosvelt. Non potevo separarmene.

A quante altre missioni partecipò nelle vesti di corrispondente di guerra?

Dopo sei mesi il mio rientro in America, volli ripartire, ma questa volta nessuna missione aerea, ma terrestre. L’italia mi aspettava.  Questa parte di conflitto mi rese ancor più consapevole delle persone di fronte a me, la semplice foto non bastava più a testimoniare la presenza di un essere umano. Mi ero affidata troppo ai miei occhi e all’obiettivo, ma la natura umana non era solo quella, erano anche le parole che venivano pronunciate, quindi imparai a prendere nota di quel che veniva detto dalle persone che fotografavo, in modo da descrivere i fatti non solo attraverso le immagini ma anche attraverso le parole. Giunsi a Napoli, mi venne assegnata una jeep e il caporale Jess Padgitt, un ragazzone dell’Iowa, di poche parole e attento alla mia attività di fotografa. Apprezzai col tempo la vita in trincea, lavarmi con l’emetto e vivere come una zingara dormendo ovunque senza l’utilizzo di una branda.  In questi mesi compresi che la campagna d’Italia non era facile. Le truppe americane cercavano di penetrare l’anello montuoso intorno alla valle di Cassino, un territorio di cascate, colline e fiumi turbolenti. Ormai si era sparsa la voce che io ero al fronte e molte divisioni volevano essermi di aiuto per le mie foto, ben presto mi ritrovai a dare io stessa il comando per  iniziare a sparare. Riportai a casa le foto di ben 4 bombe da 155 mm nel momento stesso del loro lancio. La mia missione fini e io tornai in America, dove ancora una volta venni sabotata dal Pentagono. Il pacco con le foto più importanti di tutta la campagna in Italia sparì a Washington. Mi rimase il materiale per far uscir un buon articolo e per il mio libro “Purple Heart Valley”, il quale prima di uscire affrontò comunque  la censura del governo americano, mi tornò indietro pieno di segni colorati, ognuno con la propria legenda.

Ma la questione mi pose al centro della questione: quanto di quello che un fotografo immortala può essere censurato e cosa no? Ma soprattutto cos’è la censura?

Nella sua veste di fotografa si è resa testimone anche di alcuni grandi cambiamenti storici, come quello dell’indipendenza dell’India.

Si certo, terminati i servizi nei campi di sterminio decisi di recarmi in India, dove Gandhi stava resistendo alla Gran Bretagna e portava la ormai ex colonia britannica verso l’indipendenza…. Ricorderò per sempre il giorno in cui lo incontrai.

“Lei sa filare?”, mi chiese il segretario.

“ Oh non voglio filare insieme al Mahatma. Sono venuta per fotografarlo mentre fila”.

“ E come pensa di capire il simbolismo di Gandhi mentre è intento in questo lavoro? Come può comprendere il significato profondo dell’arcolaio, il charka, se prima non impara i rudimenti della filatura?”, mi chiese bruscamente. “Vuole dirmi che non sa nulla di quel che si può fare con un arcolaio?”

“No, so solo far funzionare una macchina fotografica”. Avevo delle scadenze da rispettare ma quest’uomo con gli occhialetti non capiva la mia urgenza. “il charka semplifica una delle idee più importanti di Gandhi. Preso nella su individualità, l’uomo è insignificante come una goccia d’acqua. Ma in una massa diventa forte e potente come l’oceano”…..Valutai alla fine che la richiesta del segretario era plausibile: se vuoi fotografare un uomo che fila, prova a riflettere sul perché lui fila. Ho sempre pensato che per un fotografo comprendere le persone e le situazioni è fondamentale quanto capire l’attrezzatura che usa. Quel che accade dietro a una lente è importante come quello che avviene davanti.

Non è stata solo corrispondente di guerra ma affronto anche diversi reportage sulla condizione dei lavoratori, quale di questi le è rimasto nel cuore?

Uno sopra tutti quello nel Sud Africa, nel 1950 la sua economia si basava sull’estrazione dell’oro … i minatori non avevano un nome, ma un numero che li identificasse. Li nel sottosuolo no erano esseri umani ma unità da lavoro. I miei minatori erano il 1139 e il 5122. Compresi che il reportage in Sud Africa fu caratterizzato per la diplomazia che dovevo mostrare di fronte a fatti simili, facendo nasce degli interrogativi: come devi comportarti quando disapprovi totalmente lo stato di cose che stai fotografando? Che ne è dell’etica di un fotografo davanti a una situazione simile

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