Un portfolio stimolante, nella forma e nei contenuti. C’è, nel corpus dell’indagine, un filo conduttore invisibile che collega tra loro gli scatti, tracciando un percorso di riflessioni, diverse e autonome, legate concettualmente tra loro dall’obiettivo di costruire un tracciato di appunti che l’autore sintetizza in questo book d’immagini con equilibrio e capacità di sintesi. Un progetto che intende far conoscere il luogo che indaga e di quel luogo certe specifiche connotazioni. Anche segrete, intime, ancorché velate dallo scorrere del tempo, dal susseguirsi degli eventi e dalla storia. E Raffaele Bonuomo lo fa attraverso la fotografia in bianco e nero. Egli colleziona, scatto dopo scatto, stimolanti riflessioni iconiche, dall’osservazione e dall’interpretazione del ricco e articolato patrimonio del Barro, che in realtà è la sedimentazione di segni e tracce, di una studiata e organizzata raccolta di testimonianze autentiche. Esiti coerenti e finalizzati alla elaborazione di un progetto: “Tracce dal Barro. Interventi, segni lasciati da chi prima di me ha abitato l’area, ora archeologica, del Monte Barro. Percezioni “compulsive“ dell’ ”intorno” in cui vivo”. E’ uno studio che indaga un “Intorno” definito, circoscritto, territorialmente affascinante sul quale l’autore ha lavorato per tre anni. L’”Intorno” indagato è un contesto che Raffaele Bonuomo frequenta da sempre e comprende il monte Barro, compreso nell’omonimo parco, che si trova in prossimità di Lecco, a sud ovest delle Grigne, delimitato dall’estremità orientale del lago di Como, dal lago di Annone, dal lago di Garlate e dalla sella di Galbiate. Un rilievo calcareo-dolomitico alto poco più di 900 metri. E’ isolato dai monti circostanti e si affaccia sulla pianura, costituendo un avamposto delle Prealpi lombarde verso la pianura Padana. La natura geologica del Barro ha attirato l’attenzione di molti studiosi: un contesto legato all’ambiente carsico e alle testimonianze sulle glaciazioni quaternarie. Liscioni, morene, depositi, massi. Alcuni di quest’ultimi presentano cavità semisferiche che sarebbero di origine artificiale, ovvero dovuti all'azione dell'uomo (un modo per ricavarne oggetti d’uso), altri autori sostengono invece la tesi per cui tutto è dovuto al processo naturale. Come il grande "masso delle coppelle", presente nell’area archeologica, e il “sasso della pila”, situato nella sommità del monte. Raffaele Bonuomo considera la fotografia un mezzo analitico e non psicanalitico. Egli crede che essa sia sempre “terapia” e permetta di considerare molte cose che altrimenti ci sfuggirebbero. Come evidenziato in questo studio, elaborato con equilibrio linguistico, coerenza espressiva e una composizione ben strutturata, unitamente a un taglio progettuale che non sfugge all’attenzione di chi lo osserva. Una tessitura iconica stimolante organizzata calibrato nella forma e ben argomentata nei contenuti. Il bianco e nero è curato e, considerato l’utilizzo che ne fa l’autore, dà ricchezza estetica e linearità linguistico-espressiva al lavoro. Bonuomo da tre anni indaga il contesto del monte Barro e porta avanti questo studio dove non mancano i dettagli che sono sempre ben descritti. Danno maggiore profondità alla ricerca, esaltandone le caratteristiche che di conseguenza articolano l’indagine che è più compatta, completa, ampia. “Tracce dal Barro” è una segmentazione di riflessioni che l’autore ha coordinato in modo armonico, coniugando le esigenze dell’indagine creativa con quelle della ricerca e dell’aspetto linguistico-estetico. Non solo. Esso è anche uno strumento per conoscere l’ambiente da parte di chi ne ignora l’esistenza e, al contempo, è un luogo le cui specificità meritano visibilità. Che è uno degli obiettivi di Raffaele Bonuomo, ma su tutti campeggiano la passione per la fotografia e l’amore per il proprio “Intorno”. (Fausto Raschiatore)