Eppure una Biennale, quella del 2013, ossequiosa di tutti i suoi puntuali riti, ma in verità finalmente animata, una volta tanto, da un insperato salto di qualità tecnica. Merito soprattutto dell’esposizione principale, ovvero di quel “Palazzo Enciclopedico” in nome del quale si è materializzata, tra i Giardini e l’Arsenale, l’eterna utopia della conoscenza umana universale e totalizzante, ovvero la vertigine del catalogare, raggruppare, inventariare e dunque dominare il mondo circostante e, al tempo stesso, il caos dei propri pensieri. Non è forse questo il senso intimo ed originario, nonché etimologico, della parola “arte”, che si ipotizza provenga da una particella indoeuropea (“are”) indicante appunto l’atto dell’ordinare? Più di qualcuno, nel mare magnum della critica d’arte e della psicologia cognitiva applicata all’arte, ha già parlato di “impulso tassofilo”, cioè di una sorta di insopprimibile istinto che ci indurrebbe dalla notte dei tempi a classificare e sistemare gli oggetti del mondo secondo criteri prestabiliti. Eppure Massimiliano Gioni, il più giovane curatore della storia della Biennale, si è sforzato di fare di meglio, cercando di condensare questa ossessione conoscitiva in un’opera e in un’immagine precisa, ovvero nel modellino in scala 1:400 con cui nel 1950 Marino Auriti, meccanico di origine abruzzese emigrato a Philadelphia e artista dilettante, progettava di costruire un mastodontico museo -mai realizzato- dell’intera conoscenza umana dalle origini al presente: il cosiddetto “Palazzo Enciclopedico“, per l’appunto. Di qui, catalogate secondo la progressione tipica delleWunderkammer rinascimentali, ovvero dal naturale all’artificiale, dal geologico-floreale al virtuale-digitale, una ridda di immagini, cioè di rappresentazioni artistiche del mondo esterno, ha vestito gli spazi di un Arsenale insolitamente “museificato” dall’intervento architettonico di Annabelle Selldorf, fungendo da perfetto pendant alle immagini cosiddette “interiori” (ossessioni, fantasie, superstizioni, occultismi) ospitate nell’altra metà dell’esposizione, quella dei Giardini, opportunamente introdotta dal “Libro Rosso” di Jung. Una mostra che dunque ha declinato il contemporaneo in una suggestiva chiave genealogica, ovvero inglobando tra gli autori viventi anche artisti ed intellettuali defunti (in qualche caso risalenti addirittura alla seconda metà dell’Ottocento) capaci di incidere in termini cruciali sull’iconografia dei nostri tempi: primi tra tutti André Bréton e i Surrealisti, ma anche Rudolf Steiner o Pier Paolo Pasolini.
(Yamina Oudai Celso su Il Fatto Quotidiano del 9 giugno 2013)