Thomas Bernhard nasce a Heerlen [Olanda] nel 1931. Tema centrale della sua narrativa è la disperata lotta di un uomo contro il processo di decomposizione che tutto inghiotte. Parlare diventa, per i personaggi di Bernhard, un' ossessione, sintomo del più assoluto solipsismo e del fallimento del loro tentativo di afferrare la realtà. Nel libro "Antichi Maestri" arriva a far dire al protagonista, Reger, che..«ciò che mi affligge di più è in realtà il fatto che una persona ricettiva come mia moglie sia morta con tutto l'enorme sapere che io le ho trasmesso e che perciò si sia portata nella tomba tutto quell'enorme sapere (girodivite.it)

Devo allo scrittore Giuseppe Culicchia la "scoperta" di questo gustosissimo quanto acre, devastante brano di Bernhard. Lo scrittore torinese lo ha magistralmente letto (interpretato..direi!) a Mestre durante una recente edizione della manifestazione Ad Alta Voce

"La fotografia che avevo scattato ai miei genitori alla stazione Victoria ritrae i miei genitori in un’età in cui viaggiavano ancora e non avevano malattie che li tormentassero: Portavano impermeabili appena comprati da Burberry e avevano appesi al braccio ombrelli nuovi, anch’essi comprati da Burberry. Da tipici continentali, volevano sembrare più inglesi degli inglesi, e avevano quindi un’aria grottesca, più che raffinata e distinta; guardando quella fotografia mi ero sempre messo a ridere, ma ora la voglia di ridere mi era passata. Mia madre aveva un collo un po’ troppo lungo per poter essere considerato bello, e nel momento in cui le avevo scattato la foto, mentre saliva sul treno, lo allungava di qualche centimetro in più del solito, rendendo doppiamente ridicola un’immagine già di per sé ridicola. Il portamento di mio padre era sempre quello di un uomo che non sa nascondere la cattiva coscienza nei confronti del mondo intero ed è infelice per questo. Quel giorno quando scattai la foto, portava il cappello calcato sulla fronte un poco più del solito, sicchè nella mia foto appare più goffo di quanto non fosse in realtà. Non saprei dire perché io abbia conservato proprio questa foto dei miei genitori. Un giorno lo scoprirò, pensai.(…) I miei genitori, coppia che per tutta la vita avevo considerato diabolica, seppur effettivamente sprovveduta, sempre e in tutto, si erano ridotti all’improvviso, da un istante all’altro, a quella foto grottesca e ridicola che avevo sulla scrivania e che osservavo con insistenza e sfacciataggine estreme."

Ma Bernhard non si limita ad una dissacrante lettura delle foto dei suoi genitori..l'invettiva si estende all'atto fotografico in sè e nelle pagine seguenti rincara la dose!

"La fotografia mostra solo l’istante grottesco e quello bizzarro, pensai, non mostra una persona com’è stata nel complesso per tutta la vita, la fotografia è una falsificazione infida e perversa, ogni fotografia, chiunque la scatti e chiunque essa ritragga, è un oltraggio assoluto alla dignità umana, una mostruosa falsificazione della natura, un atto meschino e disumano."

Poco più in là..siamo davanti ad un inconsulto, ma vibrante atto d'accusa che lascia poco spazio all'immaginazione...

"In fondo detesto le fotografie e non mi è mai venuto in mente di far fotografie con quell’eccezione londinese, con l’eccezione di Sankt Wolfgang, di Cannes, e non ho mai posseduto una macchina fotografica in vita mia. Disprezzo quelli che fotografano di continuo e girano tutto il tempo con la macchina fotografica appesa al collo. Sono di continuo alla ricerca di un soggetto e fotografano tutto, anche le cose più insensate. Non hanno altro in testa, di continuo, se non esibire se stessi e nella maniera più ripugnante, senza però esserne consapevoli. Nelle loro foto catturano un mondo perversamente deformato, che col mondo vero ha niente in comune se non la perversa deformazione di cui si sono resi colpevoli. Fotografare è una mania meschina da cui è contagiato a poco a poco l’intero genere umano, perché della deformazione e della perversità è non solo innamorato, ma addirittura pazzo e col tempo, a forza di fotografare, scambia in effetti il mondo deformato e perverso per l’unico vero. Quelli che fotografano commettono uno dei crimini più meschini che si possa commettere, perché nelle loro fotografie trasformano la natura in uno spettacolo perverso e grottesco. Nelle loro fotografie le persone sono marionette ridicole, stravolte, anzi storpiate fino a diventare irriconoscibili, che, ottuse e disgustose, fissano spaventate il loro ignobile obiettivo. Fotografare è una passione abietta da cui sono contagiati tutti i continenti e tutti gli strati sociali, una malattia da cui è colpita l’intera umanità e da cui non potrà mai essere più guarita. L’inventore dell’arte fotografica è l’inventore della più disumana di tutte le arti. A lui dobbiamo la definitiva deformazione della natura e dell’uomo che in essa vive, ridotti a smorfia perversa dell’una e dell’altro. Non ho mai visto in una fotografia una persona naturale, ossia vera e reale, come non ho mai visto in una fotografia una natura vera e reale. La fotografia è la più grande sciagura del ventesimo secolo. Guardare fotografie mi ha sempre nauseato, più di ogni altra cosa."


I brani qui riortati sono tratti da "Estinzione - Uno sfacelo" edizioni Adelphi -1996 (traduzione di A. Lavagetto)

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